Introduzione
Il Volume
XXIX mi suggerisce che, al momento, sono riuscito a “raccogliere” qui le Voci di ben 290 Poeti. Il calcolo è banale
ed evidente. Un lungo lavoro di indagine, di studio, di ricerca, di inviti, nei
confronti di questi protagonisti della storia poetica italiana attuale. Ne sono
veramente contento e soddisfatto! Ma quanti Poeti e quanta Poesia? Il novero
sembra poter continuare all’infinito e se ciò da una parte mi lusinga, perché
volendo continuare questa mia “indagine” sullo stato della poesia italiana
avrei praticamente materiale inestinguibile da esaminare finché ne avrò voglia
o finché le forze me lo permetteranno, dall’altra mi preoccupa alquanto,
prendendo atto della numerosa, numerosissima famiglia poetica da prendere in considerazione!
Ma quanti Poeti e quanta Poesia! È un bene o è un male? Non mi pongo il
problema, perché è chiaro che essere poeta e fare poesia è un bene, ma è chiaro
anche che molte volte ciò che viene definito “poesia” è in realtà solo un
“divertissement”, una passioncella, un sentirsi in qualche modo “artista” e
creativo, capace di tradurre in versi emozioni, immagini, stati d’animo e via
dicendo. Beninteso, la mia è solo una constatazione di quello che succede in
poesia: cinquant’anni di frequentazione del mondo poetico mi hanno dato la
possibilità di discernere, e non sempre con grande serenità e facilità, una
poesiola da una poesia; e ciò naturalmente senza nessuna pretesa di essere
chissà quale poeta o chissà quale critico o chissà quale giudice!
Scelgo ed
invito i miei Autori in base a questi criteri, secondo il mio metro di
valutazione, s’intende! Persone che hanno con il mondo della poesia un legame
serio, una indiscussa attività propositiva, che abbiano qualcosa di originale e
sotto certi aspetti “sconvolgente” e “coinvolgente” da offrire, da dire, per
provocarci, per stimolarci, persino per lacerarci. Per dirci delle cose vecchie
e persino usuali con una modalità originale che le rinnovi, per dirci cose
nuove con l’eterno e intramontabile fascino della Poesia.
Ma qui il
discorso si fa lungo ed entreremmo in facili quanto sterili definizioni di cosa
sia veramente la poesia e cosa sia veramente un poeta. Io terminerei qui
affermando l’importanza della testimonianza. Una testimonianza forte, che non
necessariamente dipenda dal tempo in cui si manifesta: io posso avere alle
spalle cinquanta anni di scrittura in versi, ma, ahimé, senza aver prodotto
nessun risultato valido per gli altri, ma avendo solo soddisfatto il mio ego
volitivo e desideroso di “apparire”: fuoco di paglia, illusione di una notte
romantica in riva al mare, emozione evanescente di una passioncella transitoria.
Altri hanno invece cominciato a “fare” poesia da appena qualche anno, ma già la
loro orma sulla pagina è profonda e significativa!
Ecco
dunque che la natura del creativo, del poeta, si fonde con la natura stessa
della persona, ne diviene indistinguibilmente parte integrante: non si può
essere poeta, che so, dalle ventuno a mezzanotte, dopo una giornata dedicata a
ben altri impegni, lavorativi, familiari, eccetera. Se si è poeti, lo si è
sempre, anche sul lavoro, a tavola, con gli amici, partecipando alla vita
sociale e intrattenendo relazioni sentimentali o di altra natura emotiva con
gli altri. L’anima, il cuore del poeta, non può essere compartimentato a
seconda dell’attività o del pensiero di quel momento, in una persona.
È questo
il guaio, dunque. I Poeti vedono il mondo, la realtà, con occhi diversi? Che
cosa vogliono vedere, indagare, trovare, i Poeti, nelle cose, nell’uomo, in sé
stessi, nei luoghi, nella storia, nella società? Di che cosa vogliono parlare?
Quale impellenza li spinge?
Mistero!
Tutto e niente! Resta la loro testimonianza. Che sia servita o che serva ad
indicare, a suggerire, emozioni e orizzonti nuovi, utopie di libertà e di pace,
denunce di ingiustizie sociali, questo può essere un valido motivo: e come
affermava il grande Montale, possiamo concludere effettivamente che la poesia
forse è inutile, ma in fin dei conti è un qualcosa che, almeno, non arreca
danni a nessuno!
Anche i
dieci Autori di questo Volume profondono nella loro attività poetica impegno,
passione, studio, ricerca, entusiasmo, e la loro Voce è senz’altro stentorea e
meritevole di essere ascoltata. Li ringrazio per questo, per il loro contributo
prezioso, come ringrazio, e non mi stancherò mai di farlo, tutti gli altri cari
amici poeti che mi hanno onorato, e spero mi onoreranno ancora!, aderendo a
questa mia “colossale” iniziativa.
Buona
lettura!
Giuseppe Vetromile
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TIZIANA COLUSSO
Nelle note
di Tiziana Colusso, voce illustre dell’attuale panorama letterario e poetico
nazionale, leggiamo: “Si immagina etrusca
e cosmopolita”. Descrizione di sé veramente singolare e perfettamente
aderente alla realtà del suo “essere” poeta, con esperienze di vita e di
culture internazionali ma anche con quella venatura di arcano e di magico che
avvolge la sua aurea lirica e i tanti significati insiti nel suo discorso
poetico, sempre articolato e di carattere universale. Come nei brani qui di
seguito proposti, dove le problematiche etiche, ecologiche e relazionali di un
mondo purtroppo ancora immerso in tante situazioni di costumi e abitudini
retrograde, emergono a evidenziare il continuo malessere sociale dell’odierna
cosiddetta civiltà dei consumi.
Due volte mi ha visitata il pappagallo
come un invito frusciante del destino.
La prima come ciondolo di sapiente smalto
lavorato da una ragazza del ‘68
bella di rughe diritte come frecce indiane.
La freccia del chirurgo non l’ho vista,
l’ho sentita nella carne stretta in croce.
Il cianciare da sala operatoria,
antidoto a buon mercato alla gravità
del luogo, evocava ancora un pappagallo:
non capivo, stordita, se fuggito o donato.
Tra i punti di sutura sulla mano una coda
arcobaleno mescolava il dolore a penne
remiganti, come un innesto da sciamana.
(2021, inedita)
***
Inalberati alberi
Inalberati alberi, indignate
arborescenze stente
di spiazzi urbani, platani con piedi nel cemento,
cimenti giallomimosa che mimano solleoni
nel cinereo mattino cittadino,
siepi assiepate da piccioni e carte unte
salici accasciati su pascoli canini
oleandri con fioriture grigiastre e velenose
querce-altarini per i caduti della velocità
ippocastani senza castagne:
qui state, alberi, come lapidi di un pianeta morto.
Eppure quando agli incroci sfioro i tronchi
snocciolando i vostri nomi antichi
- Platanus occidentalis, Salix fragilis, Betulla alnus,
Quercus petrea, Larix deciduous, Acer Campestris -
ritrovo il respiro grande, l’orgoglio di sentinelle vegetali,
il ligneo irriducibile lignaggio
la cabala diagrammatica dell’Albero della Vita
abitato dai Sefirot e dagli uccelli migratori,
e nel maelstrom cittadino mi soccorre
la vostra segnaletica frondosa.
(Edita nell’antologia AAVV Gli alberi a cura di Anna Lauria, Ferrari, 2008)
***
Sostenibile
Sostenibile è la sabbia tra le dita,
clessidra d’un tempo senza vittorie e vinti,
battiti d’ali larghe in souplesse soavi
planando senza data di scadenza
senza angoscia né urgenza
Sostenibile è la sostanza dei sogni,
bisogni travestiti da sons & lumières
sullo schermo buio degli occhi
gazzarra furiosa a esorcizzare
l’incubo ricorrente acquattato
silenzioso sul fondo, in attesa
Sostenibile è un tempo largo,
largamente inutile, a sbrogliare matasse
di domande inutili, appassite come biglietti del tram
schiacciati in improbabili origami nelle tasche.
