QUESTO VOLUME E' DEDICATO AD ALCUNI POETI SCOMPARSI DA POCO TEMPO, CONOSCIUTI DURANTE IL MIO PERCORSO POETICO.
Franco Capasso, Franco Cavallo, Vincenzo D’Alessio, Rosario De Crescenzo, Manfredo Di Biasio, Alfredo Di Marco, Aristide La Rocca, Domenico Luiso, Pasquale Martiniello, Natale Porritiello, Marisa Provenzano, Gianni Rescigno, Adriana Scarpa, Ciro Vitiello.
Introduzione
Si dice che la poesia è eterna, come tutte le attività artistiche e creative che l’Uomo, per sua natura, va esercitando, al di là della bontà e dell’universale riconoscimento dell’opera. Certo, non è possibile affiancare la Nona di Beethoven ad un brano musicale eseguito da un dilettante, per quanto talentuoso; come non è immaginabile comparare la Divina Commedia di Dante con le poesie scritte da un principiante che si diletta con i versi. Voglio dire, che la creatività artistica non ha limiti, in nessun ambito, e tutt’al più vi possono essere opere mirabilissime di quando in quando, universalmente acclarate e indiscutibilmente battezzate come capolavori.
Ma tanta
fatica, tanto impegno, tanta fretta di raggiungere l’apice, di realizzare
finalmente il sogno segreto, a che vale? Tutto è sottoposto e condizionato dal
fluire del tempo che, ineluttabilmente, ci impedirà di proseguire il nostro
cammino, di raggiungere la classica vetta. Se si è riusciti a realizzare il
fatidico capolavoro, questo resterà nella storia, e sarà esso a parlare
dell’autore, a ricordarlo, anche quando lui non ci sarà più. Ma negli altri
casi? Di Dante se ne parla da settecento anni, di Leopardi da poco più di
duecento, di Orazio, Petrarca, Kavafis, Neruda, tanto per fare qualche nome
alla rinfusa, se ne parlerà ancora per tanto tempo: sono stati fondamentali
certamente, ed hanno contribuito alla grandezza dell’arte in tutti gli ambiti e
in tutti i tempi.
Ma che
dire di altri artisti, di altri poeti che non hanno avuto la stessa fama dei
Grandi, pur avendo prodotto in vita lavori encomiabili? Sono stati più
sfortunati, non hanno trovato la giusta via della “notorietà”, non hanno avuto
il necessario e opportuno appoggio di amici influenti, di mecenati, di critici,
o si sono trovati in situazioni e circostanze storiche non favorevoli alla
diffusione e alla conoscenza delle loro opere? Certo, non si può dire che un
Mario Luzi o un Dario Bellezza, o un Rocco Scotellaro o un Vincenzo Bodini,
siano stati poeti di poco conto! Ma chi li ricorda oggi, e chi li ricorderà
domani? Mettere sullo stesso piano Carducci e Bodini, o Foscolo e Scotellaro, o
anche Petrarca e Raboni, forse non è il caso, ma certamente i secondi, pur
avendo goduto, dopo la loro scomparsa, di una più ristretta notorietà, per la
minore importanza delle loro opere rispetto ai primi, ovviamente, non si può
dire che non siano stati dei validissimi poeti! Se a questo si aggiunge la
fatidica damnatio memoriae che
oscura, per situazioni varie, la figura di molti bravi poeti del meridione
d’Italia, il quadro delle dimenticanze appare sempre più triste e deprimente.
È chiaro
che l’uomo desidera lasciare una propria traccia, una testimonianza del suo
percorso su questa terra: opere, ricordi tangibili, qualcosa che lo oltrepassi
e che lo mantenga ancora in vita per parecchi anni dopo la sua dipartita; è un
modo per esserci ancora, per non essere vissuto invano. E allora, che ne sarà
dei nostri scritti, dei nostri versi, delle nostre poesie?... Non possiamo
illuderci di essere tutti come Dante o come Leopardi, non potremo mai arrivare
alla loro altezza, ma ci sarà almeno uno che ci ricordi, che sappia che siamo
esistiti?
Tocca a
coloro che rimangono, agli amici, a qualche familiare zelante, a coloro che, in
qualche modo, hanno conosciuto o hanno percorso qualche breve tratto del loro
percorso esistenziale in compagnia di questi poeti che non ci sono più, a fare
in modo che la loro figura e le loro opere non vadano perse del tutto. Si
tratta di una specie di “staffetta”, nella quale il “testimone” è la poesia,
l’opera poetica. Non sarà l’intera opera di una vita, ma almeno qualche
stralcio importante, quel tanto che basti a ricordare questi poeti che hanno
fatto molto e hanno dato tanto, pur non essendo mai entrati nel novero dei Grandi.
Come avevo
già preannunciato, ho voluto dedicare un volume speciale del mio progetto
antologico “Transiti Poetici” ad alcuni poeti, conosciuti di persona, con i
quali ho avuto rapporti più o meno intensi di lavoro poetico e anche di
amicizia, e per i quali mi sento in dovere di lasciare qui una sia pur breve
traccia della loro poetica, del loro originale modo di sentire e di vivere la
poesia. Sono soltanto alcune Voci, quelle per le quali sono riuscito a
rintracciare libri, documenti, testi poetici; tanti altri Amici poeti che non
ci sono più, meriterebbero di essere ricordati, di tanto in tanto. Vedremo se,
nel futuro, sarà possibile preparare un altro volume speciale da dedicare loro.
Grazie a
tutti coloro che vorranno leggere i versi di questi Amici, versi che risuonano
ancora di amore, di libertà, di giustizia, di equità, di filosofie di vita e di
tanti altri valori intramontabili e genuini come solo la vera Poesia sa
trasmettere, dappertutto e senza limiti di tempo.
Giuseppe Vetromile
FRANCO CAPASSO
È proprio vero che la poesia aleggia molto spesso in silenzio e colui che la vive e la produce, a volte, se ne va in silenzio lasciando vuoti enormi e un senso di pacata malinconia, di tristezza e di amarezza. È il caso di Franco Capasso, poeta singolare e di grande talento, che ci ha lasciato improvvisamente il 22 febbraio del 2006, a 72 anni. Franco Capasso nacque infatti ad Ottaviano nel 1934, ma poi si trasferì a Terracina. Ebbi modo di conoscerlo personalmente durante un convegno di poesia a Guardia Lombardi, nel 2004, e poi abbiamo avuto varie occasioni di incontri, come ad esempio a Maiori.
Poeta singolare, dicevo, per il suo carattere
schivo e taciturno; ma la sua poesia è stata ed è una grande poesia, incisiva,
particolarissima, a volte trasgressiva e molto sofferta. Intensa è stata la sua
attività letteraria, essendo stato redattore di molte riviste letterarie quali
“Oltranza”, diretta da Ciro Vitiello, e poi “Secondo Tempo”, diretta da
Alessandro Carandente. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche e le sue poesie
sono state inserite in numerose ed importanti antologie. È stato inoltre
tradotto in francese, inglese e greco moderno. La sua intensa attività poetica
lo ha visto spesso al centro di importanti avvenimenti ed incontri culturali,
in compagnia di noti poeti, scrittori e critici letterari contemporanei, quali
Mario Luzi, Luciano Luisi, Giuliano Manacorda, Alessandro Carandente, Luigi
Fontanella.
L’Editore e poeta Alessandro Carandente gli ha
dedicato un numero speciale di “Secondo Tempo”, il Libro Ventisettesimo, nel
quale si potranno leggere molti interventi commemorativi su questo nostro
interessante Poeta, e una approfondita nota critica dello stesso Editore.
