Le Antologie Poetiche Virtuali sono curate da Giuseppe Vetromile. Ogni Volume comprende 10 Autori, liberamente selezionati ed invitati dal curatore. Sono previsti volumi dedicati a particolari ambiti poetici (poesia emergente, poesia dialettale, ecc.). Le copertine sono elaborate e realizzate da Ksenja Laginja.

giovedì 19 marzo 2026

VOLUME L

 


Introduzione

In una recente interessante trasmissione televisiva dedicata al grande Giuseppe Ungaretti, il nostro Poeta affermava che, vivendo in prima persona i tristissimi giorni e momenti di guerra, il suo impeto vitale, la sua grande necessità di cantare la vita e l’amore, dovevano necessariamente adeguarsi alla situazione bellica. Non c’era tempo, né spazio, né mezzi comodi per esprimere tutto ciò che gli nasceva nell’intimo, tanto è vero che doveva utilizzare frammenti di carta sgualcita sui quali scrivere pochi versi. Pochi versi, poche parole, ma forti, potenti, incisive, lapidarie, come duri e incisivi erano gli stessi terribili momenti da descrivere, da “dire”, in un lampo di assoluta e immensa verità dell’anima.

Come si può ancora scrivere una poesia che possa in qualche modo adeguarsi ai tenebrosi giorni attuali? Come può essere possibile descrivere in versi una situazione bellica generalizzata che sta devastando la maggior parte del mondo, col rischio che presto possa svilupparsi in una guerra totale?... Le cose sono cambiate. Le guerre precedenti venivano combattute limitatamente ai confini nazionali e gli uomini vi prendevano parte in modo diretto, quali soldati o persone vicine ai campi di battaglia, e quindi, come Ungaretti, questi avevano un’esperienza diretta, vissuta sulla propria pelle, per raccontare i fatti. Ma oggi, purtroppo, le guerre vengono combattute con l’uso di droni, missili, bombe, che vanno a colpire nazioni anche molto lontane, e l’uomo-poeta non ne prende parte, può soltanto vedere, osservare gli scenari, percepirne l’orrore da lontano.

Ciò non toglie che il poeta, e l’artista, possa (o debba?) essere un uomo che aborrisce la guerra e i conflitti armati. Se ci pensiamo bene, la guerra, che in fondo è nata con l’uomo, è una stupidità enorme, una crudeltà ingiustificata e ingiustificabile: che senso ha “uccidere” l’altro? Che senso ha bombardare e distruggere case, città, radere al suolo ogni cosa?... Per l’uomo “normale” tutto ciò dovrebbe apparire incredibile, immorale, inumano. E il poeta, e aggiungerei ogni uomo che si dedica a mettere a frutto la propria creatività attraverso l’arte e la cultura, non può non essere contrario all’uso delle armi per derimere dissidi e disaccordi tra le persone: egli deve essere dunque consapevole del fatto che l’uso delle armi, la guerra, è meramente un mezzo per invadere e distruggere l’”altro”, al fine di impossessarsi delle sue ricchezze territoriali. Altro che guerra a fin di bene, per ristabilire pace ed equilibri politici e culturali ritenuti “giusti” solo dalla parte di chi aggredisce, in un quadro di generale e diabolica ipocrisia!

Noi poeti cosa possiamo fare? Usare la parola poetica, nello stesso modo con il quale Ungaretti e tanti altri l’hanno usata, nel loro piccolo: noi nel nostro “grande” mondo, che attualmente è tutto una polveriera. Non serviranno a cambiare le cose, le nostre parole poetiche, non convinceranno i cosiddetti grandi della terra a cambiare opinione e metodi, ma sicuramente contribuiranno a informare e sensibilizzare su questo argomento tutti coloro che leggeranno e che ascolteranno le voci dei poeti gridare l’oscenità e l’orrenda insulsaggine, la disumanità della guerra.