Sostenibile è una sosta: proprio ora,
proprio qui. A respirare.
Sostenibile è il tempo riavvolgibile
come un vecchio tape, il tempo elastico,
il tempo perduto e mai del tutto perso.
(2019, inedita)
***
Nei vostri panni, sorelle
Nei vostri panni, sorelle, m’avventuro: non solo
i neri sudari che nelle tv mondiali vi appiattiscono
in passive figuranti della compassione, con brividi
sulle nostre schiene scoperte ed abbronzate.
In molte, sottotraccia, siete evase da prigioni rudemente tessute,
vestendo invece tute sportive, scarponi da roccia, divise da collegiali
con Hijab leggeri, perfino paraolimpiche sedie a rotelle.
E biciclette, i destrieri di ogni resistenza, di ogni sogno d’altrove.
Nessuna Barbie, ma corpi resistenti in fuga da eterni padri padroni,
come tutte le donne del mondo, ma con più pericoli, più ostacoli,
e quindi con tanta più forza. I vostri corpi issati sui sellini aizzavano
sassaiole e insulti – ma ricordate la “Monella” di Tinto Brass,
bellezza in bicicletta in stile spot di biancheria? Nessuno si senta immune.
La squadra olimpica, allenata tra i monti, ha dovuto rinunciare a Tokio
per la distruzione delle bici donate da una sorella più fortunata.
Ed ora? Nei tuoi panni, sorella, mi spaùro. Sappiamo che dovete bruciate le tute,
le divise di scuola, i libri, le foto, i ricordi di una libertà ancora troppo fragile.
Spero che – noi sorelle fortunate – sapremo indicarvi vie di fuga, dare spazio alle vostre voci,
nuovi libri, quaderni, scarpe da corsa. E nuove biciclette, per pedalare verso il decollo.
23 agosto 2021. Alle donne, ragazze e bambine afghane
(Il testo è stato solo pubblicato sul blog “parolapoesia.blogspot.com”)
Sovente
l’indole creativa negli artisti a tutto tondo trova percorsi molteplici per
manifestarsi: dalla pittura alla musica, alla letteratura poetica, alla
scultura. Il grande talento innato di queste persone è quello di saper
esprimersi altrettanto bene in questi ambiti, ed è un dono particolarmente
prezioso, in un tempo dominato prevalentemente dal pressapochismo, dalla
sciattaggine di certi comportamenti, dalla superficialità e dall’egoismo.
Floredana De Felicibus, da Atri, è quindi artista poliedrica e prolifica, che
si dedica soprattutto alla scrittura poetica pur rimanendo alta la sua
attenzione nei confronti dell’arte in genere. Ed è poetessa sensibile,
profonda, specie nel trattare temi delicatissimi come la situazione drammatica
delle donne e delle bambine in alcune zone geografiche del nostro martoriato
pianeta!
Tra montagne rugginose e campagne brulle
oggi non ci sono favole, né incantesimi,
gioca Kader coi capelli sciolti al vento
il pakol rosso in testa, ignara del giorno, della sorte.
A Dundarli sono calate le fauci della notte!
Piccola Sherazade,
la luna su nel cielo bruno
accarezza i tuoi fianchi acerbi, inciampano i fiori
serrati in pugno con i voli obliqui della tua gonna.
Ti rallegri ancora a dare nomi alle tue nuvole,
incurante degli aromi speziati di raks e narghilè,
sogni da custodire in vecchie scatole di latta:
un mare di origami policromi e arcobaleni
del tuo tempo incantato ancora inespresso.
Piccola Sherazade,
oggi la luna non accarezza la mano
della tua bambola in un immaginario girotondo,
domani non conterà i palpiti d’amore del tuo cuore,
bacerai dolcemente la cruda terra, mentre lascerai
la notte alle tue spalle. Inconsapevole del berdel, lascerai
il tuo tutto per ammaliare senza volere il tuo Mohammed.
Piccola Sherazade
dagli occhi allegri e setosi boccoli bruni,
avrai giorni di sterpi e sassi, notti di dolore e sangue,
una croce a sfregiare le tue mani innocenti,
un germoglio di vita nel tuo ventre bambino.
Anima solitaria,
solo il genio di una lampada potrebbe dare voce
al silenzio del mondo che non ascolta!
Il tuo urlo di dolore rimane sordo nella tasca
tutta di uno spazio vuoto con l’inganno di chi avrebbe
dovuto tracciare una trincea a proteggere
l’anima candida della tua innocenza.
E rimane, sospesa a mezz’aria una speranza,
di tappeto volante, desiderio di fuggire dall’inferno degli angeli.
Rincorri ancora le tue nuvole piccola Sherazade,
non sai che a volte fanno la spia ed ascoltano gli angeli?
***
I mille volti del Sahel
Succede, magari è già tutto scritto,
il nascere tra fame e sabbia,
il vivere restando al margine
dove tutto finisce e inizia
nel grembo arido del Sahel.
Succede di sbocciare in spazi di parole,
tra passi di distanze vuote
e restare fermi nelle orme contorte
in sillabari d’erba sfiorite sulla bocca.
Succede lì a Fabri ai suoi passi incerti
ammaliati dagli sfavillanti ordigni a grappolo,
mirabolanti giocattoli
brillati tra le sue ali, sulla sua faccia.
C'è sempre da qualche parte un destino
e dall’altra un tizzone ardente
che balugina e scrive su un altro cielo.
Qui nel Sahel tutto è già scritto ai margini,
su una terra di nessuno;
qui la polvere finisce e ricomincia
e ombre vuote restano appese
su radici di danze illusorie.
Ma tra i mille volti accecati dal petrolio,
ali di aironi nidificano ancora tra le canne
e fiori di pruno tra voli di farfalle,
qui a Madaoua ogni primo vagito di bimbo
reclama la svolta di un destino…
In un mosaico di sfumature brulicanti
tra le braci di un tramonto palpitante,
in un tripudio di vesti cangianti!
La poesia non ha inizio e non ha termine, non è
un intervallo di spazio e di tempo in cui il poeta mostra un fatto, una cosa e
poi tutto finisce lì: anche se è appena un momento, un luogo, un’emozione, la
poesia ha un respiro continuo e infinito, è un “essere” eterno. La vera poesia.
Come quella di Lella De Marchi, valente poetessa pesarese, che sembra
puntualizzare alcuni aspetti della quotidianità contingenti, ma che in realtà
sono propri dell’esistenza umana e dei comportamenti e dei rapporti che l’uomo
ha con gli altri e con la realtà in cui è immerso. La poesia di Lella De Marchi
è ricerca pura, è indagine tesa a squarciare i veli dell’ipocrisia e del falso
perbenismo, della sciattezza e dell’insulsaggine. È la necessità di ritrovare
spazi di libertà e di dignità in sé stessi (dammi
spazio per essere ciò che non sono mai stata), di riscoprire in sé la
nobiltà e la genuinità della vera umanità. Con versi che esprimono tutto ciò
con una veemenza armoniosa e ritmica.
mai stata, l’estraneo sottocutaneo,
l’attimo sbandato dentro al tempo
da un calcolo errato germinato,
per caso o per necessità,
qualcosa che come un virus
nuovamente ravvicini le nostre nudità.
dammi spazio per essere ciò che non sono
mai stata, concedimi fedele
al nostro tempo che ci aspetta
(l’estraneo sottocutaneo, in La spugna, Raffaelli, 2010)
come un baco immerso nella seta
protetta intesso proporzioni da disfare
prima o poi dovrò uscire dal mio guscio,
nella pioggia o sotto il sole, andare,
in un attimo intrecciare dentro
l’aria, breve, la mia seta, svuotare
il sacco e il mio disegno
io sono il filo della mia bocca che non
si stacca, che si conosce già prima
di partire, che non puoi vedere
(il baco, in Stati d’amnesia, Lietocolle, 2013)
***
mi hai divaricata prima di conoscermi come uno
studioso di meccanica celeste. forse sapevo
di cielo e non di terra forse siamo capaci di cambiare
la nostra sostanza.
per un attimo mi hai fatta felice incapace di leggere
il dramma, per un attimo hai eluso la scelta e la sua
conseguenza numerica.
non hai forzato la sintassi mi hai spinta a guardarti
senza saperti guardare fin quasi ad amarti. forse
ti appartenevo senza saperti forse quello che faccio
ogni giorno è chiudere un occhio, inventarmi
un nuovo passo.
l’amore dimora nella prassi ma non puoi pensare
che possa accadere. è un fatto di ossa, una radiografia,
ci riconosce in controluce. l’amore è un corpo
sorpreso nella sua impossibile danza.