Solo
Cantate
una canzone
Raccontate una storia
Sono tutti morti
Sono tutti spariti
Gli
amici lo hanno abbandonato
Vive nella disperazione
Non ha più niente
Il
domani si presenta oscuro
Scrive e riscrive la
stessa parola
Scrive e riscrive lo
stesso nome
Chiama
dal buio cieco la donna che un tempo fu sua
Chiama e lei non risponde
Chiama
e si dispera di essere così solo
***
Esilio
Vorrei
fuggire l’ombra mia
Vorrei fuggire la mia
mente
Sto
per andare via
e mi trattengono
Non voglio più vivere in
affanno
La
morte è cieca
Vivo è il giorno che mi
possiede
Vorrei andare lontano
oltre questa frontiera
oltre questa lacerazione
Non
vivo
Domani partirò per il mio
esilio
***
Rinascita
Se
correndo presso l’urna
distanziata dal sogno
:
rupestre fuoco al dire sommesso
del vento sulla proda
Resuscitando
la gioia
della voce rinverginata
dalla luce che infiora
l’arto della mano
che avanza dentro
i segreti dell’ombra
Amore
forzando il cuore
alla rinascita della voce
(da Dei colori, Marcus Edizioni, Napoli, 2004)
Il 15 maggio del 2005 veniva a mancare improvvisamente, a 76 anni, nella sua casa di Cuma, Franco Cavallo, uno dei massimi esponenti dell’attuale poesia napoletana (e italiana!). Mi è sembrato doveroso ricordare, anche se purtroppo brevemente per lo spazio che ci è concesso, questo grande ed attivo poeta, che nonostante la non sempre esplicita e dovuta “pubblicità” da parte dei detentori della cultura ufficiale italiana, è stato poeta originale e fecondo, fondatore e direttore della rivista letteraria “Altri Termini”, nonché di quaderni poetici e altre importanti pubblicazioni. È stato inoltre il fondatore, nel 1966, del Premio Argentario, che ha visto premiare tra l’altro Andrea Zanzotto, Amelia Rosselli e Alberto Moravia. Troppo lungo sarebbe riportare qui la sua densa attività di poeta, letterato, saggista, giornalista, prosatore, e quindi stralciamo dal numero monografico “Omaggio a Franco Cavallo” della rivista letteraria “Secondo Tempo”, nr. 25, Marcus Edizioni, diretta dal poeta prof. Alessandro Carandente (chi desiderasse ricevere ulteriori informazioni può consultare il sito web www.marcusedizioni.it), questi righi: Sicuramente era uno dei pilastri della cultura italiana, almeno di quella alternativa, poco visibile ma operante e scavante gallerie sotterranee in silenzio nella sua praticabilità scritturale laterale e antagonista. Se gli dovessimo assegnare una collocazione provvisoria lo metteremmo accanto a Corrado Costa, fiancheggiatore del Gruppo 63, ma in effetti defilato e a sé stante…
*
quando
avrò rotto un altro pensiero
quando
avrò sezionato una porzione di tempo
una
casa con un vicolo dissenziente
è
il linguaggio che cade dietro la tenda
oppure
l’aria che si fa putrida
e
l’alba si sfascia in concerti fluviali
quello
che voglio dire è che l’acqua non c’entra
c’entra
invece un inverno di cieli freddi
rosicchia
l’inguine incagliato tra le pietre
una
poesia si scrive per essere disfatta
come
la rosa che fiorisce nell’intarsio
ovvero,
la finzione lievita tra usanze sparse
……….
(da
Ladro di versi, 1983)
VINCENZO D'ALESSIO
Vincenzo D’Alessio, nato a Solofra 1950, viveva a Montoro (AV). È venuto a mancare nell’aprile del 2020. Laureato in Lettere all’Università di Salerno, è stato l’ideatore del Premio Città di Solofra e fondatore del Gruppo Culturale “Francesco Guarini” e la casa editrice omonima. Ha pubblicato diversi saggi di archeologia e storia locale. Una raccolta, intitolata Figli (2009), è dedicata al figlio Antonio, prematuramente scomparso. Ricordiamo altre opere poetiche pubblicate con Fara: La valigia del meridionale e altri viaggi (2012, 2016); Il passo verde (in Opere scelte, 2014), La tristezza del tempo (in Emozioni in marcia, 2015) e Alfabeto per sordi (in Rapida.mente, 2015) poi in appendice a Immagine convessa (2017); Dopo l’inverno (2017, II class. al Faraexcelsior, III premio del Concorso "Terra d’Agavi 2018", segnalata al Premio "Civetta di Minerva", finalista al Premio "Tra Secchia e Panaro" 2018); Nuove anime (2019). Nel 2018 ha pubblicato i Racconti di Provincia.
La sua opera poetica è stata prevalentemente
incentrata su tematiche sociali, in particolare quelle inerenti all’Irpinia e
al sud in generale, con versi accorati che suonano a volte come denuncia. La
difesa dei diritti, della natura, e la riproposta dei valori etici di un mondo
contadino che va ormai scomparendo, sono i temi che emergono limpidi e fieri
nei suoi versi.
C’è
qualcosa oltre il verde
che
attrae i nostri pensieri
la
terra e il sudore degli uomini
confusi
nelle spire del tempo.
Chiazze
assolate di ulivi
(dolcezza
di una donna paziente)
le
speranze di un grande avvenire.
Il
nonno era il mito terreno
mio
padre l’impegno in persona.
È
morta la terra da arare e
mille
fabbriche hanno stretto d’assedio
le
macchie di aceri e querce.
Non
amo il progresso assassino
univoco
nel dare benessere.
Disegno
con lampi d’ingegno
una
siepe e il profumo di lievito.
***
Ai giovani laureati
Andare
via dall’Irpinia
terra
benedetta dai politici
servi
dei padroni
nel
dolore degli onesti
di
notte senza regole
coi
bagagli affastellati
fuggire
dai saltimbanchi
dalle
immagini di strada
Abbiamo
bisogno d’acqua
per
i figli e i nipoti
pane
del duro lavoro
frutto
di idee nuove
Torneremo
soli al Sabato
con
Rocco e Leonardo
resteremo
sempre distanti
partigiani
meridionali
Li
abbiamo visti
gli
ultimi padri con le zappe
uomini
alti più dell’ombra
disegnavano
la sera nei solchi.
Eravamo
con loro
abbiamo
camminato scalzi nella terra
calda,
poi tutto è finito
nel
coro spaventoso delle ruspe
spinte
al massimo.
Sono
diventati nomi
la
terra un duro sasso
inutile
al nostro passo.
(da
La valigia del meridionale e altri
viaggi, poesie 1975 – 2011. Fara Editore, 2012)
Rosario de
Crescenzo è stato un apprezzatissimo poeta napoletano che si è distinto per la
sua lirica attenta e formale, per i contenuti davvero rilevanti che spaziano
dall'osservazione della natura alle riflessioni sul senso dell'esistenza, dal
canto universale alle considerazioni sul sociale e sul lavoro in fabbrica,
avendo egli svolto la sua professione in ambiti industriali.
È nato a
Napoli il 9 maggio 1927. Dal 1947 al 1982 ha svolto mansioni direttive presso
un'Azienda metalmeccanica di Napoli.
Nella sua
lunga carriera letteraria ha conseguito più di 500 significativi
riconoscimenti, dei quali oltre 90 sono stati i primi premi.
Tra i
componenti delle Giurie dei concorsi vinti figurano nomi prestigiosi del mondo
letterario contemporaneo, come Elio Filippo Accrocca, Giorgio Bàrberi
Squarotti, Piero Bargellini, Libero Bigiaretti, Carlo Bo, Giorgio Caproni,
Antonio Donat Cattin, Giuseppe Giacalone, Massimo Grillandi, Margherita
Guidacci, Luciano Luisi, Mario Luzi, Giuliano Manacorda, Walter Mauro, Leone Piccioni,
Mario Pomilio, Domenico Rea, Gaetano Salveti.
Presente
in numerose antologie e riviste specializzate, ha pubblicato le seguenti
raccolte poetiche: Rivoglio la speranza
(Ed. Presenza, 1976), Stagioni
addormentate (Grafedit, 1976), Imperfetti
per favole (Terza Pagina, 1977), La
stagione perduta (Astarte, 1981), Terra
di lusinghe (Ed. Blue Team, 1983), Partiture
(E. Velardi, 1984), Ascoltando
silenzi (E. Velardi, 1985), Quotidiano
databile (Seledizioni, 1986), Il
diario di Luca (T. Marotta, 1986), Il
respiro del tempo (T. Marotta, 1987), Sugli
approdi dell'eco (T. Marotta, 1988).
Così
Francesco Mannoni, poeta e critico, parla di lui: Rosario de Crescenzo è stato
poeta universale perché il suo discorso riguarda l'uomo sotto qualunque
latitudine di tempo e di luogo, perché la magia dei suoi scritti è uno specchio
in cui ognuno cercandosi troverà l'immagine della sua anima. Il ritmo dei suoi
versi, la fresca sensibilità che si schiude in deliziose impennate e in
trasparenze serene, trovando sbocchi lirici di alta scuola, è un patrimonio del
mondo e nasce da una concezione poetica di universalità, unita al magistero di
una sensibilità espressiva ricca di sfumature, di immagini che hanno il respiro
stesso della vita.
Prospettive
Mi davi, terra dolce di lusinghe,
la canora gazzarra degli uccelli
al mio risveglio
e rigoglioso il glicine tornava
a coprire la pergola; il profumo
risaliva pungente lungo i muri
e il vicolo rideva.
Di maggio
si legavano agli anni quei viticci
e i canti
e l’albore rosato
e l’incarnato
della ragazza bruna che stirava
le membra sonnolente al primo sole.
Ora la grata
di canne resta nuda e le radici
sono seccati intoppi sul terreno
dove la muffa alligna.
Arriveranno
le scavatrici, presto, e una reliquia
avrà per scrigno la memoria
ancora.
Programmeremo nuovi mondi e modi
per vincere il veleno dell’angoscia
che intristisce le voci
e la speranza
di avere spazi lilla a primavera.
Saremo corpi asettici nel limbo
dell’alveare pazzo
senza miele.
Ora mi muori, terra di lusinghe,
tra le braccia del Golfo
ed hai negli occhi
il colore del glicine nel sole.
(da Terra
di lusinghe, Edizioni Blue Team, Napoli, 1983)
***
Arsura
Ora sul mascherone
della fonte
c’è un viscido umidore
che muffisce
tra le rughe del marmo.
La vena è prosciugata
e più nessuna
onda di linfa viene alle radici
del dolore dei salici.
