Introduzione
In una
recente interessante trasmissione televisiva dedicata al grande Giuseppe
Ungaretti, il nostro Poeta affermava che, vivendo in prima persona i
tristissimi giorni e momenti di guerra, il suo impeto vitale, la sua grande
necessità di cantare la vita e l’amore, dovevano necessariamente adeguarsi alla
situazione bellica. Non c’era tempo, né spazio, né mezzi comodi per esprimere
tutto ciò che gli nasceva nell’intimo, tanto è vero che doveva utilizzare
frammenti di carta sgualcita sui quali scrivere pochi versi. Pochi versi, poche
parole, ma forti, potenti, incisive, lapidarie, come duri e incisivi erano gli
stessi terribili momenti da descrivere, da “dire”, in un lampo di
assoluta e immensa verità dell’anima.
Come si
può ancora scrivere una poesia che possa in qualche modo adeguarsi ai tenebrosi
giorni attuali? Come può essere possibile descrivere in versi una situazione
bellica generalizzata che sta devastando la maggior parte del mondo, col
rischio che presto possa svilupparsi in una guerra totale?... Le cose sono
cambiate. Le guerre precedenti venivano combattute limitatamente ai confini
nazionali e gli uomini vi prendevano parte in modo diretto, quali soldati o
persone vicine ai campi di battaglia, e quindi, come Ungaretti, questi avevano
un’esperienza diretta, vissuta sulla propria pelle, per raccontare i fatti. Ma
oggi, purtroppo, le guerre vengono combattute con l’uso di droni, missili,
bombe, che vanno a colpire nazioni anche molto lontane, e l’uomo-poeta non ne
prende parte, può soltanto vedere, osservare gli scenari, percepirne l’orrore
da lontano.
Ciò non
toglie che il poeta, e l’artista, possa (o debba?) essere un uomo che aborrisce
la guerra e i conflitti armati. Se ci pensiamo bene, la guerra, che in fondo è
nata con l’uomo, è una stupidità enorme, una crudeltà ingiustificata e
ingiustificabile: che senso ha “uccidere” l’altro? Che senso ha bombardare
e distruggere case, città, radere al suolo ogni cosa?... Per l’uomo “normale”
tutto ciò dovrebbe apparire incredibile, immorale, inumano. E il poeta, e
aggiungerei ogni uomo che si dedica a mettere a frutto la propria creatività
attraverso l’arte e la cultura, non può non essere contrario all’uso delle armi
per derimere dissidi e disaccordi tra le persone: egli deve essere dunque
consapevole del fatto che l’uso delle armi, la guerra, è meramente un mezzo per
invadere e distruggere l’”altro”, al fine di impossessarsi delle sue
ricchezze territoriali. Altro che guerra a fin di bene, per ristabilire pace ed
equilibri politici e culturali ritenuti “giusti” solo dalla parte di chi
aggredisce, in un quadro di generale e diabolica ipocrisia!
Noi poeti
cosa possiamo fare? Usare la parola poetica, nello stesso modo con il quale
Ungaretti e tanti altri l’hanno usata, nel loro piccolo: noi nel nostro
“grande” mondo, che attualmente è tutto una polveriera. Non serviranno a
cambiare le cose, le nostre parole poetiche, non convinceranno i cosiddetti grandi
della terra a cambiare opinione e metodi, ma sicuramente contribuiranno a informare
e sensibilizzare su questo argomento tutti coloro che leggeranno e che
ascolteranno le voci dei poeti gridare l’oscenità e l’orrenda insulsaggine, la
disumanità della guerra.
La lodevolissima
rassegna “DisarmArti”, con i suoi numerosi appuntamenti, offre
sicuramente un contributo fattivo e un sostegno culturale, attraverso il lavoro
e l’opera di poeti, artisti, musicisti e performativi che vi prendono parte,
alla diffusione di una grande idea di pace, di una maggiore affermazione di
sani valori etici e morali nell’odierna società, per contrastare con
determinazione gli impulsi aggressivi e bellici che alla fine portano all’uso
delle armi per conquistare, sopraffare e imporre i propri credi sugli altri.
Saranno forse gocce in un mare blasfemo e burrascoso, ma ognuna di quelle gocce, ognuna di quelle poesie, avrà in sé la luce, la bellezza e la potenza dell’amore, ad oscurare ogni velleità distruttiva.
Giuseppe
Vetromile
***
Il 22 febbraio il Museo Broggi, interessante e prezioso recupero urbano industriale del Comune di Melegnano, già sede della mostra disarmArti (7-28 febbraio 2026) a cura di Massimo Silvotti, codirettore del Piccolo Museo della Poesia Oratorio di Zamberto e curatore della stessa (otto gli eccellenti artisti esposti: Bertozzi & Casoni, Giulio Callegari, Michelangelo Galliani, Omar Galliani, Ernesto Jannini, Giordano Montorsi, Marco Nereo Rotelli e Feuei Tola, tutti presenti all'inaugurazione insieme ad una indimenticabile Elena Cecconi al flauto), facendo seguito ai due imperdibili appuntamenti dell'8 e del 15 febbraio (in locandina l'alto profilo dei protagonisti e curatori degli incontri), è stato cornice di un evento multidisciplinare e performativo a sostegno della pace, curato dalla sottoscritta con Mauro Ferrari, da poco nell'organico del Museo della Poesia in qualità di direttore della sezione Poesia Italiana, e Antje Stehn, dell'associazione “Poetry is my passion” e membro esterno del Museo della Poesia. Significativa la presenza della referente per Piacenza di Emergency, Alessandra Allegri.
Occorre però fare prima un
passo indietro e ricordare che disarmArti
nasce, nella sua prima edizione, dedicata ai bambini di Gaza e dell’Ucraina, in
memoria di Papa Francesco, il 13 settembre 2025, ad Arena Po, nello spazio del
meraviglioso Cantiere Museo Grillo, come iniziativa del Museo della Poesia e
della Bipa (Biennale Italiana di Poesia fra le Arti),
con la partecipazione di 98 artisti di tutte le discipline a sostegno della
pace. Un dispiegamento di forze straordinario durato l'intera giornata, per opporre
alla ferinità di un mondo violento i linguaggi nobili delle arti. Allora
Massimo ed io pensammo, come in altre occasioni, La soglia, per esempio, in occasione dell'inizio del conflitto tra
Russia e Ucraina, alla necessità di creare una solida e virtuosa rete per la
pace che trovasse coesione nell'arte.