(in Paesaggio con ossa, Arcipelago Itaca, 2017)
stiamo bene soltanto dentro le celle come le api
pensiamo soltanto a produrre del miele scartando
nella discarica tutto l’amaro in forma di elenco
obbligandolo alla putrefazione.
tracce. smarrimenti. deviazioni. derive.
slittamenti. sogni. negazioni. spostamenti.
c’è una cella per ognuno di noi, con sotto scritto
l’origine il luogo di appartenenza la serie fossile
il teorema inventato per ognuno di noi.
l’ermetismo non dice niente di oscuro è più vero
che abbiamo paura di quello che è oscuro.
gli artisti dentro ai musei gli avvocati nei tribunali
gli operai nelle fabbriche le prostitute per strada.
e Malina, nella roulotte.
(in Paesaggio con ossa, Arcipelago Itaca,
2017)
***
liberami dal principio
della specie dal concetto
di persona di razza di genere dall’atto che si genera
ripetutamente dall’impasse della riproduzione.
liberami dai traumi articolari dalle lussazioni
dalle separazioni dai dualismi dalle superstizioni.
liberami dalla gabbia di natura dall’uno e dai molti
dalla rabbia dei diversi dai diversi dagli uguali
dagli opposti.
liberami dagli occhi dalle mani dalle gambe dalle
dita.
liberami dagli organi dai fianchi dalle anche dai
gomiti.
liberami dai ruoli del reale dal reale e i suoi
espedienti.
liberami dalla fatica di restarti accanto
dal principio di piacerti ad ogni costo.
come Dio amami. come Dio creami.
(Androgino,
in Ipotesi per una bambina cyborg,
Transeuropa, 2020)
***
la tua attesa, Maria, non è
dolce è un giorno che non esiste
che precede ogni tua possibile vitale inguinale
scossa
molto prima che gli arti in simbiotica tensione si
flettano
e distendano nell’arco sonoro dell’umana
appartenenza.
la tua attesa, Maria, è un feto che non nasce. si
ciba
del tuo buio buca il mondo con lo sguardo che non
c’era
si attorciglia tutto intorno ad un qualcosa senza mai
trovarsi tutto. tutto dentro a quel qualcosa.
la tua attesa, Maria, è l’attesa. un respiro
sconosciuto
il vuoto che ti porti dentro che non sarà colmato.
con il colore bianco hai dipinto nudo tutto il tuo
corpo.
hai dato al mondo la forma in forma di ipotesi spinta
di ricerca inesausta di preghiera inaudita. oltre la
norma.
(Vergine
Maria, in Ipotesi per una bambina cyborg,
Transeuropa, 2020)
“Le persone non muoiono / dopo tanto rumore
vanno in punta di piedi / al piano di sopra o nella stanza accanto / attendono
l’errore dei vivi”: in questo disordine, o meglio in questo sopravvivere
disarticolato e persino disarmonico, che ci angustia e ci rabbuia, il nocciolo
del problema filosofico e spirituale è l’indeterminazione e l’indifferenza
della nostra esistenza nei confronti e nel rapporto con gli altri, in una
società globale ormai completamente omologata e assuefatta ai comportamenti
minimalisti ed egoistici. Pensare
all’universo povero umiliato della vecchiaia è dunque questa la linea
poetica forte del nostro poeta ligure Carlo Di Francescantonio, di denuncia, di
testimonianza ultima di un eroe utopico (argonauta) che ancora tenta la riconquista
di una sacrosanta ricchezza universale, la libertà!
pensare all’universo povero umiliato della vecchiaia
sarebbe già qualcosa
non sentirsi nessuno
tenere presente che un giorno la vita si ferma
e scivoleremo nel tempo della dimenticanza
fotografie appena antiche sconosciute
a consumarsi sui banchi dei mercatini disattenti
le persone non muoiono
dopo tanto rumore vanno in punta di piedi
al piano di sopra o nella stanza accanto
attendono l’errore dei vivi
(da Anche
l’ultimo argonauta se n’è andato, RP Libri, 2021)
***
OstiaPasolini l’ho letto poco e male:
Una vita violenta qualche pagina
da Il Vangelo secondo Matteo
versi sparsi
qualche riga di intervista
il tutto a incompleta sintesi del suo pensiero
dei film conosco Accattone La Terra vista dalla Luna
Uccellacci e uccellini e il terribile poetico Salò
o le 120 giornate di Sodoma
mai vista la trilogia della vita
non conosco il poeta né lo scrittore
e il regista - meno che mai l’uomo -
eppure manca nel tempo povero che abito
una mente così abile a mettere spilli nel culo dell’Italia
farebbe proprio piacere una coltellata al cuore
dell’incompetenza
lo hanno ammazzato
nel modo più vile
nel Paradiso ricostruito accanto Roma
un poco di rumore tanti articoli
poi tutti zitti compresi i ragazzi di vita
delitto infame di Stato e politica
assegno al portatore per finte vergini
candidate allo Strega
(da Anche l’ultimo argonauta se n’è andato, RP Libri, 2021)
***
lo sai del tempo che abbaia,
di una fretta che arriva a far esplodere
frutti fuori stagione,
del condominio di carne, delle sgomitate
sotto le cinture o al centro dei coglioni
è l’esercito dei furbi che spinge, tutte quelle
personcine che hanno lasciato perdere l’intelletto
per vie meglio battute - lo sai che il tempo sbrana
e tiene tra i denti brandelli d’uomo
che sono strategie e sviluppo da rivendere
a caro prezzo - a sgomitate nei fianchi,
per sembrare meno pressione - e sai anche
che il tempo genera maiali,
porcilaie gli anni - e noi a bere dalle vasche
a mangiare nelle ciotole, a faticare felici per
la fatica - e c’è anche il tempo
che tutto appiana, che risolve il problema,
che muta il brutto in bello, che sfotte la memoria
e raggira i presenti - è un tempo d’inganno
che si accetta come normale
arriviamo al paradosso di difenderlo anche,
perché così inquinati dall’acqua melmosa,
dal cibo avariato,
lo consideriamo memoria
che scena questo quotidiano,
che volgare il compromesso,
che fisiognomica il potere,
che merce di scambio la salute,
che miseria l’integralismo,
- niente libertà, niente uguaglianza,
lasciamo perdere la fraternità -
lo sai del tempo che abbaia,
mentre noi miagoliamo, pigoliamo
(Inedito)
***
11. Poesia per il mio 45esimo compleanno
si brancola, senza troppo brillare,
nonostante la tensione verso un ideale
che chiama con voce di caverna,
non ha orecchie il richiamo e nemmeno
buon senso - è un bisogno illogico
è materia dove 2+2 fa anche cinque
alchimista è chi sceglie di non tradirsi
(Inedito)
Una voce importante dell’odierno panorama poetico
nazionale è senz’altro il palermitano Giovanni Dino, autore di diversi libri di
poesie e anche di studi approfonditi sulle religioni e sulla spiritualità.