La lodevolissima rassegna “DisarmArti”, con i suoi numerosi appuntamenti, offre sicuramente un contributo fattivo e un sostegno culturale, attraverso il lavoro e l’opera di poeti, artisti, musicisti e performativi che vi prendono parte, alla diffusione di una grande idea di pace, di una maggiore affermazione di sani valori etici e morali nell’odierna società, per contrastare con determinazione gli impulsi aggressivi e bellici che alla fine portano all’uso delle armi per conquistare, sopraffare e imporre i propri credi sugli altri.

Saranno forse gocce in un mare blasfemo e burrascoso, ma ognuna di quelle gocce, ognuna di quelle poesie, avrà in sé la luce, la bellezza e la potenza dell’amore, ad oscurare ogni velleità distruttiva.

Giuseppe Vetromile


***

Il 22 febbraio il Museo Broggi, interessante e prezioso recupero urbano industriale del Comune di Melegnano, già sede della mostra disarmArti (7-28 febbraio 2026) a cura di Massimo Silvotti, codirettore del Piccolo Museo della Poesia Oratorio di Zamberto e curatore della stessa (otto gli eccellenti artisti esposti: Bertozzi & Casoni, Giulio Callegari, Michelangelo Galliani, Omar Galliani, Ernesto Jannini, Giordano Montorsi, Marco Nereo Rotelli e Feuei Tola, tutti presenti all'inaugurazione insieme ad una indimenticabile Elena Cecconi al flauto), facendo seguito ai due imperdibili appuntamenti dell'8 e del 15 febbraio (in locandina l'alto profilo dei protagonisti e curatori degli incontri), è stato cornice di un evento multidisciplinare e performativo a sostegno della pace, curato dalla sottoscritta con Mauro Ferrari, da poco nell'organico del Museo della Poesia in qualità di direttore della sezione Poesia Italiana, e Antje Stehn, dell'associazione “Poetry is my passion” e membro esterno del Museo della Poesia. Significativa la presenza della referente per Piacenza di Emergency, Alessandra Allegri. 

Occorre però fare prima un passo indietro e ricordare che disarmArti nasce, nella sua prima edizione, dedicata ai bambini di Gaza e dell’Ucraina, in memoria di Papa Francesco, il 13 settembre 2025, ad Arena Po, nello spazio del meraviglioso Cantiere Museo Grillo, come iniziativa del Museo della Poesia e della Bipa (Biennale Italiana di Poesia fra le Arti), con la partecipazione di 98 artisti di tutte le discipline a sostegno della pace. Un dispiegamento di forze straordinario durato l'intera giornata, per opporre alla ferinità di un mondo violento i linguaggi nobili delle arti. Allora Massimo ed io pensammo, come in altre occasioni, La soglia, per esempio, in occasione dell'inizio del conflitto tra Russia e Ucraina, alla necessità di creare una solida e virtuosa rete per la pace che trovasse coesione nell'arte. 

Da quando la situazione mondiale è ad un pericoloso punto di non ritorno riteniamo più che mai che questo sia il linguaggio da opporre all'atrocità, ormai fuori controllo, della nostra contemporaneità. Ecco perché l'idea di fondo che ha sostenuto l'evento del 22 febbraio è stata, ancora una volta, quella di offrire al numeroso pubblico intervenuto al Museo un'esperienza corale e performativa in cui dialogassero poesia, arte, musica e voci diverse, storie diverse che si fondessero in un'unica voce per riflettere sulla nostra feroce attualità, con l'obiettivo precipuo di contribuire a promuovere una cultura di pace. 

Le poetesse e i poeti italiani e di altre parti del mondo che io e Antje, mettendoci a nostra volta in gioco, abbiamo avuto il piacere di invitare, Emilia Barbato, Marco Bellini, Alessandro, Cindy Delfini (Sierra Leone), Ivan Fedeli, Mauro Ferrari, Betty Gilmore (USA), Guido Oldani, fondatore del Realismo Terminale e candidato al Nobel, Alessandra Paganardi, Anna Ruotolo, Giancarlo Sammito (il quale ha letto e interpretato magistralmente "La tenda", poesia palestinese tratta da "Il tuo grido è la mia voce", 5 euro ad Emergency a Gaza per ogni copia venduta), Salih Selimovic (Bosnia), Lucilla Trapazzo (Svizzera), Giuseppe Vetromile, Marco Vitale e Omar Brontesi, magica voce e chitarra che ha introdotto e intervallato letture e performance, ci hanno regalato un pomeriggio e una serata intensa, cruda, commovente in cui sentirci umani di un'unica famiglia. Non è poco. Grazie di cuore! 