Da quando la situazione
mondiale è ad un pericoloso punto di non ritorno riteniamo più che mai che
questo sia il linguaggio da opporre all'atrocità, ormai fuori controllo, della
nostra contemporaneità. Ecco perché l'idea di fondo che ha sostenuto l'evento
del 22 febbraio è stata, ancora una volta, quella di offrire al numeroso
pubblico intervenuto al Museo un'esperienza corale e performativa in cui
dialogassero poesia, arte, musica e voci diverse, storie diverse che si
fondessero in un'unica voce per riflettere sulla nostra feroce attualità, con
l'obiettivo precipuo di contribuire a promuovere una cultura di pace.
Le poetesse e i poeti italiani e di altre parti del mondo che io e Antje, mettendoci a nostra volta in gioco, abbiamo avuto il piacere di invitare, Emilia Barbato, Marco Bellini, Alessandro, Cindy Delfini (Sierra Leone), Ivan Fedeli, Mauro Ferrari, Betty Gilmore (USA), Guido Oldani, fondatore del Realismo Terminale e candidato al Nobel, Alessandra Paganardi, Anna Ruotolo, Giancarlo Sammito (il quale ha letto e interpretato magistralmente "La tenda", poesia palestinese tratta da "Il tuo grido è la mia voce", 5 euro ad Emergency a Gaza per ogni copia venduta), Salih Selimovic (Bosnia), Lucilla Trapazzo (Svizzera), Giuseppe Vetromile, Marco Vitale e Omar Brontesi, magica voce e chitarra che ha introdotto e intervallato letture e performance, ci hanno regalato un pomeriggio e una serata intensa, cruda, commovente in cui sentirci umani di un'unica famiglia. Non è poco. Grazie di cuore!
N. B. Dal 22 febbraio ad
oggi le zone calde del pianeta si sono moltiplicate esponenzialmente, l'Europa
stessa, il nostro Paese non sono più "al sicuro".
Dobbiamo crederci, crederci
davvero nella poesia, nell'arte, come recitava l'istallazione di Marco Nereo
Rotelli al Museo Broggi, "A cosa
serve l'arte se il suo esercizio non ci trasforma in uomini - e donne,
aggiungo io - di pace?”.
Sabrina
De Canio
La testimonianza di Emergency
Il loro grido è la mia
voce. Poesie da Gaza
L’importanza degli incontri della rassegna
“DisarmArti”, e in particolare quello del 22 febbraio scorso a Melegnano, è
stata ulteriormente avvalorata da una iniziativa dell’Editore Fazi, il quale ha
accolto e pubblicato una interessante antologia dedicata a Gaza. Riportiamo qui
di seguito le considerazioni di Emergency, beneficiaria delle vendite
dell’antologia. Ci è sembrato così opportuno includere in questo volume
antologico di “Transiti Poetici” dedicato all’incontro del 22 febbraio anche
queste considerazioni, per offrire il nostro contributo alla conoscenza e alla
diffusione di quanto il mondo poetico sia vicino anche materialmente alle
grandiose e importanti attività umanitarie svolte da Emergency in tutto il
mondo e, in questo particolare e orribile momento storico, a Gaza.
Per ogni copia venduta dell’Antologia l’editore
Fazi devolve 5 euro a Emergency. È un grosso impegno da parte dell’editore, il
quale ha deciso di rinunciare ai suoi guadagni per sostenere il lavoro di
Emergency che è a Gaza dall’agosto 2024 cercando di portare aiuto ai gazawi
tramite la nostra clinica di salute primaria ad al-Qarara e con le attività di
supporto all’Ambulatorio di al-Mawasi.
Quello che possiamo fare noi è acquistare il
libro. È importante per il sostegno, ma è molto importante anche leggere le
poesie in esso contenute. Uno dei curatori ad una presentazione che abbiamo
fatto a Piacenza questa estate mi ha dato da pensare affermando che queste
poesie non andrebbero lette seduti comodamente in poltrona, ma in piedi, perché
noi non immaginiamo neppure come possa essere la vita a Gaza e non possiamo
stare comodi mentre leggiamo cose terribili.
In questi giorni ho ascoltato una breve
intervista ad un palestinese di Gaza, il quale faceva notare come i palestinesi,
che ormai vivono in tende fatiscenti, non hanno una parete alla quale
appoggiare la schiena, e quindi si definiscono persone “senza schiena”.
A Gaza la situazione è altamente critica
Senza un afflusso costante di materiali e farmaci
e senza evacuazioni mediche su larga scala, la riapertura del Valico di Rafah
rischia di restare solo un gesto simbolico.
La riapertura del Valico, dopo oltre 18 mesi di
chiusura quasi continuativa da parte del governo israeliano, è sicuramente una
buona notizia per la popolazione della Striscia. Ma da sola non basta: deve
essere seguita da azioni concrete, immediate e continuative.
Meglio di tante parole vale quello che ci spiega
Giorgio Monti, nostro Coordinatore medico a Gaza: “Ci sono 18.500 persone nella
Striscia che attendono da mesi l’evacuazione. Tra loro 4.000 bambini e 4.000
persone con patologie oncologiche”, spiega. “Centellinare le evacuazioni
rischierebbe di provocare danni irreparabili alla salute delle persone e di
innescare una spirale di morte. In poco più di due anni, almeno1.268 gazawi
sono già morti mentre aspettavano di poter uscire per ricevere cure
specialistiche. Nella nostra clinica ascoltiamo spesso le storie dei familiari
dei malati”, raccontano i nostri operatori. “Ci dicono di non avere indicazioni
chiare sulle procedure da seguire, di non sapere a chi rivolgersi, né quando
arriverà il loro turno.”
Intanto, a Gaza continuano a mancare le cose più
basilari.
A dicembre 2025 sono entrati nella Striscia 62
tonnellate di aiuti, un numero già fortemente ridotto rispetto ai bisogni. A
gennaio appena 37. A noi servirebbero antibiotici per curare le polmoniti o
farmaci per l’ipertensione dei nostri pazienti. Sentiamo parlare di piani per
costruire riviere e grattacieli e intanto qui le persone continuano a morire:
sotto le bombe, per l’assenza di farmaci ed equipaggiamenti sanitari, in balìa
del freddo e della fame, del sovraffollamento e dell’indigenza più assoluta.”