L’esperienza di vita vastissima gli ha permesso di acquisire una sensibilità
particolare nei rapporti umani, ma soprattutto in senso verticale, cioè nei
confronti del Dio creatore. La poesia che qui propone, infatti, ne è un esempio
meraviglioso: una lirica intensa e profonda, quasi una lunga preghiera
accorata, ad evidenziare a sé stesso e agli altri quanto sia complicato e a
volte persino incomprensibile, il rapporto con il Creatore, la “ricerca” di una
qualche traccia significativa e più “umana” della Sua esistenza.
Ti ho sempre cercato
fin da quando avevo i
pantaloncini corti
volevo incontrarti per
guardarti negli occhi
e senza dire parole
travasarti la mia
anima
Non mi bastava
immaginarti
assottigliato nel buio
delle notti senza pareti
o nel muoversi delle
foglie scalciate dal soffio lieve
nella pigra luce del mattino
o vederti ammutolito
in fredde statue colorate
Desideravo incontrarti
come la notte il giorno
ma Tu mi dicevi nel
sonno con parole di luna
che mi eri già dentro
nel respiro latteo
della mia carne
agitandoti nei fondali
della mia anima
fra quelle reti colme
di dubbi e di stupori
o arrampicato fra le
alte rocce dei miei pensieri
Ma io volevo
incontrarti
vederti in un corpo vero
di bambino come me
e non percepirti
nei cieli oltre i
cieli dei cieli
lontano dalle mie mani
dai miei occhi
nascosto dentro
sconfinati silenzi
o in qualche costola
del
giorno
Ma Tu
preferisci la
lontananza al contatto
il silenzio al dialogo
anzi di silenzi ti
adorni e ti vesti di galassie
e con parole senza alfabeto
esprimi
luci e ombre da
criptare
Hai recintato il Tuo regno
con nuove parole e
altri silenzi
fecondi e
scintillanti
fra le stelle oltre le
stelle
pur continuando a non
perderci d’occhio
Mi sono
nutrito/incanutito
del Tuo giogo
nella Tua obbedienza
ho aperto il mio cammino
salvandomi dal vuoto e
dal nulla
ma non dal nulla e dal
vuoto
di chi va appresso
alla fretta al rossetto al danaro al potere …
Ma perché hai scelto
il silenzio
come tua dimora
e come fa il silenzio
ad accoglierti e poi rivelarti?
Ti ho sempre cercato
per vederti in un
corpo vero
di bambino come me
o di anziano o chissà
chi
Ti ho trovato in tutti
questi anni
in quelle parole
spinte dal fondo dell’anima
o nelle parole
abbracciate alle preghiere
o in tutte quelle di predicatori
ora timorose
ora
rassicuranti
nelle preghiere
rimaste incollate dai fiati
sui muri di chiese
abbandonate
o adagiato in
quell’alfabeto misterioso
fra pagine di memoria antica
Fin da quando avevo le
ginocchia piene di croste
Ti ho cercato
e di bambino e di
figlio che ero son diventato anch’io padre
continuando a trovarti
solo e sempre
negli sguardi di
malati che cercano un fiore
nelle cappelle
adornate di fiori e lumini
nella geografia di
volti di gente umile
Ma io Ti volevo
incontrare
vedere in un corpo
vero
in un corpo tutto tuo
di donna di uomo di gay
e non nelle parole di
mia madre mentre si preparava a morire
nelle canzoncine
imparate per la Prima Comunione
nelle preghiere venute
fuori dal cuore di santi
mentre Tu dai tuoi
cieli
continui
a starmi lontano
e a non lasciarmi
mai solo.
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CLAUDIA DI PALMA
“La
parola è un chiodo”,
afferma Claudia Di Palma, giovane poetessa salentina, dedita al teatro e alla
letteratura poetica con impegno e con produzioni di qualità che hanno avuto
numerosi apprezzamenti ed elogi in vari ambiti e iniziative culturali di
spessore. La sua è una poesia forte, determinata, nella quale la parola poetica
ha certamente un peso essenziale, fondamentale. E con queste “parole”, con
questi versi che incidono nel cuore domande di una trascendenza eccezionale,
interrogativi rivolti all’Ente Creatore, Claudia Di Palma costruisce un ordito
poetico intriso di alta spiritualità, seppure nel contesto prevalentemente
materialista dell’odierna società.
La parola è un chiodo.
Il verbo che tu incarnavi ti tolse
di mezzo scavandoti piano.
Riconobbi il tuo volto dal vuoto
che vi cresceva rigoglioso al centro.
Da lì tu mi guardavi senza mai
sciogliermi, mi lasciavi ai miei giorni
grossolani, io mi dimenavo
con cose di scarso valore, monili
d'argento, e tu, tutto miseria e vento,
non ti offendevi, dissanguavi in croce.
(da Atti
di nascita, Minerva, 2021)
***
Aspiravo alla grazia:
un involucro superfluo,il trucco sul volto di una donna,
il rossetto sbavato sulle labbra.
Così immaginavo Dio, così lo sognavo.
E la mia preghiera era guardare,
provare a vestirmi sul nulla,
provare a compormi, e poi
raccogliere gli avanzi,
decifrare il mio nome.
(da Atti
di nascita, Minerva, 2021)
***
Scrivo per
non lasciare andar via
l’effimero, per custodire l’eterno
che spesso è, di tutte le cose,
la più cagionevole. E non muore.
È per questo che scrivo:
perché sono effimera e la caducità
è l’unico rimedio che possiedo
nella vastità dei tuoi orizzonti.
Giorno dopo giorno scrivo
per essere medicina e aiuto
alle cose cagionevoli, come l’orizzonte
e l’immortalità di ciò che è.
(da Altissima
miseria,
Musicaos, 2016)
***
Più volte
ti chiedo se
c’è un filo che ricuce e carezza
o resta lo strappo
tra una cosa e la sua assenza,
tra l’intero e i suoi resti,
tra un corpo e il suo simmetrico altro.
Ma tu non rispondi e con un’ampia
virata ti rivolti verso l’ombra
là dove sorge l’eterno rito
delle mie domande.
(da Altissima
miseria,
Musicaos, 2016)
***
Sarebbe stato meglio non imparare
questa splendida architettura di significati,
questa trappola per i topi. Ma ormai è tardi
e sono imbrigliata nel paradosso della parola.
Resto nella prossimità invalicabile del sangue.
(inedito)
***
Intanto
marciamo
di un bellissimo marcire.
Corrispondiamo al vuoto e al silenzio
con le nostre carni e una certa fame.
È una corrispondenza che ci elude.
È una preghiera che ci smaschera,
ci snuda fino al nulla. La vita è assenza.
Siamo pregni di ciò che ci esclude.
Insieme marciamo
di un bellissimo marcire.
(da Altissima
miseria,
Musicaos, 2016)
***
Soffro di
voragini, mi cado dentro
e, per quanto possa chiedere a un altro
il colpo ferente della sua presenza,
rimango qui, nella dolcezza dei baratri,
mi trattengo per continuare a cadere
svincolata dalle mie stesse mani
abbandonata sul fondo delle mie ossa.
(da Altissima
miseria,
Musicaos, 2016)
***
È per l’orifizio, per la mancanza,per la domanda che secca la gola,
per il crampo che brucia. Questo corpo,
ossa e cartilagini, pelle e peli,
ha uno scopo preciso: contraddirsi.