N. B. Dal 22 febbraio ad oggi le zone calde del pianeta si sono moltiplicate esponenzialmente, l'Europa stessa, il nostro Paese non sono più "al sicuro". 

Dobbiamo crederci, crederci davvero nella poesia, nell'arte, come recitava l'istallazione di Marco Nereo Rotelli al Museo Broggi, "A cosa serve l'arte se il suo esercizio non ci trasforma in uomini - e donne, aggiungo io - di pace?”.

 

Sabrina De Canio

 

***

 

La testimonianza di Emergency

Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza

 

L’importanza degli incontri della rassegna “DisarmArti”, e in particolare quello del 22 febbraio scorso a Melegnano, è stata ulteriormente avvalorata da una iniziativa dell’Editore Fazi, il quale ha accolto e pubblicato una interessante antologia dedicata a Gaza. Riportiamo qui di seguito le considerazioni di Emergency, beneficiaria delle vendite dell’antologia. Ci è sembrato così opportuno includere in questo volume antologico di “Transiti Poetici” dedicato all’incontro del 22 febbraio anche queste considerazioni, per offrire il nostro contributo alla conoscenza e alla diffusione di quanto il mondo poetico sia vicino anche materialmente alle grandiose e importanti attività umanitarie svolte da Emergency in tutto il mondo e, in questo particolare e orribile momento storico, a Gaza.

 

Per ogni copia venduta dell’Antologia l’editore Fazi devolve 5 euro a Emergency. È un grosso impegno da parte dell’editore, il quale ha deciso di rinunciare ai suoi guadagni per sostenere il lavoro di Emergency che è a Gaza dall’agosto 2024 cercando di portare aiuto ai gazawi tramite la nostra clinica di salute primaria ad al-Qarara e con le attività di supporto all’Ambulatorio di al-Mawasi.

Quello che possiamo fare noi è acquistare il libro. È importante per il sostegno, ma è molto importante anche leggere le poesie in esso contenute. Uno dei curatori ad una presentazione che abbiamo fatto a Piacenza questa estate mi ha dato da pensare affermando che queste poesie non andrebbero lette seduti comodamente in poltrona, ma in piedi, perché noi non immaginiamo neppure come possa essere la vita a Gaza e non possiamo stare comodi mentre leggiamo cose terribili.

In questi giorni ho ascoltato una breve intervista ad un palestinese di Gaza, il quale faceva notare come i palestinesi, che ormai vivono in tende fatiscenti, non hanno una parete alla quale appoggiare la schiena, e quindi si definiscono persone “senza schiena”.

A Gaza la situazione è altamente critica

Senza un afflusso costante di materiali e farmaci e senza evacuazioni mediche su larga scala, la riapertura del Valico di Rafah rischia di restare solo un gesto simbolico.

La riapertura del Valico, dopo oltre 18 mesi di chiusura quasi continuativa da parte del governo israeliano, è sicuramente una buona notizia per la popolazione della Striscia. Ma da sola non basta: deve essere seguita da azioni concrete, immediate e continuative.

Meglio di tante parole vale quello che ci spiega Giorgio Monti, nostro Coordinatore medico a Gaza: “Ci sono 18.500 persone nella Striscia che attendono da mesi l’evacuazione. Tra loro 4.000 bambini e 4.000 persone con patologie oncologiche”, spiega. “Centellinare le evacuazioni rischierebbe di provocare danni irreparabili alla salute delle persone e di innescare una spirale di morte. In poco più di due anni, almeno1.268 gazawi sono già morti mentre aspettavano di poter uscire per ricevere cure specialistiche. Nella nostra clinica ascoltiamo spesso le storie dei familiari dei malati”, raccontano i nostri operatori. “Ci dicono di non avere indicazioni chiare sulle procedure da seguire, di non sapere a chi rivolgersi, né quando arriverà il loro turno.”