Alessandra Allegri
(referente per Piacenza di Emergency)
EMILIA BARBATO
Perciò
vivo nei sogni
Gli
uomini erano necessari
e
si aiutavano, avevano dimenticato
le
piccole efferatezze e sistemato
per
sempre i coltelli nel seminterrato,
non
giudicavano, operavano solo
per
il bene comune, mormoravano
come
limpidissime acque e le sere
si
ritrovavano felici nelle case,
nettando
sugli zerbini quel poco ego
rimasto,
riempivano del giusto
lo
svuotatasche e tutti
erano
uguali, privi d’ansia.
Se
uno cadeva, l’altro misurava in utilità
il
tempo del rialzo,
se
uno pensava di morire
sul
binario, l’altro non imprecava del ritardo.
(Da Capogatto, Puntoacapo Editrice, 2016)
***
Da
molto lontano l’uomo risale
il
passo è limite
il
corpo un’impressione d’aria.
Soffia
quel poco sul vasto
poi
ridiscende. Se ne va
instabile,
lieve.
(Da Primo
Piano Increspato, Stampa2009, 2022)
***
Minuto di mito l’uomo versa
di anfora
in anfora un torbido
momentaneo
sul mare.
Rombo
d’onda si frange
in rosse e
grosse bugie
calcando
l’ombra dell’immortale.
Emilia
Barbato è nata a Napoli nel 1971 e risiede a
Milano. I suoi testi sono apparsi in diverse antologie, sulla rivista “Gradiva
International Journal of Italian Poetry”, “Il Segnale”, “Poezia” di Bucarest, “Immaginazione”
delle Edizioni Manni e sull’Aperiodico ad Apparizione Aleatoria delle Edizioni
del “Foglio Clandestino”. Geografie di un Orlo (CSA Editrice, 2011) è la
sua prima raccolta. Seguono Memoriali Bianchi (Edizioni Smasher, 2014), Capogatto
(Puntoacapo Editrice, 2016), Il rigo tra i rami del sambuco (Pietre Vive
Editore, 2018), Nature Reversibili (LietoColle, 2019), Flipper
(Officina Coviello, 2022), Primo Piano Increspato (Stampa 2009, 2022).
Lo Spaventapasseri
Tu, precipitato di energia nuova,
correvi, saltavi
immerso lungo il sentiero tra il maggese
e il campo di grano. D’improvviso
uno spaventapasseri piantato tra le spighe
(la campagna ancora ne partoriva).
Incerto tra stupore e paura ti eri fermato
avevi cercato la mia mano nella domanda:
“ma è povero? Così magro!”. E ancora
toccando una vergogna nascosta:
“è come un extracomunitario? Dove sta di notte?”
E in ultimo come una sentenza involontaria
scritta nel silenzio messo lì a difesa:
“lo cacceranno via?”
Mentre il sentiero ci portava nascondendoci
un colombaccio si posava
tra la paglia del braccio sinistro.
(Da L’orizzonte che ci spetta,
Ronzani Editore, 2025)
***
Confini
Davvero non si pensava che anche un
fosso,
lì, appena discosto dallo sterrato,
potesse essere un nido, quasi un letto;
che fossero uno stelo d’erba e una ciglia
legate alle stesse ore. La paura
una coperta per l’età di questi uomini
che si contano le unghie scure nella terra
e sul vicino il sudore animale. Oggi è così
i rumori sparati, i rumori lanciati si diradano,
tornano nel fosso i movimenti, le articolazioni allungate.
Tra loro non si guardano, non fanno domande
nessuno si riconosce, nessuno
racconterà quelle ore. E il giorno dopo:
un tronco cavo, una corda,
agivano sulle cose attorno per tenersi saldi.
Misuravano il rischio da prendere, forza
della corrente. Di là un argine fiorito
la cadenza di un nome diverso, di una bandiera,
i suoi colori mai incontrati. Cercavano
un’altra opportunità.; da lì sarebbero passati.
Lo studio del terreno, le curve,
la spinta della bracciata; per avere un riscontro
non bastavano, come credevano.
(Da Sotto l’ultima pietra, La
Vita Felice, 2013)
***
Le dita sulla rete
(Un campo profughi nel terzo millennio)
Alle spalle, fermate con i sassi lungo
linee regolari, le tende;
sotto: la terra sbagliata, quella che nessuno chiama casa.
Stanno in piedi, lo sporco dietro le orecchie, le mosche
sulle pieghe sudate; tengono le dita sulla rete, guardano
lo spazio, una linea diversa che sia una proposta.
Chissà se provano a fare il conto: la
distanza dalle colline
che ogni notte si spengono e mettono a letto le cose,
una sedia, una coperta piegata di fretta. Oggetti lasciati
nell’urgenza del distacco, o forse per appartenere ancora.
Là tra i ciuffi e le rocce, si tiene la possibilità
di tutte le direzioni, un’altra luce, un ritorno. Lo sanno,
domani niente sarà più vicino e la coperta ancora perduta.
A qualcuno toccherà fermare lo sguardo,
tenerlo sopra,
misurare il perimetro, la rete che tiene fuori la paura
e dentro li fa stranieri. Si dovrà mettere qualcosa al servizio:
un passo, o l’avanzo sporcato del tempo gettato. Lo sappiamo,
qualcuno dovrà guardare sotto l’ultima pietra.