(da Atti
di nascita, Minerva, 2021)
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GABRIELLA PACI
Scrive una
poesia sofferta e riflessiva, l’aretina Gabriella Paci, valente autrice che ha
ricevuto tantissimi riconoscimenti e apprezzamenti in importanti concorsi letterari
nazionali, e con all’attivo diverse pubblicazioni. I versi che seguono,
infatti, testimoniano una lunga e proficua frequentazione del mondo della
poesia, con un’impronta del tutto personale, e un dettato che si fonda
essenzialmente su un’attenta indagine della realtà circostante, ma anche dei
palpiti interiori che indirizzano e influenzano in qualche misura il
comportamento e il modo di sentire dell’attuale società. A sostegno di una
quotidianità sfrangiata, viene sovente chiamata la memoria, il ricordo, che è
occasione di redenzione e di addolcimento del rimpianto.
Sentirsi dentro…
Incombono eventi sulla vitaed è un continuo sentirsi dentro
un videogioco dov’è realtà
evitare stravaganze di inusitati ostacoli
e fallace prevedere con ipotesi il percorso.
Con il cuore si misurano i punteggi accumulati:
sono scorte di memoria
che sole rendono meno aspro
il fallire futuro e la diaspora.
Ma non rinuncio a percorrere il labirinto
che conduce al premio ambito:
uno spazio chiaro dove disperdere
l’odore del pianto tra il profumo
di ritrovate chimere colorate.
(da Onde mosse, ediz. Effigi, 2017)
***
I giorni del silenzio
Si satura il silenzio di mute domande
nell’attesa che l’imbuto della notte
filtri malamente il sonno. È un tempo
dismesso dalle abitudini che rendevano
viva la vita nel frastuono del giorno.
Il silenzio tanto desiderato è ora
ingombro senza indirizzo né richiesta
alcuna ma solo peso che grava su
labbra assetate di sorrisi e parole.
Mi sono vestita di memoria bagnata
dalle onde delle emozioni del vivere
sui fianchi della prospettiva d’un oceano
di braccia, teste, bocche e gambe come
retaggio di un tempo che appare lontano.
So che il sonno cancellerà con la gomma
dell’incoscienza domande senza scienza
nella ricerca costante del filo magico
a rammendare i giorni scuciti del silenzio.
(Inedito)
Forse è solo la pioggia
Nel camino dei sogni oramai
non arde più la fiamma:
resta solo qualche pugno di cenere
a ricordo dei giorni bruciati
alla ricerca di un senso al cammino.
È cippo caldo di occasioni perdute,
risposte mancate, sogni non spesi
quello che resta nella scintilla
che balugina ma che non scalda
il buio della notte che avanza.
Resta il grigio che scende nel cuore
e negli occhi dove hanno posto
aghi di pianto e di rimpianto…
o forse è solo la pioggia triste
in questo giorno d’inverno senza colore
a spegnere anche una sillaba di luce.
(da Le parole dell’inquietudine, ediz. Luoghinteriori, 2019)
***
Cieli smarriti
Viviamo nell’orlo di giorni sbrecciati
a filo sul baratro della paura di
un presente di cocci rotti e di
un futuro che taglia le ali al volo.
Solo il vento ha il sentore di onde
frante sugli scogli dell’ostinazione
a credere che ci saranno altre primavere
a far fiorire ancora abbracci e sorrisi.
Ora respiriamo solo l’aria stanca che
il filtro della tolleranza ci impone
e l’azzurro di smalto è per noi solo
utopia di cieli smarriti nel tempo.
(da Sfogliando il tempo, ediz. Helicon, 2021)
***
Ci sfiora la felicità
Bussa con fragile becco la felicità
sul davanzale dei desideri e subito
un frullo d’ali la porta lontano.
A nulla vale la lusinga della briciola
che diventa segno del sogno.
Resta una sensazione più che un’evidenza
l’aver tentato il gioco della seduzione
per un’emozione antica o meglio
per la ricerca ostinata di un’idea che
addolcisce il vero e rende mite la sera
anche se la luce abbandona il giorno,
illudendoci con la bellezza del tramonto.
È in questa discontinuità e la sensazione
di aver provato qualcosa che sta una parte
del sentire la felicità come un bene che
ci ha sfiorato, anche se per poco, la fronte
e rende prezioso il tempo della sua attesa.
(Inedito)
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Prendendo
spunto dalla recente tragedia umanitaria che ha visto, e forse tuttora vede
ancora, la brutalità di certe situazioni legate alle migrazioni attraverso la
Bosnia (“Dimentica il sole che ti avvolge
/ e cammina nel bosco / con loro, sono i profughi di Lipa”), la ravennate
Rossella Renzi, sensibile poetessa di indubbio spessore, ricostruisce in versi
le sofferenze, i patimenti, le umiliazioni e le disperazioni di genti abbandonate
a sé stesse, in campi fatiscenti, in un degrado davvero impensabile in un
contesto cosiddetto civile. La poesia non è sempre una celebrazione del bello e
delle positività umane e sociali, ma è anche coraggiosa denuncia di certe
nequizie che, con grande ipocrisia, vengono tollerate e persino accettate. E la
bontà della poesia della Renzi è anche quella di rendere universale questo
grido di ingiustizia, di indicare una possibilità
di volo per tutti, nonostante tutto!
I
Come bruciano le ferite
sulle mani, polvere che soffoca
controluce - non guardarmi, non toccarmi
sono soltanto un essere sgualcito
diceva la fanciulla coi capelli annodati
e un segno leggero sulla scapola
la punta di una fioritura, un’ala.
*
Dimentica il sole che ti avvolge
e cammina nel bosco
con loro, sono i profughi di Lipa
una parola liquida
piedi nudi intirizziti nel fango
sprofondano nel tremore più caldo
e senza nome, senza direzione.
La casa che vedi all’orizzonte
è solo un bagliore della neve.
*
Intorno è solo un grigio di falena
la polvere che sfoglia oscura il giorno
nella fuga le parole incompiute
ancora gemiti a distanza di anni.
Tu racconta del tempo senza fiori
dei passi lenti e ripetuti nel fango
del buio che preannuncia altro buio
del canto ripetuto ad ogni addio.
Siamo stati stranieri e non lo sapevamo
una donna sconosciuta ci ha raccolti
con il pane e una coperta di lana
abbiamo ringraziato per il fuoco.
*
La tieni in alto con una mano
la lanterna che abbaglia
nell’altra un pugno di terra bruciata.
La promessa è nel grembo
contiene tempo e luce
la curva su cui ci addormentiamo.
*
Camminiamo su questo sentiero
solo cenere, frammenti di ali
e le impronte dei bambini
per gioco, quella voglia di fare
di inventare il domani,
la fuga come risveglio del volo.
Ma qui l’offerta è un giaciglio vuoto
o la porta del tempio che si spalanca
solamente a chi prega e non chiede.
*
Tu che lo sai, dimmi cos’è
essere luce in questo lamento
che arriva da lontano.
Essere luce nel fragore
nel desiderio, nella speranza
quando la vita si schianta.
Dimmi il peccato nella mano tesa,
nella lingua del corpo che si fa canto.
*
La sera danza nel cerchio di luce
la musica fa vibrare i cipressi
mentre raccolgo una spiga di grano
sorrido perché tu mi sei accanto
ballando – forse per l’ultima volta
contento di salutare la notte.
Riconosco la creatura dell’alba
la bambina lasciata sola nel campo
nel pianto esplodevano i trifogli
un cristallo infiammato tra le mani.
Dioniso soffriva per la nascita
Semele non lo diede
Per intero alla luce.
*
È il cielo delle falene bianche
solcato per un solo giorno.
È la possibilità del gesto
che non è stato
che non ti ha salvato.