Intanto, a Gaza continuano a mancare le cose più basilari.

A dicembre 2025 sono entrati nella Striscia 62 tonnellate di aiuti, un numero già fortemente ridotto rispetto ai bisogni. A gennaio appena 37. A noi servirebbero antibiotici per curare le polmoniti o farmaci per l’ipertensione dei nostri pazienti. Sentiamo parlare di piani per costruire riviere e grattacieli e intanto qui le persone continuano a morire: sotto le bombe, per l’assenza di farmaci ed equipaggiamenti sanitari, in balìa del freddo e della fame, del sovraffollamento e dell’indigenza più assoluta.”

 

Alessandra Allegri

(referente per Piacenza di Emergency)

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                                                                 EMILIA BARBATO


Perciò vivo nei sogni

 

Gli uomini erano necessari

e si aiutavano, avevano dimenticato

le piccole efferatezze e sistemato

per sempre i coltelli nel seminterrato,

non giudicavano, operavano solo

per il bene comune, mormoravano

come limpidissime acque e le sere

si ritrovavano felici nelle case,

nettando sugli zerbini quel poco ego

rimasto, riempivano del giusto

lo svuotatasche e tutti

erano uguali, privi d’ansia.

Se uno cadeva, l’altro misurava in utilità

il tempo del rialzo,

se uno pensava di morire

sul binario, l’altro non imprecava del ritardo.

 

(Da Capogatto, Puntoacapo Editrice, 2016)

 

 

***

 

Da molto lontano l’uomo risale

il passo è limite

il corpo un’impressione d’aria.

Soffia quel poco sul vasto

poi ridiscende. Se ne va

instabile, lieve.

 

(Da Primo Piano Increspato, Stampa2009, 2022)

 

 

***

 

Minuto di mito l’uomo versa

di anfora in anfora un torbido

momentaneo sul mare.

Rombo d’onda si frange

in rosse e grosse bugie

calcando l’ombra dell’immortale.

                                                                           

Emilia Barbato è nata a Napoli nel 1971 e risiede a Milano. I suoi testi sono apparsi in diverse antologie, sulla rivista “Gradiva International Journal of Italian Poetry”, “Il Segnale”, “Poezia” di Bucarest, “Immaginazione” delle Edizioni Manni e sull’Aperiodico ad Apparizione Aleatoria delle Edizioni del “Foglio Clandestino”. Geografie di un Orlo (CSA Editrice, 2011) è la sua prima raccolta. Seguono Memoriali Bianchi (Edizioni Smasher, 2014), Capogatto (Puntoacapo Editrice, 2016), Il rigo tra i rami del sambuco (Pietre Vive Editore, 2018), Nature Reversibili (LietoColle, 2019), Flipper (Officina Coviello, 2022), Primo Piano Increspato (Stampa 2009, 2022).

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                                                                MARCO BELLINI


Lo Spaventapasseri

Tu, precipitato di energia nuova, correvi, saltavi
immerso lungo il sentiero tra il maggese
e il campo di grano. D’improvviso
uno spaventapasseri piantato tra le spighe
(la campagna ancora ne partoriva).
Incerto tra stupore e paura ti eri fermato
avevi cercato la mia mano nella domanda:
“ma è povero? Così magro!”. E ancora
toccando una vergogna nascosta:
“è come un extracomunitario? Dove sta di notte?”
E in ultimo come una sentenza involontaria
scritta nel silenzio messo lì a difesa:
“lo cacceranno via?”
Mentre il sentiero ci portava nascondendoci
un colombaccio si posava
tra la paglia del braccio sinistro.