(Da Sotto l’ultima pietra, La
Vita Felice, 2013)
Marco Bellini,
nato nel 1964, vive in Brianza. Ha pubblicato: Semi di terra (LietoColle,
2007); per le Edizioni Pulcinoelefante, la poesia Le parole (2008); la
plaquette E in mezzo un buio veloce (Edizioni Seregn de la
memoria, 2010); Attraverso la tela (La Vita Felice, 2010); Sotto
l’ultima pietra (La Vita Felice, 2013); La distanza delle orme @ –
Poesie con CD Inserti (La Vita Felice, 2015); il libro d’artista Tra le spine (Edizioni Il ragazzo
innocuo, 2018); La complicità del plurale (LietoColle, 2020, Premio Tra
Secchia e Panaro, Premio Casentino, Premio Lago Gerundo); L’orizzonte che ci
spetta (Ronzani Editore, 2025). Ha contribuito con alcune liriche al libro
curato da Anna Maria Farabbi L’arte tra bocca e cibo (Al3viE 2022). Nel
2013 è risultato vincitore con inedito nelle selezioni italiane per l’European
Poetry Tournament. Sue poesie hanno ottenuto riconoscimenti in diversi concorsi
e sono presenti in numerose antologie, su blog e riviste di settore. È stato
tradotto in diverse lingue europee. Ha curato la rassegna di eventi sulla
poesia in collaborazione con l'Associazione artistico culturale Artee20 di
Merate (Lc). Fa parte delle giurie del Premio
Letterario Nazionale Galbiate e Concorso nazionale di poesia e narrativa
“Guido Gozzano”. Ha collaborato con la rivista Qui libri, con il
semestrale di letteratura Incroci e
con il blog CasaMatta dove, assieme a Simona
Bartolena, ha curato la rubrica Le
parole e la Tela. Con
Paola Loreto ha curato
l’antologia poetica Muri a secco (RPlibri,
2019) e attualmente cura la serie di antologie Intrecci (Puntoacapo
Editrice). In collaborazione con il Comune di Imbersago (LC), cura la rassegna
di eventi Poesia sul traghetto.
Samāpatti
Through imagination to the pink
of its well, I fix it
in my gaze, I interrogate
a wedge of grapefruit.
I ask it with whom
it conversed from its branch,
who courted it,
how many clouds and drops of rain
it welcomed in its womb.
I nudge pronouns from the margins,
I practise being one:
I scrape the brinks, seek vertigo
in the marble, on the threshold
of this exploded June –
Then I unfurl the word
until it becomes a breath,
a silver thread of wind.
A hollow of peace.
---
Con l’immaginazione fino al rosa
del suo abisso, lo fisso
nello sguardo, interrogo
uno spicchio di pompelmo.
Gli domando con chi
si sia intrattenuto dal suo ramo,
chi l’abbia corteggiato,
quante nubi e gocce di pioggia
abbia accolto nel suo grembo.
Scosto pronomi dai contorni,
mi esercito nell’uno:
raschio gli orli, cerco vertigini
nel marmo, sul taglio
di questo giugno esploso –
poi apro la parola
fino a farne soffio, bava di vento.
Incavo di pace.
Alessandro Castagna nasce a Milano nel 1978,
città dove vive. Insegna inglese. Ha pubblicato due libri di poesia: Chiaroscuri
(edizioni Puntoacapo) e Cerchi (Ibiscos Editore), primo classificato al
Premio San Domenichino. Ha inoltre pubblicato due fiabe presso la casa editrice
ESG, in Svizzera: Il lupo e Cappuccetto Rosso e La tessitrice di
parole. Si occupa di tutto ciò che gravita intorno alla poesia,
impegnandosi sia come autore che come formatore.
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SABRINA DE CANIO
I bambini di Gaza
Una rete arrugginita
frantuma l’azzurro
in piccoli pezzi romboidali.
Una bambola
dondola le gambe
da ore sulle macerie.
Bambini
come papaveri di campo
in un bicchiere.
Sabrina
De Canio (Piacenza, Italia) è poetessa,
traduttrice, condirettrice generale
e direttrice della sezione internazionale del
Piccolo Museo della Poesia Oratorio di Zamberto, unico Museo della Poesia al
mondo, e membro fondatore della Biennale Italiana di Poesia fra le Arti (BIPA).
Le sue poesie, tradotte in svariate lingue, sono state premiate e pubblicate su
antologie e riviste letterarie nazionali e internazionali.
È
del 2020 la raccolta Libera nos a malo,
del 2023 Nel cuore del silenzio/In inima
tacerii e del 2024 Respect, Marco
Nereo Rotelli e 150 poetesse contro la violenza sulle donne. Le sue attività, in qualità di volontaria,
organizzatrice, curatrice e direttore artistico di eventi nazionali e
internazionali, si qualificano per un forte impegno civile.
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CINDY DELFINI
Broken dreams
Broken lives
hopes swept away
as the line between reality and dystopia
grows thin
To look for peace
without justice
is to believe
in fairy tales
Education
teaching
to look beyond,
learning
to disobey
like learning
to count
Stop these rides
head is still spinning,
but there is no more time
Humans,
stripped of humanity
Minds
closed tight,
trapped in a routine,
forgetting
what mercy is
---
Sogni
infranti di vite spezzate
Speranze
spazzate
Mentre
il confine tra realtà e distopia si fa sempre più labile
Cercare
la pace senza giustizia
È
dar retta alle favole
Educazione
Insegnare
a
guardare oltre
Imparare
a disobbedire come si impara a contare
Fermate
queste giostre
La
testa ancora gira
Ma
non c'è più tempo per i forse
Umani
Spogliati
di umanità
Menti
Serrate,
nella routine intrappolate
Dimenticano
cosa sia la pietà
Nata a Milano nel 1997, Cindy Delfini è
una poetessa di origine italo-sierra leonese, autrice di Anime inquiete,
una raccolta di poesie che esplora i temi delle emozioni, della consapevolezza,
dell’identità e della rivendicazione, pubblicata da Grace Edizioni.
Ma
la felicità? La insegnano forse
i
gerani appesi al sole la loro
pazienza
domestica di aprirsi
ai
colori nei balconi a settembre
o
forse appartiene alle cose e non sai
di
lei se non per istinto difetto
proprio
quando ti sfugge in silenzio
nel
cappotto stile anni Ottanta
o
in qualche disegno di tuo figlio
bambino
dove hai solo mani e capelli
e
c’è un cuore sotto a dirti ecco sei
tu.
Giorni da trasloco questi giorni
che
separi le camicie dai giochi
i
silenzi e i luoghi a destra la vista
dei
tetti altrove le rondini in fuga.
Così
felici abbastanza non troppo
noi
come un bacio al ginnasio dato
di
fretta dimenticato per sempre
poi
prima di finire nel buio
in
una scatola messa da parte
da
chiudere con lo scotch rosso quello
che
sigilla bene che dura una vita.