*
E io mi sentivo più forte di tutti
Nutrita di purezza e disperazione
(Testi inediti)
Ama dire
di sé che si destreggia tra narrativa,
poesia e traduzioni, l’illustre poetessa romana Antonietta Tiberia, ed è
una affermazione vera, per quanto addolcita da quel gusto di umiltà che
caratterizza ogni grande e nobile artista e poeta. Antonietta Tiberia è un
riferimento chiaro e prezioso nel panorama poetico nazionale da tantissimi
anni, avendo in questo ambito un’esperienza e un’attività produttiva veramente
intensa, con pubblicazioni di libri, articoli, saggi, racconti e recensioni a
largo raggio. La padronanza assoluta della parola le permette di esprimere il
suo dettato poetico in varie declinazioni, non disdegnando anche costruzioni
liriche di notevole effetto con l’uso di giochi di parole e metafore
divertenti.
Celeste come il cielo
Ho negli occhi un celeste come il cielocome il fiore del lino
diventato il colore di un mantello
pesante
per nascondere il corpo delle donne
una gabbia da cui non si può uscire
con una feritoia
per guardare davanti
oppure nero
il colore del lutto
che non ammette il riso
ma solo il pianto
Quei burqa non vogliamo più vederli
ammantati sui corpi di coloro
che non hanno la forza di reagire
Leviamo alto il tono della voce
perché arrivi il clamore
perché ogni donna libera di farlo
dichiari a tutti che non sono sole
le donne che non possono parlare
***
Lamento di un ottuagenario
L’asino porta il basto,
qualche volta lo frusto,
gli do la paglia al pasto
e non prova disgusto.
E io che sono onusto
davanti a un lauto pasto
non percepisco il gusto,
mi sembra tutto guasto.
Non sono più robusto,
son diventato casto.
Da anni porto il busto
per rinverdire il fasto.
Per quanto me l’aggiusto,
tutto appare nefasto.
Ma non lo trovo giusto.
Ci vorrebbe un rimpasto!
(19 giugno 2021)
***
Lockdown
Libertà vo’ cercando ch’è sì cara
(Dante, Divina Commedia)
Si sta come sospesi, in vita prorogata
tempo bloccato come da un sortilegio.
Domestica clausura. Asserragliati in casa
i giorni tutti uguali
son come una lunghissima giornata
fatta di gesti incisi, rassicuranti
da sapienza acquisita
tempi lenti delle cose di sempre.
Movenze quotidiane reinventate
a dar sostanza al vuoto
a custodia di gioie
senza voglia di fare.
Come cambia la vita...
Forzata sospensione e basse aspettative,
i contatti lontani e tenuti a distanza,
nell’illusione di poterla scampare
e navighiamo a vista
cancellando ogni rito
rimandando progetti
le passioni represse
o costrette in un giogo.
L’aria è tornata tersa.
Strade vuote di gente
liberate dal traffico.
La natura animale si riprende gli spazi.
La vita sta mostrando continue evoluzioni
un’opportunità per fare delle scelte
un’occasione buona per lavorare insieme.
Ricominciamo a scegliere:
la vita ce lo insegna e ce lo impone.
(Roma, 2 giugno 2020)
***
Settenari per lavastoviglie
Lavastoviglie nuova.
Istruzioni per l’uso. (*)
Norme da rispettare
per un buon risultato:
le tazze ed i bicchieri
nel cesto superiore,
pentole e piatti invece
dentro il cesto inferiore.
Sistemare i coltelli
col lato acuminato
rivolto verso il basso.
Rimuovere i residui
grossolani di cibo.
Il coperchio si chiude
con scatto percettibile.
Per svuotarla si inizi
da sotto verso il sopra.
Ci vorrebbe ugualmente
un programma
completo
che si sappia adeguare
automaticamente
ad ogni cambiamento,
per vivere la vita
e raggiungere sempre
il miglior risultato.
È nei desiderata.
Ci sarà uno scienziato
che voglia ottemperare?
(Testi inediti)
(*)
La poesia è dappertutto: io l’ho trovata nel libretto di istruzioni per l’uso della lavastoviglie, scritto in settenari (nota dell’Autrice).
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C’è
freschezza, entusiasmo, positività, un’atmosfera di dolcezze ma non di
sdolcinature, di delicatezze ma non di eccessivamente e banalmente languido,
nei versi di Morena Virgini, poetessa pontina molto attiva e impegnata in
ambiti letterari. Grazie alla sua competenza poetica e alla sua assidua
frequentazione degli ambienti letterari locali e nazionali, ha ottenuto diversi
importanti riconoscimenti in eventi, convegni e concorsi letterari di
prestigio.
Il suo
discorso poetico è fluido, armonioso, e sovente il tema di fondo è il
sentimento amoroso e passionale, delicatamente ed elegantemente narrato anche con
toni di genuino erotismo.
La poesia
La dolcezza è nella poesia
che fa un gesto
che non ti aspetti.
La poesia è lo stupore
di lusinghe
a cui non avevi dato
appuntamento.
La poesia è lo svolazzare
di una parola gentile
che ti fa luce nel buio.
È giocare con le parole
che si incrociano,
non per rima
ma per brivido.
E quel brivido
attraversa la carne
come fuoco.
Si fanno turbine sulla pelle
come respiro al respirare.
Caldo espirare
freddo inspirare
come anime a cercare.
La poesia è un volo celere
di un albatro
che segue la rotta
per cibarsi di libertà.
O cerca rotte che non sa.
Curioso si fa portare
dagli Alisei
a piaceri
che solo il vento
fa vedere da quota.
***
Sensi
Tra bollenti ardori
e forti perdizioni
a Venere cadono le vesti
delle convinzioni.
Così Briseide si concede
alla prestanza carezzevole
di Achille.
Forza di Achille.
Forza che travolge.
Forza che forma
una rosa di virilità
e grazia,
i cui petali coprono
le forme sinuose di lei,
distesa sul suo capo
di eroe.
E toglie lui
il petalo dal seno
che si fa irto,
aspettando
le labbra calde
che si soffermano
sulla pelle.
La mano di carezze
ne fa unguento.
Labbra a labbra.
Mani che spalmano.
Spasmi dei muscoli.
E calore da dentro
come vulcano.
Fino all’estasi
che culmina nel piacere
che fa gridare.
***
Sono l’allucinazione
Sono l’allucinazione
che albeggia
in un paesaggio infuocato
nella stagione brumosa.
L’indolenza del giorno avanza
mentre le nostre mani
si intrecciano
nel groviglio di lenzuola.
Il tepore dei tuoi occhi scivola
tra i desideri annebbiati
in un pulviscolo di luce
che spezza
la penombra della stanza.
Un autunno precoce
sparge i suoi colori
in un contrasto
di ombre e di luci.
Nero, rosso e giallo
quasi a rispecchiare
le nostre anime perse.
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approdo ad un silenzio ritardato
chi mi affollava i sensi ora è svanito
oltre le basse collinette dei detriti
di sabbia di cianfrusaglie e di rifiuti
mentre il treno scivola lento accanto
alla vecchia statale del lungomare
chiuso nello scomparto mi raggomitolo al posto
prenotato
mi spetta un diritto di isolamento
lontano dai riti quotidiani
assaggio l'acqua dei ricordi nelle vene
come sangue fluisce nel mio corpo e lo
vivifica
alle spalle c'è tutta una materia dequalificata
ai fianchi il viaggio verso l'unica stazione
vi giungerò derelitto e impreparato
ma guardingo come chi
sa che è in ritardo
e accampa mille scuse
ma definitivamente non avrà più scampo
né treno di ritorno
al capolinea
(dalla
sezione “Annuncio ritardo” in Percorsi
alternativi, Marcus Edizioni, 2013)
Giuseppe Vetromile
NOTE SUGLI
AUTORI
Tiziana Colusso
Tiziana Colusso (www.tizianacolusso.it) è nata a Vergato, a pochi
chilometri da Marzabotto, ed è vissuta per molti anni a Cerveteri. Si immagina
etrusca e cosmopolita. Comparatista di formazione (all’Università La Sapienza
di Roma e all’Université Paris-IV Sorbonne) e autrice di narrativa, poesia,
testi teatrali, fiabe, saggistica. Ha fondato
nel 2009 e dirige FORMAFLUENS – International Literary
Magazine. Ha realizzato dal 2017 il progetto
multimediale Atlante
delle Residenze Creative. È stata dal 2005 al 2011 eletta nel Board
dello European
Writers’ Council. Tra le sue ultime pubblicazioni: Fiabe dei mutamenti (Bertoni,
2020); Il precipizio, teatro delle voci per Donatella e Rosaria
(EscaMontage plaquette teatro, 2020); Residenze
& Resistenze creative (Luoghinteriori, 2018); Torri D’avorio & Autori In Tour. Writers
Houses e Residenze di Scrittura in Europa al tempo della sharing economy
(Robin, 2016, pref. on. Silvia Costa); La
manutenzione della meraviglia. Diari e scritture di viaggio (Stampa
Alternativa/Nuovi Equilibri, 2013). Pratica dal 2006 il Tai Chi con vari maestri e scuole, e ha
praticato meditazione zen e buddhista.