(Da L’orizzonte che ci spetta, Ronzani Editore, 2025)

 

***

 

Confini

Davvero non si pensava che anche un fosso,
lì, appena discosto dallo sterrato,
potesse essere un nido, quasi un letto;
che fossero uno stelo d’erba e una ciglia
legate alle stesse ore. La paura
una coperta per l’età di questi uomini
che si contano le unghie scure nella terra
e sul vicino il sudore animale. Oggi è così
i rumori sparati, i rumori lanciati si diradano,
tornano nel fosso i movimenti, le articolazioni allungate.
Tra loro non si guardano, non fanno domande
nessuno si riconosce, nessuno
racconterà quelle ore. E il giorno dopo:

un tronco cavo, una corda,
agivano sulle cose attorno per tenersi saldi.
Misuravano il rischio da prendere, forza
della corrente. Di là un argine fiorito
la cadenza di un nome diverso, di una bandiera,
i suoi colori mai incontrati. Cercavano
un’altra opportunità.; da lì sarebbero passati.

Lo studio del terreno, le curve,
la spinta della bracciata; per avere un riscontro
non bastavano, come credevano.

(Da Sotto l’ultima pietra, La Vita Felice, 2013)

 

***

Le dita sulla rete
(Un campo profughi nel terzo millennio)

Alle spalle, fermate con i sassi lungo linee regolari, le tende;
sotto: la terra sbagliata, quella che nessuno chiama casa.
Stanno in piedi, lo sporco dietro le orecchie, le mosche
sulle pieghe sudate; tengono le dita sulla rete, guardano
lo spazio, una linea diversa che sia una proposta.

Chissà se provano a fare il conto: la distanza dalle colline
che ogni notte si spengono e mettono a letto le cose,
una sedia, una coperta piegata di fretta. Oggetti lasciati
nell’urgenza del distacco, o forse per appartenere ancora.
Là tra i ciuffi e le rocce, si tiene la possibilità
di tutte le direzioni, un’altra luce, un ritorno. Lo sanno,
domani niente sarà più vicino e la coperta ancora perduta.

A qualcuno toccherà fermare lo sguardo, tenerlo sopra,
misurare il perimetro, la rete che tiene fuori la paura
e dentro li fa stranieri. Si dovrà mettere qualcosa al servizio:
un passo, o l’avanzo sporcato del tempo gettato. Lo sappiamo,
qualcuno dovrà guardare sotto l’ultima pietra.

(Da Sotto l’ultima pietra, La Vita Felice, 2013)


Marco Bellini, nato nel 1964, vive in Brianza. Ha pubblicato: Semi di terra (LietoColle, 2007); per le Edizioni Pulcinoelefante, la poesia Le parole (2008); la plaquette E in mezzo un buio veloce (Edizioni Seregn de la memoria, 2010); Attraverso la tela (La Vita Felice, 2010); Sotto l’ultima pietra (La Vita Felice, 2013); La distanza delle orme @ – Poesie con CD Inserti (La Vita Felice, 2015); il libro d’artista Tra le spine (Edizioni Il ragazzo innocuo, 2018); La complicità del plurale (LietoColle, 2020, Premio Tra Secchia e Panaro, Premio Casentino, Premio Lago Gerundo); L’orizzonte che ci spetta (Ronzani Editore, 2025). Ha contribuito con alcune liriche al libro curato da Anna Maria Farabbi L’arte tra bocca e cibo (Al3viE 2022). Nel 2013 è risultato vincitore con inedito nelle selezioni italiane per l’European Poetry Tournament. Sue poesie hanno ottenuto riconoscimenti in diversi concorsi e sono presenti in numerose antologie, su blog e riviste di settore. È stato tradotto in diverse lingue europee. Ha curato la rassegna di eventi sulla poesia in collaborazione con l'Associazione artistico culturale Artee20 di Merate (Lc). Fa parte delle giurie del Premio Letterario Nazionale Galbiate e Concorso nazionale di poesia e narrativa “Guido Gozzano”. Ha collaborato con la rivista Qui libri, con il semestrale di letteratura Incroci e con il blog CasaMatta dove, assieme a Simona Bartolena, ha curato la rubrica Le parole e la Tela. Con Paola Loreto ha curato l’antologia poetica Muri a secco (RPlibri, 2019) e attualmente cura la serie di antologie Intrecci (Puntoacapo Editrice). In collaborazione con il Comune di Imbersago (LC), cura la rassegna di eventi Poesia sul traghetto.

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                                                        ALESSANDRO CASTAGNA


Samāpatti

 

Through imagination to the pink

of its well, I fix it

in my gaze, I interrogate

a wedge of grapefruit.