***
Sa
di città la ragazza con gli occhiali
mentre
conta margherite e petali
in
attesa di sole. Scrive lettere
d’amore
in silenzio e ha un’aria pulita
come
una domenica al lago. Fa
la
rivoluzione così leggendo
Heidegger
al cane e sorride quasi
nel
sorriso avvolgesse lei e noi.
La
chiamano poi da lontano e s’alza
nella
camicia bianca con la grazia
delle
nuvole. Appartiene all’età
di
chi sogna e tu pensi alle idee
che
cercano il cielo senza fermarsi
mai.
Cose care queste alla vita
e
tremende raccontano i poeti
di
qui e Milano scivola via dopo
il
Lambro e le panchine zoppe al parco,
quella
loro poesia di baci
corsari
e pioppi uno via l’altro
sospesi
fino a perdersi felici.
***
La
luce proletaria della sera
mentre
incoccia il silenzio delle gru
che
s’addossano nel cielo. È il contorno
di
Milano dove contano giorni
e
bollette uomini grigi spiando
la
vita dalle tapparelle zoppe
prima
di finire in un ricordo.
C’è
chi legge Baudelaire altri fanno il muso
al
mondo chiedendo a Dio uno sguardo
buono
per tutti. Ma sono esistenze
da
bassa stagione quando la gioia
latita
e si passa come gli sconti
all’Esselunga
o l’acqua stagna
delle
pozzanghere dopo gli incroci.
Viene
così la primavera dici
e
nessuno sa se durerà a lungo
se
anche l’erba tagliata dopo i ponti
cederà
spazio ancora per gli asfalti
a
quel profumo inadempiente, scuro.
(Da
La gioia elementare, L.Pellegrini editore, 2025)
Ivan Fedeli (1964) insegna lettere e si occupa di
didattica della scrittura. Ha pubblicato diversi percorsi poetici, tra cui Dialoghi
a distanza in “Sette poeti del Premio Montale” (Crocetti), Virus (Dot.Com.Pres.),
A margine (Ladolfi editore) e, per i tipi di puntoacapo editrice: Campo
lungo, Gli occhiali di Sartre, La meraviglia, La buona
educazione, Cose di provincia. La gioia elementare (Luigi
Pellegrini Editore, 2025), nella cinquina del Premio Camaiore, ha vinto
i premi San Domenichino, Casentino, La poesia onesta.
Apocalisse
Dei
sette giorni il lunedì
fu
quello delle decisioni, della pietà
abrogata
a norma di legge.
Il
martedì fu il giorno dei preparativi,
dell’efficienza
militare: l’Onore,
la
Gloria imperitura – le parole.
E
venne il terzo giorno, con lo stridio
dei
cingoli, il clangore dei motori
e
altissime le urla verso il cielo.
Il
quarto giorno corse il sangue,
più
rosso e denso delle profezie.
Rastrellamenti,
incendi – la prassi usuale.
Il
quinto giorno: suppliche e fosse comuni,
file
di profughi, increduli
che
l’impensabile sia sempre possibile.
Ben
poco si riporta il sesto giorno:
occhi
arrossati, mani tremanti, lingue mute.
Registri
compilati per un domani.
Cadde
il silenzio poi quel giorno,
il
settimo, nell’aria fetida e letale.
I
vincitori, condannati, stettero.
Mauro Ferrari (Novi
Ligure 1959), direttore di puntoacapo Editrice, in poesia ha pubblicato, da
ultimi, Il libro del male e del bene, antologia (puntoacapo 2016); Vedere
al buio (ivi 2017); La spira.
Poemetto (ivi 2019); Seracchi e
morene (Passigli 2024, prefazione di Giancarlo Pontiggia, segnalato al
Premio Pascoli 2024, Premio Calabria Veneto, secondo al Premio I Murazzi e
terzo al Città di Moncalieri, Finalista al Premio Città di Prato). Del 2025
sono la traduzione del poemetto Briggflatts
di Basil Bunting (puntoacapo) e il libro di racconti Ora e sempre (Robin).
Ha fondato e diretto la rivista La
clessidra e l’Almanacco Punto della poesia italiana (puntoacapo); ha
pubblicato saggi di critica: Poesia come gesto, 1996, e Civiltà della
poesia (puntoacapo 2008).
Sul suo lavoro è stato
pubblicato il saggio L’etica dello
sguardo (Macabor 2024). Collabora con le maggiori riviste letterarie anche
online, tra cui Pulp Magazine. È nella Giuria di alcuni Premi ed è
Presidente della Biennale italiana di Poesia fra le arti.
Stari Most
Im Angesicht der Moschee
Erhaben zum Himmel
Vom Minarett zum Bogen
Spiegelt sich Stari Most
Auf türkisfarbenem Wasser
Der Neretva
Im Angesicht der Moschee
Zittert weißes Linnen
In Stunden der Furcht
Sichern Reifen gegen Kanonen
Die endlos feuern
Auf epochalen Glanz
Im Angesicht der Moschee
Zersplittert
ein Symbol
Seine
Scherben
Spiegeln
das Leid
Auf
den tiefen Wassern
Der
Neretva
---
Stari
Most*
Di
fronte alla moschea
Dal
minareto all'arco
Innalzato
verso il cielo
Lo
Stari Most si riflette
Nelle
acque turchesi
Della
Neretva
Di
fronte alla moschea
Trema
il lino bianco
In
ore di paura
Assicurando
gli pneumatici contro i cannoni
Che
sparano senza fine
Sullo
splendore dell'epoca
Di
fronte alla moschea
Un
simbolo si frantuma
I
suoi resti
Riflettono
la sofferenza
Nelle
acque profonde
Della
Neretva
*
Il simbolo di Mostar, la città più grande dell'Erzegovina, lo Stari Most (Ponte
Vecchio), costruito a metà del XVI secolo dall'architetto ottomano Mimar
Hajrudin, fu distrutto da massicci bombardamenti da parte croata durante la
guerra civile bosniaca il 9 novembre 1993
Gino Leineweber, poeta, scrittore e
traduttore, vive tra Amburgo, in Germania, e Vietri sul Mare, in Italia.
Presidente onorario dell'Associazione Autori di Amburgo (H.A.V.), che ha
guidato dal 2003 al 2015.