Floredana De Felicibus
Insegnante
di scuola elementare, Floredana De Felicibus è nata e risiede ad Atri (TE), dove
svolge la sua professione. Ama dipingere e scrivere poesie: due passioni
attraverso le quali estrinseca i suoi pensieri in un connubio di pennellate e
versi. L’affascina tutto ciò che è arte, intesa come espressione viva e
autentica dei sentimenti che scaturiscono dalla sensibilità e dalla sfera più
intima dell’artista.
Ha
partecipato a concorsi nazionali e internazionali di poesia e narrativa,
riscuotendo costanti e lusinghieri riconoscimenti. Alcune sue liriche sono
state inserite in volumi antologici, editi da Aletti-Orizzonti Editori, dalla
Casa Editrice Il Filo, da Montedit, da Albus, da Nicola Calabria Editore, ed
altri suoi testi compaiono in antologie e riviste di premi letterari, nelle cui
competizioni si è spesso classificata al primo posto o nella terna di
eccellenza; moltissime le segnalazioni e le menzioni d’onore.
A marzo
2010 ha presentato il suo primo libro, una raccolta di liriche dal titolo I confini dell’ombra, nella quale vi
raccoglie soprattutto la produzione degli anni più recenti.
Ha vinto,
inoltre, il prestigioso premio internazionale di poesia Jacques Prevért 2010, ed
in premio la casa editrice Montedit ha pubblicato la sua seconda raccolta
poetica dal titolo Germogli di viole.
Altre sue raccolte poetiche sono: Con gli
occhi della mente, edita da Collezione Foedus Ars, Frosinone; la silloge Mille Volti, pubblicata dall’Accademia
Barbanera, ed infine Sguardi dentro,
intorno, oltre, edito da Il cuscino Delle stelle, Pereto (AQ).
Lella De Marchi
Lella De Marchi, nata a Pesaro nel 1970,
è poeta autrice performer.
Si è laureata a Bologna in Lettere Moderne
(indirizzo Storia dell’Arte Contemporanea). Ha seguito corsi di sceneggiatura
con Ugo Pirro e Tonino Guerra, corsi di scrittura creativa con Andrea
Camilleri, corsi di lettura espressiva ad alta voce, laboratori di teatro, e
corsi per scrivere serie tv.
Ha pubblicato i libri di poesia: La spugna (Raffaelli 2010), Stati d’amnesia (Lietocolle 2013), Paesaggio con ossa (Arcipelago Itaca
2017) e Ipotesi per una bambina cyborg
(Transeuropa 2020). Ha inoltre pubblicato il libro di racconti Tutte le cose sono uno (Prospettiva
Editrice, 2015).
Ha ottenuto molti premi, sia con l’edito che con
l’inedito, ed è inclusa in molte antologie, cartacee e virtuali.
Accompagna la scrittura nel mondo performandola.
Ha realizzato diverse azioni poetiche, con musicisti pittori fotografi cantanti
attori.
È diplomata al CET di Mogol, come autrice di
testi di canzone.
Carlo Di Francescantonio
Carlo Di Francescantonio è nato a Santa
Margherita Ligure nel 1976. Collabora con il Festival della Parola di Chiavari
e si occupa di poesia sul blog “Letteratitudine”. Ha pubblicato tre romanzi e
nove raccolte di poesia. Tra queste, Memorabilia. Poesie 2000-2015, con
la prefazione di Alessandro Fo, Uomini in fiamme, scritto con Mirko
Servetti, prefazione di Antonio Bux e Anche l’ultimo argonauta se n’è andato
con postfazione di Marco Berisso. È presente nelle antologie Umana,
troppo umana. Poesie per Marilyn Monroe e Voci dall’esilio, nelle
riviste “Atelier Poesia”, “Banchina”, “Mirino”, “Satisfiction”, “Fluire”, “l’immaginazione”
e all’interno della collana Poeti e Poesia a cura di Elio Pecora. Ha
partecipato al disco di poesia e musica elettronica Poème électronique. 2016/2020, nato dall’omonima
rassegna letteraria a cura di Ksenja Laginja e Stefano Bertoli. Nel 2021 ha
fondato, insieme a Stefano Bertoli, Roberto Keller Veirana e Gianni Rossello, “Magazzino
CdF” gruppo di ricerca musicale ambient, noise, industrial.
Giovanni Dino
Nato a Palermo nel 1959, da sempre
vive ed opera a Villabate (Pa). Reputa sua vera scuola le molteplici esperienze
di vita con persone di diversa levatura sociale e culturale e la loro amicizia.
Ha frequentato corsi di teologia e studi biblici dedicandosi anche a diversi
approfondimenti filosofici sul Bene e sul Male, sul Bello e sul Buono, a studi
sulla poesia nazionale contemporanea dal dopoguerra ad oggi e su poeti
palermitani, molti dei quali conosciuti e frequentati. Cattolico, aperto
ecumenicamente verso tutte le fedi religiose. Ha pubblicato: La parola sospesa (1994); Ritorneremo (I Cavalieri dello Spirito, 1998);
Anima di gatto (2002); E ritorno a te (2004); Un albero che nutre la terra di cielo
(2007); 11-12-13 (2013) con Nicola
Romano; La nascita di una idea
(2015); Nessuno va via (2017); Lettera a mio figlio che non ho conosciuto
(2019). Ha curato “Indice Generale 1986-2003 autori della rivista Spiritualità & Letteratura” (2003); gli Editoriali di Spiritualità & Letteratura (2006); Nuovi Salmi con Giacomo Ribaudo (2012); I poeti e la crisi (2015) e Il folklore di Villabate (2018); La verità a quattr'occhi - Intervista
conversazione con Elio Giunta (2019); La
scrittura il luogo e il tempo - Intervista conversazione con Lucio Zinna (2020).
Presente in varie antologie di poesie e dizionari di autori, collabora a
diversi periodici e riviste letterarie.
Claudia Di Palma
Claudia Di
Palma, nata a Maglie nel 1985, vive e lavora a Lecce. Tra le sue esperienze più
importanti si annovera la passione per il teatro. Ha collaborato con "Astragali
Teatro" (2005) e "Asfalto Teatro" (2006/2012) e attualmente
collabora con la compagnia teatrale "Suddarte". Nel 2016 ha
pubblicato la sua prima raccolta di poesie, Altissima
miseria (Musicaos Editore), ricevendo diversi premi e riconoscimenti (Vincitrice
del Premio Nazionale di Poesia "Luciana Notari" nella sezione
"Opera prima", Finalista Premio Gradiva-New York, Finalista Premio
Internazionale di Letteratura "Città di Como", Attestato di Merito al
Premio Internazionale di Letteratura Alda Merini - Brunate, Vincitrice del
Premio speciale del Presidente della Giuria del Concorso "
Interferenze"
indetto da "Bologna in Lettere", "Medaglia d'onore" al Premio
Internazionale di poesia "Don Luigi Di Liegro"). Nel 2021 ha
pubblicato la raccolta di poesie Atti di
nascita (Minerva Edizioni). È presente nell'antologia poetica Il corpo, l'eros (Giuliano Ladolfi
Editore, 2018), nell'Almanacco di poesia italiana Secolo Donna 2019 (Macabor Editore), in Maternità marina (Terra d'ulivi edizioni, 2020) e in diverse
riviste, tra cui “Atelier”, “Gradiva”, “Le Voci della Luna”. Le sue poesie sono
state tradotte in inglese e in spagnolo. Fa parte della piattaforma europea di
poesia "Versopolis" e della redazione del lit-blog "Poeti
Oggi".