I ask it with whom

it conversed from its branch,

who courted it,

how many clouds and drops of rain

it welcomed in its womb.

I nudge pronouns from the margins,

I practise being one:

I scrape the brinks, seek vertigo

in the marble, on the threshold

of this exploded June –

Then I unfurl the word

until it becomes a breath,

a silver thread of wind.

A hollow of peace.

 

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Con l’immaginazione fino al rosa

del suo abisso, lo fisso

nello sguardo, interrogo

uno spicchio di pompelmo.

Gli domando con chi

si sia intrattenuto dal suo ramo,

chi l’abbia corteggiato,

quante nubi e gocce di pioggia

abbia accolto nel suo grembo.

Scosto pronomi dai contorni,

mi esercito nell’uno:

raschio gli orli, cerco vertigini

nel marmo, sul taglio

di questo giugno esploso –

poi apro la parola

fino a farne soffio, bava di vento.

Incavo di pace.

 

Alessandro Castagna nasce a Milano nel 1978, città dove vive. Insegna inglese. Ha pubblicato due libri di poesia: Chiaroscuri (edizioni Puntoacapo) e Cerchi (Ibiscos Editore), primo classificato al Premio San Domenichino. Ha inoltre pubblicato due fiabe presso la casa editrice ESG, in Svizzera: Il lupo e Cappuccetto Rosso e La tessitrice di parole. Si occupa di tutto ciò che gravita intorno alla poesia, impegnandosi sia come autore che come formatore.

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                                                               SABRINA DE CANIO


I bambini di Gaza

Una rete arrugginita
frantuma l’azzurro
in piccoli pezzi romboidali.
Una bambola
dondola le gambe
da ore sulle macerie.
Bambini
come papaveri di campo
in un bicchiere.

Sabrina De Canio (Piacenza, Italia) è poetessa, traduttrice, condirettrice generale e direttrice della sezione internazionale del Piccolo Museo della Poesia Oratorio di Zamberto, unico Museo della Poesia al mondo, e membro fondatore della Biennale Italiana di Poesia fra le Arti (BIPA). Le sue poesie, tradotte in svariate lingue, sono state premiate e pubblicate su antologie e riviste letterarie nazionali e internazionali.

È del 2020 la raccolta Libera nos a malo, del 2023 Nel cuore del silenzio/In inima tacerii e del 2024 Respect, Marco Nereo Rotelli e 150 poetesse contro la violenza sulle donne. Le sue attività, in qualità di volontaria, organizzatrice, curatrice e direttore artistico di eventi nazionali e internazionali, si qualificano per un forte impegno civile.

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                                                                  CINDY DELFINI


Broken dreams

 

Broken lives

hopes swept away

as the line between reality and dystopia

grows thin

To look for peace

without justice

is to believe

in fairy tales

Education

teaching

to look beyond,

learning

to disobey

like learning

to count

Stop these rides

head is still spinning,

but there is no more time

Humans,

stripped of humanity

Minds

closed tight,

trapped in a routine,

forgetting

what mercy is

 

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Sogni infranti di vite spezzate

 

Speranze spazzate

Mentre il confine tra realtà e distopia si fa sempre più labile

Cercare la pace senza giustizia

È dar retta alle favole

Educazione

Insegnare

a guardare oltre

Imparare a disobbedire come si impara a contare

Fermate queste giostre

La testa ancora gira

Ma non c'è più tempo per i forse

Umani

Spogliati di umanità

Menti

Serrate, nella routine intrappolate

Dimenticano cosa sia la pietà

 

Nata a Milano nel 1997, Cindy Delfini è una poetessa di origine italo-sierra leonese, autrice di Anime inquiete, una raccolta di poesie che esplora i temi delle emozioni, della consapevolezza, dell’identità e della rivendicazione, pubblicata da Grace Edizioni.