E vorremmo posare gli occhi
e i sensi
su frontiere di pace
e dare all’odio sepoltura ignota
nelle fosse del mare.
Aspetteremmo il vento dalle impervie
regioni del silenzio
per parlare d’amore.
Ma tu lo sai, non è così
mia cara.
Se sfuggiamo
a questa morsa stretta dell’arsura
è miracolo d’ore
che viviamo
tenendoci per mano.
Alle sorgenti
lontane dai pantani
rubiamo il gorgoglio dell’acqua pura
per sentirlo venire,
voce amica,
a benedirci il giorno.
(da Partiture,
Arti Grafiche di Elisa Velardi, Napoli, 1984)
***
Appiattimento
Non fu sempre così;
lontano ormai
il tempo della crescita.
La lotta
aveva altre misure, altri orizzonti
che questi impiccioliti nei visori
dell’ottica per miopi. Son essi
a dettar legge, adesso, con la forza
dei cani sciolti
a mordere nel gruppo.
E tutto si appiattisce; l’acquiescenza
alla violenza cieca e sprovveduta
avrà i suoi frutti presto
in qualche luogo
di miseria più nera e di sinistre
orme di mostri
partoriti dagl’incubi di droga.
Ma qui ora vedo i miei vecchi compagni
scavalcati da giovani capaci
solo di dare fiato alle trombe
del giudizio infamante
senza appello.
E soffro insieme ad essi la stoltezza
di carriere giocate sul colore
ti una tessera sporca;
intanto osservo
l’inesperto pagato oltre la media
e il galoppino brocco del partito
sedere nella stanza dei bottoni.
(da Il
diario di Luca, Tommaso Marotta Editore, Napoli, 1986; prefazione di
Domenico Rea)
***
Vivere
è questa pena
Vivere è questa pena
di temere
che qualcosa s’inceppi nel congegno
delle stagioni lente a rinnovarsi.
Abbiamo sete
d’esistere nel sangue.
Ci tormenta
la prima macchia gialla sulla foglia
del filodendro
e il giocattolo rotto del bambino
che piange a mani vuote.
Ma sulle piazze l’odio ci scatena,
mestatori di mota e rabbia insieme,
per propiziarci l’idolo di turno
nell’olimpo-museo dei fallimenti.
E rimandiamo l’ora delle scelte.
Il tempo scade;
l’ansia di restare
respira dietro gli usci ormai
socchiusi.
Quella luce
venuta
alla finestra aperta dal libeccio
sull’estate rovente,
è filo che separa opposte ombre.
Verrà una mano
da qualche parte, ignota,
a riportarci i sogni con le cose
che raccogliemmo vive dentro i sensi
o lasciammo alle ortiche.
Un mucchietto di cenere già prima
che la porta si spranghi.
(da Il
respiro del tempo, Tommaso Marotta Editore, Napoli, 1987)
***
Il
senso dell’attesa
Tu mi tormenti, sorte,
ed io mi ostino
a rinverdire il grido del ribelle
per le strade di un borgo addormentato.
Potrei scendere in pace lungo il fiume
ed incontrare il mare sulla foce
o sostare nel bosco
o riposare
nell’angolo sicuro
del casolare nido di civette.
Ma ho bisogno di vivere l’agguato
per non esserne preda
e in libertà selvaggia
mendicare un barlume in piena notte.
Oscuro
è il mio destino e dentro i segni
forse è nascosto il senso dell’attesa
del guizzo della folgore e del tuono
che rintana le belve.
Io conosco le rive degli approdi
dove a un volo senz’ombra
il giorno dona
il coraggio di vivere morendo.
Là si fa rosso il grido del ribelle
al calore del fuoco
nei bivacchi.
(da Sugli
approdi dell’eco, Tommaso Marotta Editore, Napoli, 1988)
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MANFREDO DI BIASIO
Manfredo
Di Biasio è nato a Fondi nel 1939; è morto nella sua città il 30 novembre del
2019. Ha vissuto per lungo tempo anche a Roma e a New York, dove si è impegnato
in numerose iniziative letterarie. Tra le sue opere poetiche ricordiamo Nel cielo d’una penna (1960), Eternità breve (1965), Stagione propizia (1977), Il deserto intorno (1986), L’ala fuggiasca del tempo (1993), Verso ponente (1997), Dal sangue alla polvere (antologia,
1997), Vento di brughiera (2002), Il soffio nell’anfora (2005), Transito in solitudine (2008). Ha
scritto anche di narrativa, e tra queste ricordiamo l’epistolario Lettere da de Libero (1988) e Il vecchio di Staten Island (racconti
brevi, 1994). Tra i prefatori dei suoi libri figurano – tra gli altri – Libero
de Libero, Guglielmo Petroni, Dante Maffia, Ferruccio Ulivi, Luciano Luisi.
Numerosi
sono i riconoscimenti all’attività letteraria e poetica attribuitogli, tra cui
il Lerici-Pea, Città di Piacenza, Calliope, Spiga d’Oro, Rabelais, Cosmo d’Oro
e quello per il “Centenario di Roma Capitale d’Italia”, consegnato nel 1971
presso il Consolato Italiano di New York alla presenza di personalità inviate
dal Governo Italiano.
Di
carattere riservato, lascia comunque un’impronta significativa nell’ambito
letterario e poetico non solo della sua città, ma anche nella realtà culturale
nazionale contemporanea.
La sua
poesia è caratterizzata da una forte tendenza lirica nell’avvertire e nel
descrivere la natura e la realtà circostante, con versi che rispecchiano la sua
innata ricerca spirituale sul senso della vita e dell’universo.
Vento di brughiera
Tutto passò così in fretta,
quasi il tempo non vi è stato
di raccogliere le mie cose.
Passò in un soffio
anonimo e innocente
come vento sulla brughiera.
Fossero i giuochi e quei giorni
durati per sempre
nell’orto di Gegni:
ancora il canto m’invade
della minima loro eternità.
Passò. Senza frastuono
fu facile al tempo l’assalto
a una torre di cenere.
***
Di
qua della vetrata
Una vetrata divide
l’affanno dei piccoli
dalla gloria delle stagioni.
Di là una quercia ripropone
di sera in sera un paesaggio d’autore
sulla minima brughiera.
Di qua è il diario anonimo
nel recinto del pensiero
d’una comparsa breve
all’estremo del millennio.
***
Venti
sull’altura
Forse avrei dimenticato
se tu non fossi in quel giorno di
agosto
che pende nel ricordo
verde di un anno.
Erano tutti i venti sull’altura,
si aggiravano irrequieti
tra le mura ferite del paese
come a ricercare
la rimpianta presenza dei vivi.
A ogni soffio irruente
oscillavano le erbacce
animando il vuoto delle imposte.
Quei venti ti facevano leggera
e la nuvola alzavano
dei tuoi capelli moreschi.
Per questo, forse,
non ho dimenticato.
(da Vento
di brughiera, Premio Venafro 2002, Edizioni EVA)
***
Il
soffio nell’anfora
Ho soffiato in un’anfora
dissepolta, e sul viso
mi è tornato un respiro
quasi di un essere lontano
venti secoli.
Come in quella terracotta
lascerò le mie aspirazioni
in un angolo chiuso della terra.
E la fuga del globo
continuerà nei deserti dell’aria.
Fin quando di là di millenni
un soffio vorrà ritrovarmi
e scoprire che vissi
in questi anni dell’uomo e di Dio.
(da Il
soffio nell’anfora, Edizioni EVA, 2005)
Alfredo Di Marco ha intrapreso “l’ultimo viaggio”
agli inizi del mese di maggio del 2008, dopo un malore che si è ripetuto due
volte di seguito e che ineluttabilmente lo ha accompagnato sull’”altra riva”. È
successo improvvisamente, quando si pensava fosse ancora indaffarato ed
impegnato ad organizzare, insieme con la presidenza della Pro Loco di Giungano,
la seconda edizione del Concorso di Poesia “Città di Giungano”, concorso che
nonostante la sua, appunto, improvvisa dipartita, sarà comunque portato avanti
grazie soprattutto all’impegno della figlia, signora Maria Assunta e al
Presidente della Pro Loco di Giungano, Enrico Pesce. Il concorso, per onorare
la memoria del Nostro, è stato ribattezzato “Concorso Internazionale di Poesia
Alfredo Di Marco – Città di Giungano”. Certo, è venuto a mancare un pilastro,
un riferimento eccezionale, nella comunità culturale locale e diremmo anche
nazionale, dal momento che l’avvocato Alfredo Di Marco, stimato professionista,
era anche e soprattutto un valido letterato e poeta, conosciuto in ambito
nazionale per la sua proficua attività culturale e per i molti premi ben
meritati nei vari importanti concorsi letterari ai quali lui partecipava molto
volentieri. Il suo carattere riservato, tranquillo e sereno, mascherava in realtà
un animo poetico nobile e incline all’ascolto e alle voci del mondo e della
natura. Elegiache infatti sono le sue liriche, un canto melodioso che risalta
il mondo genuino degli antenati, della quotidianità agreste e dei grandi valori
della vita. Un Poeta dal forte sentimento spirituale e religioso, un profondo
conoscitore dell’animo umano: un grande Poeta, insomma, la cui dipartita segna
una grave e triste mancanza nel nostro cuore e nella cultura poetica
meridionale e nazionale.