Gabriella Paci
Laureata
in storia e filosofia presso l’Università degli studi di Firenze, Gabriella
Paci ha sempre vissuto ad Arezzo, dove ha svolto con passione l’insegnamento
delle lettere presso un istituto superiore della città. Appassionata di viaggi
e di letture, ha avuto da sempre l’inclinazione ad osservare la realtà ed
ascoltare la sua voce interiore anche se è solo dal 2014 che scrive poesia in
modo più o meno continuativo.
Ha
pubblicato quattro libri di poesie: Lo
sguardo oltre, edito da Aletti
nel 2015; Onde mosse, edito da Effigi nel 2017; Le
parole dell’inquietudine, edito da Luoghinteriori nel 2019; Sfogliando il tempo, ediz Helicon nel
2021.
Ha
ricevuto numerosissimi e prestigiosi premi di carattere nazionale e
internazionale, tra i quali il “Michelangelo”; il “Quasimodo”; “Buongiorno
Alda”, “Città di Varallo”, il Premio internazionale “Poeta dell’anno”, il “Premio
Atlantide”; il “Premio Equilibri 20”, il premio mondiale “Nosside”.
Le sue
poesie sono presenti in molte antologie e in vari blog. Scrive sul giornale on line
“Alessandria today news” e “La voce agli italiani”.
Ha
pubblicato in riviste quali “Luogos” del Giglio blu di Firenze e “Buonasera
Taranto” ed. “Euterpe”.
Fa parte
dell’associazione “Wiki poesia” e di” Poetas du mundo” ed è presente sul blog
“poetry factoy” “e Italian poetry”.
Rossella Renzi
Rossella Renzi vive in provincia
di Ravenna dove attualmente insegna materie letterarie negli Istituti
superiori. In poesia ha pubblicato: I
giorni dell’acqua (L’arcolaio 2009), Il
seme del giorno (L’arcolaio 2015) con la prefazione di Gian Mario Villalta,
finalista al Premio Carducci e 2^ classificato al Premio Di Liegro; Dare il nome alle cose (Minerva 2018);
il saggio in E-Book Dire fare sbocciare.
Laboratori di poesia a scuola (Pordenonelegge 2018). È redattrice di “Argo”
e di “Poesia del nostro tempo”; per la casa editrice Argolibri dirige la
collana “Territori” per cui ha curato il volume Argo 2020 L'Europa dei poeti. Con altri autori ha curato i volumi L'Italia a pezzi. Antologia dei poeti
italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie (Gwynplaine 2014), gli
Annuari di poesia: Argo. Poesia del
nostro tempo (2015 e 2016); Argo –
Confini (Istos 2018). Per Kolibris ha curato il blog “Donne in poesia”, ha
lavorato alla realizzazione del blog www.ipoetisonovivi.com. Collabora con
riviste di critica e poesia, per Radio Sonora conduce il programma
“Conversazioni in poesia”. Realizza progetti con artisti di vario tipo per
approfondire il dialogo tra la poesia e le diverse forme espressive. Collabora
con l’Associazione Independent Poetry attiva nell’organizzazione di eventi sul
territorio romagnolo. Si è laureata nel 2003 all’Alma Mater di Bologna col
Prof. Alberto Bertoni, scrivendo una tesi su Eugenio Montale e la poesia del
secondo Novecento.
Antonietta Tiberia
Antonietta Tiberia è nata nel 1941 in Ciociaria
ma vive a Roma. Si destreggia tra narrativa, poesia e traduzioni. Ha pubblicato
Calpestando le aiuole; I racconti del ponte; Haiku per un anno
bisestile (edizioni Progetto Cultura) e varie traduzioni: Jorge
(poesie di Sotirios Pastakas, ediz I quaderni del bardo); Di oggi; Omero
prende solo il fiore, ediz FusibiliaLibri (poesie dallo spagnolo di Mario
Paoletti); Il mio nome è Bond (autobiografia di Roger Moore) e Astrologia
araba C. Aubier (ed. Gremese); Unspoken/Inespresso (poesie di Fatiha
Morchid, ediz. LietoColle).
Già redattrice della rivista “Linfera”, collabora
alla rivista poetica “Il Mangiaparole”.
Ha pubblicato articoli, racconti, poesie,
prefazioni e recensioni su varie antologie, quotidiani, riviste cartacee e
on-line.
Di
lei non si può certo dire che si annoi. È una lettrice accanita, onnivora, e si
diletta a giocare con le parole. Sa parlare in quattro lingue e tacere in tutte
le altre. Dopo la pensione ha ripreso in mano un vecchio sogno tenuto nel
cassetto per anni. Odia la routine e va sempre alla caccia di sfide letterarie
cui dedicarsi. Crede nell'amicizia e sogna di poter essere amica di tutti. È
appassionata di cucina e le piace preparare ogni giorno una ricetta nuova. È curiosa come una scimmia
ma riesce a trattenersi.
Morena Virgini
Morena
Virgini, nata a Sezze (LT), insegna Lettere in una scuola media di Latina. Ha
vinto il Premio di Poesia "Nero&Giallo Latino-Le Fleur du Noir”,
nell’ambito della rassegna noir “Giallo Latino”, nel 2012 e nel 2013. Le sue
poesie sono inserite nelle antologie di “Giallolatino” del 2011, 2012, 2013 e
2014 della “Ego edizioni”. Si è classificata quinta alla seconda edizione del
concorso di poesia “Latina in Versi” nel 2013 e la poesia è stata pubblicata
nell’antologia “Premio Letterario Luigi Cinelli” edita da “La Lettera
Scarlatta” nel 2014. Una sua poesia fa parte dell’Antologia di poeti pontini
“Sabino Vona”, pubblicata nel 2015. La raccolta di poesie Mentre tutto tace, edita nel 2017 da Laura Capone Editore, ha
segnato il suo debutto letterario. Nel 2017 è candidata al “Premio Letterario
Camaiore”. Nel 2018 ha vinto il “Premio Nazionale Letteratura Italiana
Contemporanea” VI edizione per la sezione "Poesia Inedita" e le
quattro poesie vincitrici sono state pubblicate nell’antologia “Madre della
Tenerezza” vol. II. A luglio 2019 è stata pubblicata la sua seconda raccolta di
poesie Gioco di maschere e altre poesie
edita da Fabio Croce Editore. Nel 2019 è stata finalista del concorso di poesia
“Giornata Mondiale della Poesia. 100
Thousand Poets for Change” e la sua poesia è stata pubblicata nell’omonima
antologia. Nel 2020 ha vinto l’VIII edizione del “Premio Nazionale Letteratura
Italiana Contemporanea” nella sezione "Poesia Inedita" e le quattro
poesie vincitrici sono state pubblicate nell’antologia "RuGiada". Nel
2021 al Concorso Letterario "Una poesia per Giulia" è stata premiata
con una "Menzione speciale in lingua". Ad aprile 2021 ha vinto la IX
edizione del “Premio Nazionale Letteratura Italiana Contemporanea” nella
sezione “Poesia Inedita” con pubblicazione antologica delle tre poesie
vincitrici.