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                                                                    IVAN FEDELI


Ma la felicità? La insegnano forse

i gerani appesi al sole la loro

pazienza domestica di aprirsi

ai colori nei balconi a settembre

o forse appartiene alle cose e non sai

di lei se non per istinto difetto

proprio quando ti sfugge in silenzio

nel cappotto stile anni Ottanta

o in qualche disegno di tuo figlio

bambino dove hai solo mani e capelli

e c’è un cuore sotto a dirti ecco sei

tu. Giorni da trasloco questi giorni

che separi le camicie dai giochi

i silenzi e i luoghi a destra la vista

dei tetti altrove le rondini in fuga.

Così felici abbastanza non troppo

noi come un bacio al ginnasio dato

di fretta dimenticato per sempre

poi prima di finire nel buio

in una scatola messa da parte

da chiudere con lo scotch rosso quello

che sigilla bene che dura una vita.

 

 

***

 

Sa di città la ragazza con gli occhiali

mentre conta margherite e petali

in attesa di sole. Scrive lettere

d’amore in silenzio e ha un’aria pulita

come una domenica al lago. Fa

la rivoluzione così leggendo

Heidegger al cane e sorride quasi

nel sorriso avvolgesse lei e noi.

La chiamano poi da lontano e s’alza

nella camicia bianca con la grazia

delle nuvole. Appartiene all’età

di chi sogna e tu pensi alle idee

che cercano il cielo senza fermarsi

mai. Cose care queste alla vita

e tremende raccontano i poeti

di qui e Milano scivola via dopo

il Lambro e le panchine zoppe al parco,

quella loro poesia di baci

corsari e pioppi uno via l’altro

sospesi fino a perdersi felici.

 

 

***

 

La luce proletaria della sera

mentre incoccia il silenzio delle gru

che s’addossano nel cielo. È il contorno

di Milano dove contano giorni

e bollette uomini grigi spiando

la vita dalle tapparelle zoppe

prima di finire in un ricordo.

C’è chi legge Baudelaire altri fanno il muso

al mondo chiedendo a Dio uno sguardo

buono per tutti. Ma sono esistenze

da bassa stagione quando la gioia

latita e si passa come gli sconti

all’Esselunga o l’acqua stagna

delle pozzanghere dopo gli incroci.

Viene così la primavera dici

e nessuno sa se durerà a lungo

se anche l’erba tagliata dopo i ponti

cederà spazio ancora per gli asfalti

a quel profumo inadempiente, scuro.

 

(Da La gioia elementare, L.Pellegrini editore, 2025)

 

Ivan Fedeli (1964) insegna lettere e si occupa di didattica della scrittura. Ha pubblicato diversi percorsi poetici, tra cui Dialoghi a distanza in “Sette poeti del Premio Montale” (Crocetti), Virus (Dot.Com.Pres.), A margine (Ladolfi editore) e, per i tipi di puntoacapo editrice: Campo lungo, Gli occhiali di Sartre, La meraviglia, La buona educazione, Cose di provincia. La gioia elementare (Luigi Pellegrini Editore, 2025), nella cinquina del Premio Camaiore, ha vinto i premi San Domenichino, Casentino, La poesia onesta.

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                                                                MAURO FERRARI


Apocalisse

 

Dei sette giorni il lunedì

fu quello delle decisioni, della pietà

abrogata a norma di legge.

 

Il martedì fu il giorno dei preparativi,

dell’efficienza militare: l’Onore,

la Gloria imperitura – le parole.

 

E venne il terzo giorno, con lo stridio

dei cingoli, il clangore dei motori

e altissime le urla verso il cielo.

 

Il quarto giorno corse il sangue,

più rosso e denso delle profezie.

Rastrellamenti, incendi – la prassi usuale.

 

Il quinto giorno: suppliche e fosse comuni,

file di profughi, increduli

che l’impensabile sia sempre possibile.

 

Ben poco si riporta il sesto giorno:

occhi arrossati, mani tremanti, lingue mute.

Registri compilati per un domani.

 

Cadde il silenzio poi quel giorno,

il settimo, nell’aria fetida e letale.

I vincitori, condannati, stettero.