Dammi
un frammento
Dammi un frammento
del tuo sorriso d’angelo.
una favilla dei tuoi occhi
lucidi d’amore,
dammi un lembo
della tua anima fiorita
a voglie di passione.
Ed io sarò il tuo spazio
di orzo e di vento,
il tuo campo di mele
che ascoltano silenzi
di antichi germogli.
Al riverbero del pozzo
della luna piena
me ne andrò là
dove i palpiti del fuoco
si dileguano nel buio
e rimarrò ciottolo di fiume.
Sul mio sasso scorrerà
l’acqua dei secoli futuri
e stormirà lontano
con allegre fronde
l’albero di pensieri dolci
per la donna che amai
con l’intensità del magma
che avvolge la foresta e la divora.
***
Il
giorno del volo
Nel mio incedere scalzo
tra sassi di antichi tratturi
bisbigliavo preghiere ad albe
non ancora sbocciate,
compagne lucide marre
a rivoltare zolle di scialbe colline.
E quando il sole dava fiato
alle fanfare del cielo
ero già stanco di pregare
perché desse compensi la terra.
Compresi allora che il vento
con le sue forti mani
poteva portarmi lontano.
E venne il giorno del volo
e indossai ali di colomba
a percorrere spazi di luce,
svanì il profumo di bianchi cespugli
che mi colmava l’anima di gioia.
Ora dipingo la noia
sulla parete quadrata della solitudine
e non sono felice di andare
per logore scale di tribunali,
modesto avvocato a pregare
gli avari dei della giustizia.
Non raccoglie frutti chi stende
all’arancio la mano leggera,
graffia a sangue la pelle del cuore
l’acida spina celata fra i rami.
***
La
mia sera
Sfuma la sera
in rigagnoli di nulla
e in forma di gabbiano
il mio pensiero penetra il silenzio
che si avvolge nell’immensità.
Agito nel buio le mie ali,
m’insegue la paura del mistero.
Forse una stella che vive
al di là dell’immaginazione
verrà a prendermi per mano
e sarà più chiaro il mio cammino.
Questa mia sera si veste
dell’eterno moto delle cose,
del farsi e disfarsi delle nubi.
Ha amaro sapore il girono
che muore inchiodato al tempo.
Forse oltre il nulla
che attorce la mia mente
un’allodola di luce
mi aspetta a liberarmi
dalla scorza di dolore che mi stringe.
E la mia sera può essere preghiera
assieme a uomini che vanno
a orizzonti senza fine.
(Da
Sospiri, Edizioni Centro per la
diffusione della cultura, Poseidonia Paestum, 2006)
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ARISTIDE LA ROCCA
Aristide La Rocca è nato a Nola il 24 aprile 1925 ed è morto improvvisamente proprio nella sua città il 18 ottobre 2006. Dottore emerito (fu direttore sanitario presso l’Ospedale Cardarelli di Napoli) e poeta di grande talento, è stato, tra l’altro, il fondatore e il direttore della rivista culturale “Hyria” (dal nome di un’antica città sorta nei pressi di Nola, poi scomparsa), che da ben 35 anni si è sempre occupata di letteratura, saggistica, cultura varia, poesia, con una notevole diffusione in ambito nazionale.
Conosciutissimo
e stimato nell’ambiente più colto e importante della nuova poesia napoletana e
campana, Aristide La Rocca ha prodotto tantissimo, sia nel campo della
letteratura medica, che in quello letterario, poetico e teatrale. Molto noti
sono i suoi “Frammenti” poetici, di cui riportiamo in calce un brano ancora
inedito, tratto da Frammento CV.
Attraverso
la sua instancabile e puntuale opera di diffusione scientifica e letteraria,
della quale la Rivista Hyria era e rimane un pregevole riferimento, Aristide La
Rocca ha sempre riscosso il plauso e il riconoscimento da parte di tutti,
letterati, giornalisti, personalità del mondo della Cultura, fino a meritare il
conferimento della Cittadinanza Benemerita (Nola, 27 aprile 2006).
Aristide
La Rocca ha anche il merito di aver sempre particolarmente curato e
approfondito la poesia mediterranea e i grandi poeti del nostro Sud, come ad
esempio Rocco Scotellaro, del quale era grande studioso (si ricordano i suoi
numerosi interventi e conferenze, come quella tenuta a Nusco nel settembre 2005
in occasione del “Festival della poesia del Sud e per il Sud”).
Grande
merito, quindi, ai figli prof.ssa Amelia La Rocca, Presidente della Fondazione
Amelia e Concetta Grassi istituita dallo stesso Aristide La Rocca, e al dott.
Francesco, i quali hanno voluto continuare l’Opera dell’illustre padre, in modo
particolare la pubblicazione della Rivista, nel cui ultimo numero, dedicato
interamente al ricordo del Nostro, figurano gli interventi e le testimonianze
di numerose personalità del mondo editoriale, giornalistico, letterario e
poetico.
Ricordiamo
alcuni suoi testi di poesia: La casa nel
sole, editore Cappelli, 1968; I soli,
Loffredo, 1971; Dieci Frammenti, 1979,
ed. Hyria; L’amore randagio, 2000.
(da Frammento
CV)
Questa è l’era della spensieratezza
recondita allegria del disperato
che varca il nostro mare in una barca
l’opera morta affondata di vivi
naufragio seppellimento a vista
nelle onde quei delfini ritentano
svegliare quei morti girano girano
attendono carezze se ne vanno
incontro a un’altra barca l’appostata
attenti circospetti due annoiati
fiocine senza gomene il massacro.
Questa è l’era della spensieratezza
alla guida zelante il vacanzaro
della prima giornata caricata
d’opere morte nude le bretelle
scalze assetate gli occhiali da sole
confondono i colori del paesaggio
sono intatti per terra arrotigliati
dalle gomme dei mezzi di soccorso
sulla corsia d’emergenza sfilano
le bare il sacerdote aspetta in chiesa.
***
SCENA VI
Narsete esce. Giustiniano
si precipita a uno specchio, si osserva con attenzione, dà qualche tocco ai
capelli, si stira le guance, controlla e rassetta la veste.
Narsete rientra con
Teodora
Teodora – Giustiniano –
Narsete
Teodora: La mia devozione il mio
buon giorno
Giustiniano: Ricambio il mio buon
giorno a donna bella
e sennata che più bella ne è.
I tanti affari dell’impero vietano
d’attendere a tutto mai d’ammirare.
T.: Avete letto aspetto o
tornerò.
G.: Aspettare per farti
stare qui.
T.: Non è il mio posto.
G.: Non s’addice un posto
a chi n’è indegno incerto inadeguato
pusillo all’operare irresponsabile.
Sortilegio di donna giovanissima
non d’esperienza ti fanno diversa
auspicabile a più importante ufficio.
T.: Signore sono suddita e
mi adeguo.
G.: Narsete questa giovane
un acquisto.
Quand’anche dispiacesse per la lettera
che non ho letto e che non leggerò
ho creduto sentire che domanda
protezione. Che pensi l’accordiamo.
Narsete: Non lo penso perché lo
pensi tu.
(da
Scene
bizantine – Teodora – Frammento XC – Atto III, pubblicato in inserto di
“Hyria” n. 97-98, dicembre 2002 – marzo 2003)
***
Che entri un frammento di
luce
(Ad
Aristide La Rocca)
“Esclamate guardandomi e ammirate
d’immenso nulla più e di
me maestoso”
A. La Rocca
La
luce la luce un frammento ancora un poco in quest’angolo
che
improvviso scompare nel cielo inatteso come un brivido
il
commento del mondo che sempre farfuglia di morte al di là
e
noi qui a raccogliere un continuo boato di silenzio fra le mani
eppure
sentire tutto il dolore al balcone mentre abbraccio
la
gente io vado via vado via e non torno non cercatemi
nell’incavo
dell’ombra alla sera io sto con i gigli di nola
sottobraccio
porto le ali delle poesie e un canto antico
di
pastori lucani sembra precedermi ora che il sole bruca
a
perpendicolo sulle case d’erba disciolte nei ricordi
io
vedo ancora un’ombra che scrive una materia eterna
qui
che la penna ha tratti d’inchiostro rosso di sangue
e
il cuore il cuore! non resse a tanto cammino ma
ora
vado oltre sto con le nuvole e spando in tutto
il
creato il mio profumo di poeta
Teodora
mi disse un giorno di aprirle
una
scena e qui recito una parte non dovuta ma voi sentite
sentite
il mio canto ancora si prolunga oltre il sole e da Bisanzio
raccoglie
tutte le donne amate in un tripudio di atti applauditi
Silenzio
gira ora attorno alla casa
e
la pace è poesia nostra mediterranea genitrice
che
vive sempre nei dintorni e dappertutto la morte
non
è che un balzo improvviso fuori le mura
ho
lasciato uno spiraglio
che
entri ancora un piccolo frammento di luce addio
Giuseppe Vetromile
Domenico Luiso è nato a Bari il 10 ottobre 1937 ed è morto il 7 settembre del 2013. Risiedeva con la famiglia a Bitonto, dove ha sempre svolto una intensa attività letteraria, specialmente negli ultimi anni, dando il suo fattivo contributo nell'organizzare importanti eventi culturali ed anche concorsi, come il concorso di poesia e narrativa "Città di Bitonto". Ha pubblicato diversi libri di poesia; l'ultimo, uscito postumo, è intitolato "Di febbri e di parole", Edizioni Bastogi, Foggia, con prefazione di Armando Saveriano.