Dal 2013 al 2020 è stato presidente del Consiglio
degli Scrittori e dei Traduttori dei Tre Mari (TSWTC), con sede a Rodi, in
Grecia, ed è attualmente membro del consiglio di amministrazione del P.E.N.
Center German Speaking Authors Abroad (ex German Exile P.E.N.)
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GUIDO OLDANI
Finale
gli
USA stanno per andare a fondo,
per
questo fanno ovunque gli smargiassi
ma
non loro gestiscono la cassa.
ce
l’hanno quei che mangiano i bambini
e
residenza cambiano ogni giorno,
noi
europei ci hanno salassati
e
per di più costretti a non capire:
siamo
miti zerbini spelacchiati.
Guido Oldani è
nato a Melegnano (Mi) dove vive. È il fondatore del Realismo Terminale. Ha
pubblicato sulle principali riviste letterarie del secondo '900: da Alfabeta a
Paragone, da Poesia a Il Belpaese. È presente in alcune antologie, tra le
quali Poesia italiana (1952-88): la via lombarda (Marcos
y Marcos, 1988), Il pensiero dominante (Garzanti, 2001), Tutto
l'amore che c'è (Einaudi, 2003), 80 poeti per gli 80 anni di
Luciano Erba (Interlinea, 2004). Alcuni suoi testi sono tradotti in
inglese, tedesco, rumeno e ungherese. È curatore delle quattro edizioni dell'Annuario
di Poesia (Crocetti Editore) e ha collaborato alle pagine culturali di
Tuttolibri de La Stampa e di Agorà del quotidiano Avvenire.
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ALESSANDRA PAGANARDI
10
giugno 1940
La
radio era una grande rana scura
che
gracchiava la Storia. Tu ascoltavi
le
sue pause, i silenzi, la mattina
di
quella primavera senza estate.
Immaginavi
il dito alzato, il sopracciglio
di
paura: erano tutti fuori -
uomini
a inventare cieli accesi
bambini
che giocavano ai soldati.
Tu
comperavi uova riso e pane
donna
che non sapevi buio e strade
e
all'improvviso erano tutti spenti
come
in un film veloce senza voce.
Ti
sembrava la foto color sabbia
di
quel vecchio raduno di coscritti
dove
ogni anno c'era un volto di meno
e
un sorriso più altrove.
Ti
sembrava una montagna ferita
dalle
cave, il brutto odore di quel marmo
strappato
alla sua pancia per calare
piccoli
blocchi freddi. La stagione
correva,
non potevi più fermarla
come
le bianche barche di cartone
nel
canale da piccola. Guardarle
passare
il ponte e perderle di vista
chiederti
dove andassero a finire -
averle
costruite solamente
per
non saperlo mai.
***
Enigma
(per
Alan Turing)
Avevi
detto: «non vedrò più guerre»
ai
tuoi figli non nati, alla nebbia
ai
numeri, alla pioggia
il
numero, una lingua universale
come
il mare, la musica, i segreti
esplosi
su nel cielo
tenevi
quei segreti in un giardino
come
l’inverno custodisce un seme
di
pace per il mondo
poi
ci hanno detto: «non c’è più la guerra»
ma
tu sapevi che era una bugia
sapevi
che il nemico è dentro noi
e
nel frutto proibito di una fiaba
finita
male tutto si allontana
numeri,
bombe, un secolo, la storia
la
libertà che non ci meritiamo
che
nessun prezzo potrà mai pagare
se
ancora adesso non ci ha fatto veri
***
1976-1983
(a
Claudia Falcone, agli altri, alle altre)
Faceva
caldo, il bus non arrivava.
Chi
ha visto non vedeva – già sparivo
un
fagotto invisibile sull’auto
destinazione
una lugubre scuola.
Si
sono avvicinati senza fretta
come
per chiedere un’informazione
è
bastato legarmi con un laccio
alle
caviglie – ero sola e leggera
loro,
i gauchos della ricostruzione
Se
non sei in nessun luogo sei dovunque -
chi
non poteva piangerti una volta
ti
piangerà per sempre e tu rimani
in
ogni luogo dove sei già stato
ma
quanto è bello voi non lo sapete
avere
un cimitero tutto blu
è
come un’utopia senza confini
appartenere
già all’eternità
Alessandra Paganardi (1963). Insegnante,
scrittrice e saggista, ha collaborato con la casa editrice Puntoacapo e
pubblicato saggi e recensioni su riviste letterarie (fra cui “Poesia”, “Steve”,
“Gradiva”, “La mosca di Milano”). Fra i primi premi vinti per inediti: Europa
In Versi 2016 (poesia), Merini 2013 (aforismi), Astrolabio 2008 (poesia), Guido
Gozzano 2007 (narrativa), D’Annunzio e la Versilia 2007 (saggio critico), San
Domenichino 2007 (poesia), Dialogo (2003, poesia).
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ANNA RUOTOLO
*
Eccoli,
i corridoi di pace
le
luci gialle del mezzogiorno
e
l'aria finalmente di acacie
e
di tetti merlati e di acqua che si
scuce,
e di bottiglie lucide nei secchi
i
quartieri che bruciano nel sole:
e
tutto questo è una poesia.
*
Quando
lavo Lily
in
piedi nella doccia
che
sembra di toccare
la
pelle degli angeli
e
la carne minuscola dell'età
del
bene, di ogni bene
nel
numero sette
che
la trattiene in vita,
sfioro
quasi con la paura
di
non amare degnamente
il
prodigio della sua fattura,
puntino
di bagliore
e
stella nell'occhio di una fata.
Mi
dice "Zia, saresti un'ottima mamma"
dentro
di me si sgretola una piccola
montagna,
cade precipitando fino
a
una riva di profonde risacche
e
così credo si guarisca il pianto
si
torni a piangere lacrime
tue
e di qualcun altro.
***
La
canzone del cuore
Bisogna
cantare per l’amore
anche
quando non lo si conosce
per
essere pronti, in pieno sole
quando
arriverà con le sue parole
Bisogna
cantare nel mondo con fede
e
uscire nell’ora della prova
nella
tristezza che oscura le montagne
e
prendere la voce del gallo e farne un suono
Bisogna
cantare per l’amore
le
fiabe antiche sepolte sotto i letti
le
musiche squamate dei pescatori
le
teorie dei filosofi perduti nel tempo
Bisogna
cantare per l’amore
ogni
nota inventata dalla mano
e
poi le combinazioni degli angeli
e
la melodia che Dio ha tenuto nascosta
perché
negli abissi e nelle profondità dei giorni
il
canto scioglie tutti i nodi
il
canto chiude ciò che si apre
libera
ciò che ci incatena
e
la canzone del cuore prende luce,
come
se fosse viva.