Domenico
Luiso è stato un assiduo partecipante dei concorsi letterari nazionali, e
sempre si è distinto in questi, ottenendo molto spesso il primo premio ed altri
significativi riconoscimenti. Il suo nome è inserito in numerose antologie e
riviste di poesia. È stato membro di giuria in molti concorsi letterari di
rilevanza nazionale.
La sua
poesia si snoda attraverso percorsi di alta liricità, con un dettato poetico
incline alla denuncia della condizione umana che non riesce a divincolarsi
dalle storture, dalle ingiustizie e dalle prevaricazioni sui più deboli; ma il
suo è anche un canto profondo, a volte autobiografico, sensibile e attento a
ritrovare un perché nella propria e altrui esistenza.
Incorporeo giorno
Incorporeo
giorno naufragato
in
questo pastoso vento d’ottobre
offro
al tuo palco un vaso col geranio
che
non seppe sfrondare la mia torre
di
parole trafitte dal silenzio.
Giorno
stagliato nel grigiore l’acqua
non
seppi del mio sogno e del suo cuore
e
infransi il mio tempo senza ore
alle
salmastre chiglie di relitti
fitti
di approdi stanchi e senza scie.
Tu
fosti squame seme stelo fiore
senza
naufragi di stagioni
il cielo
la
tua lumaca saggia con il tempo
rinchiuso
variopinto al suo guscio.
Sul
davanzale della mia finestra
pendulo
al vento sotto il cielo spoglio
sarai
sepolto come questa luce
che
m’entra a fasci e non mi dà colore.
***
Hymne
Dopo
il gaudio la gloria ed il dolore
ecco
la luce (non scoperta prima)
e
gli angeli con la ramazza in mano
e
creme e cere per le macchie d’unto.
Si
creperà il cunicolo dei sensi
e
tutti i quadri appesi alle pareti
si
polverizzeranno sui mattoni
e
l’aria densa si diraderà.
Benedirò
le mie finestre antiche
le
grate a croce con la fioca luce
gli
spigoli dei vetri e i chiodi neri
che
mi aprivano il sangue dei pensieri.
Non
li ho chiamati gli angeli spazzini
venuti
a sgomberare la mia stanza.
Me
la faranno vuota con la luce
mi
spariranno i corni e gli alambicchi
i
libri la chitarra ed il cappello.
Che
fare in tanta luce? Sarò inerte
come
una pietra o un raglio di somaro.
Aspetterò
la mezzanotte quando
anche
la luce cascherà dal sonno
e
mi farò candela accesa che si libra
sorretta
da un fantasma inesistente.
Andrò
frugando tra gli avanzi e i resti
delle
mie gioie e delle lunghe pene
e
li nasconderò dentro la bocca.
Per
dare un senso all’imminente alba.
***
Un altro gallo
Cancella
i miei disegni
senza
il tuo nome, Dio sepolto
dalle
macerie delle mie domande
accese
e spente
lungo
le balze viscide del mio cielo illune
sul
forsennato pentagramma
dei
miei inni glabri
Non
darmi le mie grida di silenzio
le
mie bandiere senza vento
convulse
alla deriva
tra
le pietre rotte
dei
tuoi tabernacoli
sparsi
sulla mia strada
con
la tua falsa icona
esposta
in mille pose
dietro
un lumino spento.
Scompagina
il mio canto, Dio
asincrono
con le preghiere prestampate
sul
mio petto eretto
in
prima fila
tra
i banchi degli errori
Ridammi
ancora un gallo
e
una notte che ritarda.
(da
L’arsura delle ali, Bastogi Editore,
2004)
Con Luiso a Casalguidi (Pt), settembre 2005 |
PASQUALE MARTINIELLO
Pasquale
Martiniello è nato nel 1928 a Mirabella Eclano, provincia di Avellino, e lì è
morto nel 2010. Già Sindaco della sua città natale, nonché docente e Preside
nei licei statali, ha promosso e realizzato nel 1969 l'istituzione del Liceo
scientifico e nel 1973 quella del Liceo classico e di Scuole materne. Ha
costituito l'Associazione culturale "Linea Eclanense", con la quale
fin dal 1983 ha organizzato il Premio Nazionale di poesia "Aeclanum".
Ha fatto parte di diverse giurie di premi letterari e di varie accademie.
Vasta è la
sua produzione poetica: Testimonianze
Irpine (1976), Verso il Giudizio
(1977), Esodo (1979), Il passo del sole (1980, primo premio
"Primavera strianese", Striano), Lacrime
sulla soglia (1982), Vipere nello
stivale (1986), Il lamento di Gea
(1989, primo premio "Monferrato 89" con pubblicazione), L'ora della jena (1993), I canti della memoria (1995, primo
premio "G. Gronchi" con pubblicazione), Le piste del tempo (1995), L'orlo
del bicchiere (1997), Memoria e tempo
(1998), I Lunatici (1999), Radici (2000), La Vetrina (2001), Ossimori
(2002), Il Picchio (2003), La zanzara (2004), No munno spierso (2005), I
ragni (2005), Occhio di civetta
(2006), Le faine (2007), Il formichiere (2008), Le cavallette (2009); di saggistica: Nicolò Franco Beneventano. Ipotesi di teatro
di Giuseppina Luongo Bartolini (1997); di narrativa: Zolle d'ombra di Maria Luigia Cipriano (1998, romanzo); opere
antologiche: Città di Solofra (1990,
in collaborazione con Vincenzo D’Alessio) e Il
ventennale dell'Eclanum (2002).
Ha
ricevuto numerosi premi letterari, ne citiamo alcuni tra i numerosissimi
ricevuti: Il Portone, San Domenichino, Romena, Setaccio, Don Bosco, Primavera
strianese, Pensiero e Arte, Villa Alessandra, L'albero delle rose, Verso il
Duemila, L'Agave d'argento, Città dei due mari, Agellum, Città di Avellino,
Città di Fucecchio, Città di Pompei, Padre Romualdo Formato, Città di Solofra,
Città di Napoli, Giovanni Gronchi, Monferrato, Città di Capaccio-Paestum,
Saturo d'argento, Penisola sorrentina, Natale agropolese, Calentano, Areopago
letterario, Bitonto, Simposio delle Muse;
La
letteratura meridionale, e campana in particolare, ha perso un riferimento
chiaro e raro, perché Martiniello ha una poesia peculiare, un dettato e un
verso molto legato alle tradizioni e alla terra irpina, e riversa nelle sue
poesie la crudezza e la durezza di una terra martoriata e anche vilipesa. Versi
che poi, immancabilmente, con una satira sottile, hanno molta attinenza alla
condizione della nostra società attuale.
Il
giorno non approda
Il giorno non approda
là dove tanti galli cantano
E questa barca non prende
vela
per le troppe risse
fra capo e mozzi
Nessuno sa qual è la rotta
e il porto dell’attracco
e la merce che si offre
e il marchio a garanzia
fra tante zecche false
Il sospetto è che manca
il carico vero Tutto è segatura
o pula senza il grano delle idee
Di qui il fiele che scolla
il decollo
La vertigine falsa gli equilibri
e il vuoto crea vortici e rischi
schianti e precipizi
Le ripicche abbassano i profili
e i progetti restano in grembo a dio
luogo immoto
***
L’oro
abbaglia
L’oro abbaglia
e taglia la radice fragile
dell’anima
Non meno incatena
il potere la droga il fumo
il perverso gioco
Il ragno inciampa nella spada
e muore al centro della rete
tradito dalla mosca d’oro
Lontano dai fulgori delle ginestre
mi godo quel poco avere
e del silenzio al sole della lucertola
A me basta un pane anche di miglio
anche da solo e un boccone d’acqua
che uccide la sete
Dal vaso delle memorie cara spunta
al cuore la favola che vuole peregrine
estive le lucciole anime di purgatorio
***
I
corvi
I corvi
ritornano a gracchiare
e si riaccendono le risse
a monetine
Illusi
ci pensavamo in pace
lontani da fumi d’osterie
e numeri a lotto viziati
e batali di congreghe
Che Dio spezzi il suono
delle battole e spini false lingue
estingua bande di clarinetti
che frastornano agonie d’ospedali
Qui tutto cresce e rincara
Costa caro anche morire
Solo il vizio d’iperboli e litoti
non conosce vento d’autunno
Più voce d’ascolto alle pietre
d’angolo ai cuscini di cartone
essendo già la terra
un’accademia di aedi e teatranti
Qui siamo tutti rifiuti un giorno
per discariche private
anche se varia la qualità del funerale
la carrozza l’incenso del discorso
Avanti i ponti sono rotti
(da Radici,
Editrice Ferraro, Napoli, 2000)
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NATALE PORRITIELLO
Natale
Porritiello, nato a Sant’Anastasia, in provincia di Napoli, il 26 aprile del
1943, è stato un personaggio di spicco dell’imprenditoria anastasiana, avendo
ereditato da suo padre l’antica e prospera azienda di famiglia dedita alla
lavorazione del rame e dell’acciaio, divenuta poi con lui una delle più importanti
realtà del mondo lavorativo non solo cittadino, ma anche nazionale e
internazionale. La Fabbrica del Rame di Natale Porritiello, di antica
tradizione anastasiana e vesuviana, è infatti notissima e i suoi prodotti sono
esportati in tutto il mondo.
Ma Natale
Porritiello è stato anche un grande poeta, specialmente incline al dialetto
napoletano. Accanto alla sua attività di solerte imprenditore, amava infatti
frequentare il mondo letterario cittadino e napoletano, organizzando egli
stesso e a sue spese grandissimi eventi e spettacoli nei quali riusciva ad
integrare poesia e musiche in un armonioso connubio artistico e folkloristico.
Numerosi sono stati i libri di poesie da lui pubblicati e diffusi con successo.
La sua personalità schietta, diretta, era anche aperta e disponibile, fino a
creare bellissime e interessanti opportunità di incontri letterari sia nella
sua residenza di Sant’Agata de’ Goti, fondando lì la “Casa della Poesia”, sia
nell’altra sua incantevole residenza di Praiano.
Un banale
incidente stradale pose fine ai suoi giorni, l’11 luglio del 2017, lasciando
tanti progetti incompiuti, tra cui il “Museo del Rame”, che stava appena
cominciando a progettare. La rosa gialla,
una delle sue più belle poesie, è divenuta emblema e simbolo della sua poesia e
del suo grande e umanissimo cuore di imprenditore poeta.
Una
rosa gialla
Quando non ci sarò più
sulla mia tomba,
posate una rosa gialla, una sola,
quella rosa che invano ho atteso.
Non piangete la mia scomparsa,
non parlate di me
il nuovo tempo lo farà,
non ci sarà attimo,
che non abbraccerò
i vostri ricordi,
non ci sarà istante,
che non vi seguirò da lassù,
la morte è un alito doloroso
che si disperde nel tempo
io vi aspetterò miei cari,
fino a che il vostro tempo verrà
e vi porterà a me,
con un lieve sorriso
e quella rosa gialla tra le mani,
saremo così uniti
per l'eternità.
***
Il
treno dei sogni
Me ne andai per le vie del mondo,
a cercare quell’amore,
che frenasse l’ansia mia
e poter donare la pace,
ai cuori increduli,
ma nell’andare per il mondo,
persi quell’amore filiale linfa di
vita,
adesso solo e pensoso,
con il bagaglio dell’amore acquisito,
cerco una ragione per donarlo
e non ricevo risposte.
Solo nella mia grande casa,
con mille luci e un grande fuoco,
che non riscaldano il cuore e l’anima
mia.
Come vorrei sentire il vociare dei
bambini,
come vorrei una carezza da quelle
manine pure.
Questo Natale,
mi vestirò da Babbo Natale
andrò per il mondo,
con il mio fantastico treno,
sbuffando e cantando
e inviterò tutti i nonni solitari
e insieme andremo per le vie del mondo,
a portare ai bambini mille regali,
potremo sentire la loro allegria e il
loro vociare,
che ci riscalderà il cuore e l’anima.
***
P’
‘e strate ‘e Napule
P’ ‘e strate ‘e Napule
vulesse alluccà… vulesse cantà…
Guardo sti mmure vecchie,
quase scarrupate,
ma che parlano.
Guardo sti vasce
cu na porta rotta,
cu na lastra scassata,
addò se ride, se canta, se chiagne…
Me nne vaco
p’ ‘e strate vecchie ‘e Napule
scavanno ‘int’ ‘e pensiere
e… che nce trovo?
N’angiulillo rutto,
nu cavalluccio scassato
e tutt’ ‘e ricorde
ca nun vulesse arricurdà…
tutt’ ‘a nustalgia
can un vulesse cchiù sentere…
e chill’aquilone mio
can un s’è aizato maje
dint’ ‘o cielo blu,
pe mme purtà luntano,
addò sta ‘a felicità…
(da Il
viale dell’anima, 2004)
***
Paese natìo
Oh, tristi percorsi, voi mi portaste
a distaccarmi dal paese mio.
Quando la nostalgia va,
amo vedere da lontano
il coprirsi viola della montagna amata.
Al suono delle campane che mi porta
indietro,
all’infanzia mia,
sento salire il pianto agli occhi.
Col capo chino e la tristezza sola
d’ascoltar mi piace gli indistinti
suoni
del paese mio…
lo sguardo va sui mille tetti
ma non ne fissa alcuno
per non scorgere la natìa casa.
Sento arrivare al cuore un gran pulsar
d’affetti
e di ricordi antichi;
affretto il passo per fuggir da essi.
Nubi nere seguono il mio cammino
e lo stesso vento che l’incalza
m’arriva al cuore sì come un lamento.
Un ultimo sguardo… e lassù scorgo,
sulla montagna in alto, un lume acceso…
e la speranza va.
Col capo chino
fuggo via, per non sognare,
per non sognare più.
(da Sentimenti,
Cosmopolis Edizioni, 2006)
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Contrada Mosti, luglio 2017 |
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MARISA PROVENZANO
Marisa Provenzano è nata a Catanzaro, dove è
venuta a mancare il 28 marzo del 2020. Laureata in Filosofia, ha insegnato
nelle Scuole Superiori e si è da sempre dedicata alla Poesia, alla Letteratura
e all'Arte.
Ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti in
concorsi nazionali e internazionali, per la poesia e la narrativa.
Ha pubblicato diversi libri di poesie, tra i
quali l’ultimo è stato "Kintsugi", Leonida Edizioni, 2018; molte sue
liriche e alcuni racconti sono stati pubblicati su antologie e riviste di
settore. Alcune sue poesie sono state tradotte in portoghese, in spagnolo e in
inglese.
Ha recensito e presentato numerosi libri di
poesia e narrativa, di autori e poeti italiani, presso Associazioni e Circoli
Letterari. È stata un’attenta e solerte organizzatrice di eventi e incontri
culturali, nella sua città ma anche in altre sedi. È stata inoltre
l’organizzatrice e Presidente di Giuria del Premio Letterario Città di Siderno
nelle ultime due edizioni 2018 e 2019,
La sua vena creativa era appassionata ed intensa.
Di animo schietto, consapevole del suo grande talento, non amava i compromessi
e le mezze misure, specialmente in ambito letterario, ma con grande dignità e
professionalità portava avanti i suoi progetti e la sua cospicua attività di
letterata. La sua poesia dragava nel profondo dell’animo umano, cercandone i
misteri più reconditi e traducendoli in flussi luminosi di vita e di speranza,
nel tentativo di dare un senso alla sua e alla nostra esistenza. Esistenza,
quotidianità, che comunque affrontava con entusiasmo e con atteggiamenti
positivi e frizzanti, specie quando si trovava tra amici, con i quali si
intratteneva volentieri narrando numerosi e allegri aneddoti di vita
quotidiana.
La sua morte improvvisa, nel silenzio della
notte, lascia un vuoto incolmabile.
Il poeta
Il
poeta aspetta
che
tramonti il sole
e
con lo sguardo
insegue
le ore
sull'orologio
stanco.
La
morte non sorprenderà
il
poeta
perché
non sarà mai vinto
e
in piedi,
con
lo sguardo al sole,
ci
lascerà l'alba rosata
dei
suoi versi.
***
Ho un abito
Ho
un abito cucito d'assenze e d'illusioni
ed
è incompiuta questa mia natura strana
Cerco
tra inariditi arbusti le carezze mancate,
m'aggrappo
a briciole di sogni e polvere di ricordi
e
attendo che l'alba mi disveli il nudo silenzio
che
s'alza lieve con un raggio di sole,
mentre
con occhi stupiti m'affido all'infinito
di
un orizzonte che m'inganna e limita
Scrivo
parole che rimangono sospese nel vento
e
so che saranno solo versi confusi
che
nessuno leggerà mai né conoscerà
Ho
un abito cucito di malinconie e rimpianti
che
cela nelle trame l'ordito di un domani
incerto
e provvisorio come i miei giorni
Sorrido
con labbra mute a chi m'incontra
e
celo l'inverno del cuore sotto un raggio di luna
che
complice m'ascolta nelle notti insonni.
***
Come un baco da seta
Mi
domando se c'è un punto di non ritorno
quando
all'incrocio del giorno sei sola
e
cerchi appigli per tornare indietro
o
forse solo un alibi per non andare avanti
Mi
domando se il tempo è solo un'emozione
e
se i ricordi sono esili fili d'intricate matasse
nelle
quali t'avvolgi come baco da seta
Cerco
una meta che non sia un traguardo
e
mi domando dove sono arrivata
e
se lo scopo è solo l'attesa di un domani
che
alla fine delude e il futuro è oscuro disegno
M'assale
la noia dei dubbi ambigui
e
la certezza di non riuscire a guardare
i
mille e inutili dettagli della realtà
e
allora m'arrendo a vivere il tempo,
aspettando
il tramonto per bearmi dell'alba.