Anna Ruotolo (Maddaloni, 1985) vive e lavora a Milano.
Ha pubblicato Secondi luce (LietoColle, 2009), Dei settantaquattro
modi di chiamarti (Raffaelli, 2012), Telegrammi/Telegramas (’round
midnight 2016, poesie bilingue italiano/spagnolo, traduzione a cura di Jesús
Belotto), Le stelle dormono a nord (Fara editore 2021), Te voi repeta
în numele lucrurilor/ Ti ripeterò nei nomi delle cose (Eikon Cosmopoli
2023, traduzione in rumeno di Eliza Macadan) e Prodigi (peQuod 2023).
Suoi testi sono apparsi in varie antologie, nelle riviste «Poesia» (Crocetti),
«Capoverso», «Poeti e Poesia», «Italian Poetry Review», «Gradiva», «La
Clessidra», «UT» e, in traduzione di Jesús Belotto, sulla rivista
internazionale «Poe+» e nell’antologia rumena di poeti italiani «Poezia»
(traduzione e curatela di Eliza Macadan), in blog, siti e webzine (Nuovi
Argomenti, Nazione Indiana, Poetarum Silva e altri). Nel 2023 ha partecipato al
format Raipoesia2022, a cura di Luigia Sorrentino.
Meteorological
Premonitions
The usual landslides,
the customary slips of earth.
The body of a ten‑year‑old
child
will be recovered from the mud,
amid broken cables,
swollen pillows, excrement,
violet waters — nothing remarkable
beneath a sky of clay,
with wrenched‑up foundations,
crystal dust, glass shards, pitch.
So December advances,
so the Christ‑child arrives.
Yesterday a girl lost
her right hand to the blast of a firecracker.
Gunshots, fireworks, holy wars,
and further signs
of
festivity
---
Premonizioni
meteorologiche
Le
solite frane
i
consueti smottamenti
il
corpo di un bambino di dieci anni
verrà
recuperato nel fango
tra
cavi spezzati
guanciali
gonfi, escrementi
acque
viola, nulla di speciale
nel
cielo di argilla
e
fondamenta divelte,
polvere
di cristallo, vetrame, pece.
Così
incede dicembre,
così
Cristo bambino arriva.
Ieri
una ragazza ha perso
la
mano destra per l’esplosione di un petardo.
Spari,
fuochi, guerre di religione e
altri
segni di festività.
Giancarlo Sammito ha pubblicato raccolte
di poesie e libri di narrativa per l’infanzia e l’adolescenza. Per le stesse
fasce di età ha tradotto svariati autori classici e contemporanei. Collabora
con quotidiani e riviste e cura manifestazioni culturali presso istituzioni milanesi.
(Senza
titolo)
Rivoltante,
grigia,
sovraffollata.
Amara
realtà.
Dappertutto
giacciono i suoi resti.
Il
sangue scorre,
fino
alle ginocchia,
fremente.
È
ancora caldo.
Si
agitano
pezzi
di realtà frammentata.
Per
tutta la sua anima,
scorrono
lacrime e dolori,
rivoltante,
grigia,
traccia
di uno sporco odio.
Salih Selimovic è nato in Bosnia, dove ha vissuto fino al
1992. Sotto l’occupazione serba si è rifugiato in un campo profughi in
Slovenia. È in Italia dal 1995. Ha pubblicato: Mia Bosnia polverosa e sola,
Editore Petrilli, 1996; Tempesta, Editore Infinito, 2018; Antologia Sesamo
e Sale, Editore Effigie, 2022.
Frieden
Wӓre Frieden doch hartnäckig
wie eine Fliege
die sich unermüdlich
gegen das Fensterglass wirft
ohne sich zu ergeben
oder eine Kletterpflanze
die sich an bröckelnden Mauern
festklammert
und beharrlich weiterwächst
Frieden
ein Sehnsuchtswort
nehmt es in den Mund
nicht wie einen modrigen Pilz
den man ausspeien muss
sondern wie ein Stück Schokolade
das auf der Zunge zergeht
auch wenn es schwer wiegt
schwer wie Stein
---
Pace
Se
solo la pace fosse tenace
come
una mosca
che
continua a lanciarsi
contro
il vetro della finestra
perché
crede il cielo
a
pochi centimetri
o
come una vite rampicante
che
si aggrappi ai muri in rovina
crescendo
imperterrita.
Pace una parola fragile
una
parola piena di struggimento
portatela
alla bocca
non
come un fungo marcio
che
si debba sputare
ma
come un pezzo di cioccolato
che
si scioglie sulla lingua
anche
se pesa
anche
se pesa
come
sasso
Antje Stehn, nata in Germania, vive a Milano, membro
del P.E.N. tedesco, co-editrice del librorivista TamTamBumBum. Ha pubblicato Grotesk!
(2022), ed. Expeditionen e Guerra (2024). Le sue poesie sono state
tradotte in dodici lingue diverse. Ideatrice e curatrice dei progetti
artistici-poetici internazionali “Rucksack a Global Poetry Patchwork” (2020); “Capelli
al Vento” (2023), in solidarietà con la lotta delle donne iraniane; “Lo sguardo
degli altri da un altro punto di vista” (Berna,2024) contro le guerre in corso.
Questi progetti hanno coinvolto più di 300 poeti da tutto il mondo.
Ecco
è
tutta una questione di pronomi
personali
- poi subito i confini
-
uno è già la cifra del diverso
Signora
cosa porta
nella
borsa?
Ha
qualcosa da dichiarare?
Ha
oggetti vino merce che so
soldi?
O magari una bomba
nascosta
in fondo al cuore?
No
- porto parole
parole
che agognano la pietra
Ci vorrebbero macigni
per combattere
la morte con la vita!