***
L'ultimo rintocco
Negli
abbracci del vento che profuma
di
foglie d'autunno e di muschio,
all'ombra
di ricordi bagnati di brina,
nell'ora
del tramonto rosato
dimenticherò
le spalle coperte d'anni
e
i sogni che lenti sono andati alla deriva
Sarà
nuovo il giorno e i passi lievi,
come
i sussurri del silenzio
Quieta
sarà la mia corsa e leggera
la
carezza che ti sorprenderà nella stanza vuota,
saremo
germogli di prati verdi,
immemori
del dolore che ha segnato il volto,
storditi
dal canto di rondini migranti
in
cieli che non hanno nuvole
Inseguiremo
ancora le ore sul quadrante
e
sarà di gioia l'ultimo rintocco.
(Testi
tratti da Kintsugi, Leonida Edizioni,
Reggio Calabria, 2018)
***
Alla
fonda
Abbiscio la cima della vela
per abbordare meglio le mie ore
e rendere l'approdo più sicuro.
Mi sembra troppo azzurro questo mare
che meraviglia ancora la mia vista
e colma il cuore d'effimere illusioni;
ormai la mia nave è alla fonda
e naufragano i giorni ed i tramonti
non ho più reti da lanciare al largo
per ripescare sogni di cobalto e luce
ma solo il tempo di un ultimo abbrivio
per poi salpare incontro a un'alba
nuova.
Seguono ancora voli di gabbiani
le rotte che segnarono la vita
ed io attendo che il vento dilegui
velate nebbie e bruma all'orizzonte
per ritrovare attracchi alla mia resa,
smarrita come sono nel viaggio
Salsomaggiore, settembre 2015 |
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GIANNI RESCIGNO
Gianni Rescigno è nato nel 1937 a Roccapiemonte,
in provincia di Salerno, e ha vissuto a Santa Maria di Castellabate fino alla
morte, avvenuta il 13 maggio 2015.
Scrittore e poeta prolifico, ha pubblicato: Credere (Gugnali, 1969); Questa elemosina (Todariana, 1972); Torri di silenzio (EdiNord, 1976); I salici-I vitigni (A. Lalli, 1983); Le ore dell’uomo (Forum, 1985); Tutto e niente (Genesi, 1987); Un passo lontano (Piovan, 1988); Il segno dell’uomo (Lorenzo, 1991); Angeli di luna (Genesi, 1994); Un altro viaggio (Bastogi, 1995); Le strade di settembre (idem 1997); Farfalla (idem 2000); Dove il sole brucia le vigne (Genesi,
2003); Lezioni d’amore (Lineacultura,
2003); Le foglie saranno parole
(Manni, 2003); Io e la Signora del Tempo
(Biblioteca S. Maria, 2004); Come la
terra il mare (Guida, 2005); Dalle
sorgenti della sera (Eldorado editrice, 2008); Gli occhi sul tempo (Manni, 2009); Anime
fuggenti
(Genesi, 2010); Cielo alla finestra
(idem, 2011); Nessuno può restare
(idem, 2013); Sulla bocca del vento,
tradotto in francese da Jean Sarraméa e Paul Courget (Il Convivio, 2013); Un sogno che sosta (Genesi, 2014).
In prosa ha pubblicato il romanzo Storia di Nanni (Galzerano, 1981) e Il soldato Giovanni (Genesi, 2011).
Nel 2001 è uscito a Torino, per i tipi della
Genesi Editrice, un saggio critico sulla sua trentennale attività poetica, dal
titolo Gianni Rescigno: dall’essere
all’infinito, a firma di Marina Caracciolo. Un altro saggio è stato scritto
per lui da Luigi Pumpo, Gianni Rescigno:
il tempo e la poesia, Ibiskos. Anche Franca Alaimo gli ha dedicato uno
studio intitolato La polpa amorosa della
poesia, Lepisma. È di Menotti Lerro La
tela del poeta (amicizie epistolari di G. Rescigno), Genesi, 2010 e di
Antonio Vitolo Il respiro dell’addio
(la poesia dell’attesa e il rapporto madre-figlio in G. Rescigno), idem 2012.
È stato membro di Giuria in importanti concorsi
letterari nazionali e tantissimi sono stati i premi e i conoscimenti ottenuti.
Nel 2014 l’Accademia Internazionale “Le Muse” di
Firenze gli ha conferito il Premio Internazionale “Le Muse” per la poesia (tra
gli altri premiati si citano: Quasimodo, Montale, Pound, Luzi, Turoldo, Parronchi,
Spaziani, Sorescu, Zavoli, Evtusenko).
La poesia di Gianni Rescigno è elegiaca,
armoniosa, con temi ampi che traggono spunto dal sentimento e dai valori della
famiglia, alla natura e al religioso.
La
Signora del Carro
Mia madre stendeva al balcone
la coperta più bella e spiegava:
passa la Donna del Carro
che schiaccia il capo al serpente
quella a cui ci si inchina
e le si lanciano i petali
più freschi di rose.
Ha davanti un bue un leone
e l’aquila che al sole s’invola.
Tutt’intorno bambini con ali di carta.
Vuoi fare anche tu l’angelo
ai piedi della Signora del Carro?
Ed io dalla sua mi ritraevo la mano.
Non rispondevo, pensavo soltanto.
Né desideravo indossare le ali.
Ma di notte tra i fuochi sparati
ecco ecco la disegnavo cogli occhi.
Le offrivo sorrisi e stupore.
L’avrei chiamata, ma per vergogna
nascondevo in bocca le parole.
***
Preghiere
e carezze
Nella memoria i tuoi profumi di maggio.
L’anima ha il marchio dei sensi.
Pellegrina attende le emozioni del
nulla.
Ti sei svegliata per cullarci dolore?
Fanciulla di mirto che apri porte di
sole
fatti lenire il bruciore degli occhi.
Forse sono nostri i tuoi pianti di
sangue?
Vuoi preghiere in cambio di carezze?
(da Io
e la Signora del tempo, Biblioteca S. Maria, 2004)
***
Canterei
il tuo nome
Se per caso
dovessi incontrarti
non ti chiamerei.
Canterei il tuo nome
soffiando nella conchiglia
delle mani.
Lo facevo quando correvamo
accanto al mare e le onde
si fracassavano sulle pietre
con la tua risata.
Gianni Rescigno
(da Cielo
alla finestra, Genesi Editrice, 2011)
Pignola (Pt), premio Stolfi, settembre 2013 |
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La poesia non muore, la poesia non è morta. Anche
se la voce può cessare, anche se il canto sublime può interrompersi
indefinitamente, l’anima della poesia resta. E resta fra noi la poesia di
Adriana Scarpa, che malignità terrene hanno strappato a questo temporaneo
viaggio di materia. Adriana Scarpa, infatti, non c’è più: è deceduta a Treviso,
città in cui risiedeva ormai da tempo, il 19 ottobre 2005, lasciando tutti noi
costernati e affranti. Adriana Scarpa è stata, è, una grande poetessa, e senza
alcuna retorica ma riconfermando una realtà che è sempre stata sotto gli occhi
di tutti noi che scriviamo poesie e ci sforziamo di dare un valido contributo
all’attuale panorama poetico italiano, possiamo ben dire che la Nostra Poetessa
è stata – e continua ad essere – un preciso riferimento, un punto fermo, un
modello eccelso da seguire, da studiare, da amare.
Nata a Venezia nel 1941, sua abituale residenza è
però stata la città di Treviso, dove appunto si è spenta. Ex funzionario della
Banca d’Italia, Adriana fin da piccola aveva sempre dimostrato particolare
predilezione per la poesia, tanto da affermarsi, nella sua maturità poetica, in
importantissimi concorsi letterari nazionali, nelle cui commissioni
giudicatrici figuravano nomi prestigiosi della letteratura contemporanea, quali
Ungaretti, Caproni, Zanzotto, Bo, Galasso, Grisi e tanti altri. Numerosissimi i
primi premi, intensa la sua attività letteraria e prolifica la sua opera, con
più di trenta pubblicazioni, per la maggior parte avute in premio e sempre
qualificandosi con molto merito ai primi posti nei vari concorsi. Ultimamente
la sua città, Treviso, le aveva pubblicato un’antologia completa di intervista,
dedicandole un’intera giornata di festeggiamenti.
Una poesia intensa, alta, quella di Adriana
Scarpa, che lascerà certamente un’impronta per la sua peculiare e
caratteristica espressività. Diamo qui, purtroppo brevemente, un esempio della
sua lirica melodiosa.
Il
cielo si appoggia su di me
Racconterò il respiro del tempo
– dicevo – narrerò
lo splendore del pensiero.
Dovunque fossi
trovavo angoli miei da scandagliare
e non lasciavo inaridite gemme
sul ramo ma proiettavo
già schiudersi corolle e infrondivo
il cielo.