Porto
parole
parole
solo piume inutili parole
che
contano il tempo
di
un secondo
poi
subito i confini
e
uno è già la cifra del possesso
io
sono dentro
tu fuori
Io
- noi - e voi
Io-
noi- voi
Tu - non io
tu - l’altro - il diverso
Non
me
diverso
da io diverso
da
me diverso da noi.
Voi - l’altrove - altre cose
e
poi ciò che è nostro
o
meglio il mio
non
è tuo!
Ecco,
così crolla
nell’altrove
la fragile speranza
di
lettere d’amore
Ecco
le macerie e le budella
di
quello che chiamiamo
Uomo
- fratello
Ecco
---
it's all about personal
pronouns - then immediately the borders
one is already the cipher of the in-difference
Madam, what do you carry
in your bag?
Anything to declare?
Any objects, wine or
money? Or maybe a bomb
hidden in the bottom of your heart?
No - I carry words
words that yearn to be a stone
It would take boulders to fight
death with life!
I carry words
words - useless feathers - words
lasting the time
of a second
then immediately the borders
and one is already the cipher of possession
I am inside
you outside
I - we - and you
I - we - you
You - not me
you - the other
- the different
not me
different from I different
from me different from us
You - the
elsewhere - other things
and then next - what is ours
or rather mine
is not yours!
That's how it collapses
- in the elsewhere - the fragile hope
of love letters
Here it is - the rubble and the guts
of what we call
Man - brother
Here it is
(English translation by author)
Lucilla
Trapazzo è Poeta, traduttrice, artista,
performer e formatrice teatrale. Convinta sostenitrice dei diritti umani e del
pianeta, il suo punto di vista sociale e femminile si riflette in molti dei
suoi scritti. Al suo attivo ha nove
libri di poesia, una serie di traduzioni di poeti internazionali, numerose
collaborazioni letterarie con associazioni, riviste e antologie di poesia. È
curatrice della collana di poesia Tanit per Bertoni Editore.
Troppo semplice
definirlo un prodigio
questo che scruta
in tralice con i suoi intatti
bei colori - il
largo giallo delle piume
lo scarlatto che
macula e dispone
su un lacerto di
fronda -
fu dipinto con
grazia, con bravura
Seccando rapide
le tinte nella malta
vi hanno fatto
corpo e incanto
in quella domus
tra le vigne -
un tempo di
pienezza ora presunto -
prima del lungo
viaggio
fino alle
raccolte
ercolanensi e poi
più in là
giusto al piccolo
schermo che s’accende
e i suoi riflessi
sono ancor più vivi, il suo scrutare
di così nitido
disegno sembra
come in allarme
*
Forse gli incavi
i dolci i tanti
nella rupe
intorno a una spirale
che simboleggia
il sole sono gli astri
ma a quale mai
costellazione
non si è giunti a
sapere
Ci vorrà tempo -
dice la nostra guida -
perché i licheni
varieganti -
e penso a
Sbarbaro estroso fanciullo -
tali accensioni
corrodano, certo
qualche millennio
ancora e torneranno
tra gli elementi
gli astri e gli oranti
e i cervi in una
danza che ora è pace
anche per noi che
compresi passiamo
*
Splendidi nomi dal silenzio intremano
lungo l’azzurro che si curva
dolcemente Sibari Policoro
Metaponto più su, come in un greto
di conchiglie e di alghe
Dovrei riprendere l’antico
che sapevi alfabeto
un tempo più di me
come un colore della mente
o un primo amore
Ma poi non so perché seguisti il carro
velato d’ombre e il raso
tra gli infermi
le inevitabili asimmetrie del cuore
*
Com’erano davvero
le stazioni
di cui scrivevo e
mi appaiono
le immagini
improvvise
la risacca di
linea, il cuore
catafratto in un
palpito, uno solo
se a una sosta
d’estate vorticavano
le troppe stelle,
la campagna?
Scorrevano, per
uno strazio così dolce
anche le nubi, le
voci della sera
e il fondo di
speranza e ti chiedi:
cosa ne è stato?
Di te di loro
di quell’antico
viaggiatore che è scomparso
fin dagli annunci
degli altoparlanti?
(Da La Strada
di Morandi, Passigli, Firenze 2024)
Marco
Vitale (Napoli 1958) vive a Milano. Il suo
ultimo libro di poesia è La strada di Morandi (Passigli 2024), Premio
Flaiano 2025 e finalista al Premio Ponte di Legno 2025, mentre la poesia
precedente è raccolta nel volume Gli anni (Nino Aragno Editore
2018, premio Luciana Notari e premio Dino Campana 2019, premio internazionale
Gradiva 2020) che comprende cinque volumi di versi. Tra le sue traduzioni
le Lettere portoghesi, Bur 1995, Gaspard de la Nuit di
Aloysius Bertrand, Bur 2001, Stanze della notte e del desiderio di
Jean-Yves Masson, Jaca Book 2008, Miseria della Cabilia di
Albert Camus, Nino Aragno Editore 2011.
Collabora
a “Cenobio”, “Insula Europea” e a “Succedeoggi”.
In hoc signo vinces
Mi dicesti in hoc signo vinces ed io sono quel
Pizarro
che fece tabula rasa d’ogni eldorado. Da illo
tempore
procedo con mani imbrattate dal sangue dei
sottomessi,
d’Abele non so di che morte protesti. Io sono il
re
guerriero sciabolante nella terra degli infedeli,
porto
la sacra pace del perbene, come un dio grintoso
ed equo
devasto il campo degli eretici ed inquisisco, nel
Nome
Tuo equivoco (in ogni crociata c’è sempre una
lacrima
di petrolio, stillata dagli occhi dei perdenti).
Dunque:
del Tuo regno non ho che favole, sommerse ad
Ararat,
sepolte sotto le bombe. Non venisti che invano,
a distruggere ogni scala per le stelle: la vita è
qui,
in questa dispersione di molecole selvagge, e
termina
a metà strada tra il Golgota e i lembi del
paradiso.
Non sia altro comandamento che questo
sopravvivere
ingoiando l’erba del vicino e piantando la casa
lì,
dove gli altri sono inferiori e inermi…
Mio Amore, mio Creato: cosa morta io sono ed
assassina!
Su questo inferno di pianeta ancora invento altre
guerre,
altra disperazione, per un domani senza più luce!
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18 marzo 2026
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