Anche adesso
non lascio che si fermi
la montante marea di sensazioni
e pettino adagio i lunghi capelli
dello spazio, scavo
dentro nodi di luce.
Il cielo si appoggia su di me
note inquietanti, respiri
mi giocano sulla carne,
vengono a tentarmi,
a vivermi.
(da Il
tempo, la memoria, Montedit, 1997)
***
Mia
madre
Mia madre
ha salito la Scala Santa in ginocchio.
Mia madre ha percorso
il viale del Santuario a Pompei
a furia di genuflessioni
sgranando il rosario
tra le mani.
Mia madre
ha avuto, e ancora possiede,
una fede incrollabile
per ottenere il miracolo.
Mia madre
riesce a parlare con Dio
e instancabile chiede.
Sa bussare alla porta
mia madre.
Come il cieco
o l’infermo dei Vangeli
lei sa
come farsi ascoltare.
(da In
saecula saeculorum, Cordaro Editore, Palermo, 1991 – 1° premio
Internazionale di Poesia “L’Acalypha”)
***
Mi
resta tutto il cielo da spartire
Sono la parola
fuggita dal muro di brezza
che fruga la quieta anima
delle ultime stelle. La mia ricerca
fluttua tra pareti
che non fanno storia, lampade
sospese ai davanzali, lo scialle
modellato alla figura.
S’accende sulla bocca
il cristallo delle rugiade
ma nessuno
può rubarmi il pensiero
che dorme nei tronchi
e c’è stagione nuova
anche per gli occhi
che hanno perduto l’innocenza.
Oggi
mi sento leggera come un ramo
che resta solo col suo peso
dopo un volo di passeri
e la luce
s’irraggia dai contorni delle cose.
L’azzurra matassa della vita
somiglia ad una lucciola vagabonda
e mi resta tutto il cielo
da spartire
con l’anima sempre nuova; la realtà
evade cantando
e il corpo
oltre i confini del tempo.
Il paesaggio si posa sopra la città:
dove comincio, dove finisco
è un incendio di vene
nello spazio che svolge
i chiari giorni del passato.
(Da: Alchimie per una donna, Montedit, 2003)
***
Peppe
degli automi
Ti sei dato un numero.
L’hai ricavato all’elaboratore
mescolando tendenze e carattere, colore
degli occhi e
ampiezza del sorriso.
Naturalmente
data di nascita, nome e posizione
astrale: tutto racchiuso
in una placca di silicio,
unicamente tua, come il DNA.
Ti salva dall’automa
il fiore che raccogli ogni giorno
e il cielo del tramonto
che vai cercando
(tuttocolori il cielo)
per
non morire.
(dalla raccolta inedita Amici)
***
L’Allodola
felice
(ad
Adriana)
Somma di vita che si racimola in un
baratro di terra,
ma poi che altro chiedere al cielo
ininterrotto?...
Una luce che dia senso alla nostra
ombra,
o un calore che avviluppi la nostra
desolazione
in questa casa: ma poi che altro
bussare
alla porta del cielo?...
Hai bussato! Ed hai chiesto!... Tu,
Adriana,
nell’ora del tramonto, hai chiesto un
passaggio
eterno, che sublimi il tuo tutto che è
stato qui,
che è stata una perla di dolore, una
goccia di gioia.
Ogni tuo verso, ogni tuo canto è un geroglifico
d’amore, di speranza per noi rimanenti
nell’immane cataclisma di materia che è
questo creato: di credo d’esistenza
oltre ogni
singola molecola. E tu ora potrai
finalmente
dire, con parole di allodola felice:
Se apro porte e finestre ed esco da me,
se muovo le ali della mia libertà e la
gioia
fa lievitare il peso del corpo,
guardate là,
in alto, dove lo sguardo si perde nella
luce,
quell’incredibile aquilone che conosce
i venti.
Lassù è salita l’Allodola felice…
Giuseppe Vetromile
20/10/2005
Nato a Torre del Greco nel 1936, Ciro Vitiello si
è spento nella sua dimora di San Sebastiano al Vesuvio, dove viveva, il 28
dicembre del 2015. È stato uno dei più illustri letterati napoletani
dell'ultimo novecento: filosofo, saggista, studioso insigne della letteratura
italiana e profondo conoscitore del mondo poetico classico e contemporaneo. Poeta
di grande pregio egli stesso, avrebbe meritato, come tanti altri letterati e
poeti non più tra di noi, maggiori riconoscimenti e attenzioni, una più ampia
dedizione nei suoi riguardi. Ha prodotto una grandissima quantità di scritti,
di opere letterarie, saggi, romanzi, poesie.
È stato redattore della rivista letteraria Altri Termini, ha collaborato a
quotidiani e a numerose riviste. Per Guida ha diretto le collane Poesia Contemporanea (1982-1985) e Poesia Novanta (1992-1994); per Ripostes
Poeti Contemporanei (1992-1995). Ha
ideato e diretto per l'Editore Tullio Pironti di Napoli la Biblioteca della
poesia italiana contemporanea, dove ha pubblicato testi di Luzi, Roversi,
Sanguineti, ecc. Per lo stesso editore ha pubblicato la sua Antologia della
Poesia Italiana Contemporanea. Nel 2002 ha ideato per l’editore Guida una
collana dal titolo Idetica. Ha
diretto, dal 2009, sempre presso Guida, con Ferroni e Luperini la collana Parole chiave della letteratura. Ha
fatto parte di giurie in alcuni importanti premi di letteratura. Nel 2011 ha
ideato il Premio Letterario Corrado Ruggiero, con una giuria di grande
prestigio.
Ha pubblicato, in ambito poetico: Corpor.azioni (1975); Ciclica (1979); Apocalipse quattro (1980); Cantico
d’Erugo (1980); Le resistenze
(1983); Didimo (1983); Suite (1984); Accensioni (1991); Rapimenti (1992);
Il gioco degli errori (1994); Baara ( 1995); Quisquis o delle solitudini (1996); Origini d’amore (2001); Il
male sorgivo (2001); La tenue armonia
(2003); Lunedì perduto (2008); Dritto e Rovescio (2012). Per la
narrativa: Le voci leggere (1987); Verso occidente (1987), I due orologi (2003); Malpotere (2009). Per la critica
letteraria: Teoria e analisi del
linguaggio poetico (1984); La logica
letteraria (1984); Teoria e tecnica
dell’avanguardia (1984); Idetica
(2002); Pensare la poesia (2005); Gli spiriti nel presente (2006); Carducci, nostro contemporaneo (2007).
Nell’ultimo periodo della sua vita si è prodigato
molto per la diffusione della poesia, stimolando e proponendo incontri
periodici con l’élite poetica
napoletana con l’intento di guidare e organizzare nuovi movimenti e idee
progettuali che potessero approdare ad una Casa della Poesia come centro
nevralgico per la conoscenza, la frequentazione e la condivisione della poesia
in città.
Nudo sono
Nudo
sono come verme nudo, chiuso
come
chiuso ibisco: torna sole, e io non torno.
Alla
gioiosa rotta m’aggrappo succube
alla
fonda città, un nodo scorsoio pende all’attesa,
traggo
fede e in punta di piedi avanzo all’utopia,
beffardo
aborro i derisi stermini, orditi corpi
s’intrecciano
in cocente lussuria,
unghie
raspano la creta o forse brevi tracce
segnano
la presenza della simulazione…
Possa
con la tua fede sondare il tempio,
fendere
l’acqua, o virare in qualche segno –
è
folle anche l’innocenza
nella
cecità.
(da
Solitudini, in “L’Opera Poetica” V. I,
Guida, 2012)
***
Non lasciare impronte
Non
lasciare impronte sullo zerbino della casa marina,
sappi
che tutto si cancella,
anche
l’eco della piena luce è fitto dolo:
affilano
i coltelli le ombre dalla città, perciò bacia
la
terra, nuda, febbrile,
alzando
gli occhi alla cima. Mortale è l’ora, dalla porta
a
breve entra la mano che avvinghia i lombi.
Dove
l’aria è rigida e l’uccello
non
spicca il volo – triste Ifigenia, non assecondare
la
sentenza, ribèllati, è impudico scoprire l’intimo
dissolvimento
– diffida
della
parola “pietà”.
(da
Il male sorgivo, in “L’Opera Poetica”
V. I, Guida, 2012)
***
Nulla è eterno
Anche
le vite degli uomini illustri vengono al termine,
nulla
è eterno, il salmone risale alla sua origine –
per
morire. La ruggine erode la cancellata,
la
pioggia dà frane nell’estate che asciuga il torrente,
le
stagioni guastano la tua bella guancia, Moll, già
rugosa
è la mano, il ventre sterile. Ti spaventi
sull’orlo
della corruzione, afona voce, desiderio vinto.
Dalla
torretta del golfo sobbalza il vento,
col
tuo alito, Dio, concludi la fiaba solitaria. È esile
la
penombra, pendula l’oscura finitura.
Mi
attrae, e mi respinge, l’odore
della
tua epidermide.
(da
La vile storia, in “L’Opera Poetica”
V. I, Guida, 2012)
Museo Archeologico di Napoli, novembre 2011 |