 

Mauro Ferrari (Novi Ligure 1959), direttore di puntoacapo Editrice, in poesia ha pubblicato, da ultimi, Il libro del male e del bene, antologia (puntoacapo 2016); Vedere al buio (ivi 2017); La spira. Poemetto (ivi 2019); Seracchi e morene (Passigli 2024, prefazione di Giancarlo Pontiggia, segnalato al Premio Pascoli 2024, Premio Calabria Veneto, secondo al Premio I Murazzi e terzo al Città di Moncalieri, Finalista al Premio Città di Prato). Del 2025 sono la traduzione del poemetto Briggflatts di Basil Bunting (puntoacapo) e il libro di racconti Ora e sempre (Robin).

Ha fondato e diretto la rivista La clessidra e l’Almanacco Punto della poesia italiana (puntoacapo); ha pubblicato saggi di critica: Poesia come gesto, 1996, e Civiltà della poesia (puntoacapo 2008).

Sul suo lavoro è stato pubblicato il saggio L’etica dello sguardo (Macabor 2024). Collabora con le maggiori riviste letterarie anche online, tra cui Pulp Magazine. È nella Giuria di alcuni Premi ed è Presidente della Biennale italiana di Poesia fra le arti.

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                                                               GINO LEINEWEBER


Stari Most

 

Im Angesicht der Moschee

Erhaben zum Himmel

Vom Minarett zum Bogen

Spiegelt sich Stari Most

Auf türkisfarbenem Wasser

Der Neretva

 

Im Angesicht der Moschee

Zittert weißes Linnen

In Stunden der Furcht

Sichern Reifen gegen Kanonen

Die endlos feuern

Auf epochalen Glanz

 

Im Angesicht der Moschee

Zersplittert ein Symbol

Seine Scherben

Spiegeln das Leid  

Auf den tiefen Wassern

Der Neretva

 

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Stari Most*

 

Di fronte alla moschea

Dal minareto all'arco

Innalzato verso il cielo

Lo Stari Most si riflette

Nelle acque turchesi

Della Neretva

 

Di fronte alla moschea

Trema il lino bianco

In ore di paura

Assicurando gli pneumatici contro i cannoni

Che sparano senza fine

 

Sullo splendore dell'epoca

Di fronte alla moschea

Un simbolo si frantuma

I suoi resti

Riflettono la sofferenza

Nelle acque profonde

Della Neretva

 

* Il simbolo di Mostar, la città più grande dell'Erzegovina, lo Stari Most (Ponte Vecchio), costruito a metà del XVI secolo dall'architetto ottomano Mimar Hajrudin, fu distrutto da massicci bombardamenti da parte croata durante la guerra civile bosniaca il 9 novembre 1993

 

Gino Leineweber, poeta, scrittore e traduttore, vive tra Amburgo, in Germania, e Vietri sul Mare, in Italia. Presidente onorario dell'Associazione Autori di Amburgo (H.A.V.), che ha guidato dal 2003 al 2015.

Dal 2013 al 2020 è stato presidente del Consiglio degli Scrittori e dei Traduttori dei Tre Mari (TSWTC), con sede a Rodi, in Grecia, ed è attualmente membro del consiglio di amministrazione del P.E.N. Center German Speaking Authors Abroad (ex German Exile P.E.N.)

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                                                       GUIDO OLDANI


Finale

 

gli USA stanno per andare a fondo,

per questo fanno ovunque gli smargiassi

ma non loro gestiscono la cassa.

ce l’hanno quei che mangiano i bambini

e residenza cambiano ogni giorno,

noi europei ci hanno salassati

e per di più costretti a non capire:

siamo miti zerbini spelacchiati.

 

Guido Oldani è nato a Melegnano (Mi) dove vive. È il fondatore del Realismo Terminale. Ha pubblicato sulle principali riviste letterarie del secondo '900: da Alfabeta a Paragone, da Poesia a Il Belpaese. È presente in alcune antologie, tra le quali Poesia italiana (1952-88): la via lombarda (Marcos y Marcos, 1988), Il pensiero dominante (Garzanti, 2001), Tutto l'amore che c'è (Einaudi, 2003), 80 poeti per gli 80 anni di Luciano Erba (Interlinea, 2004). Alcuni suoi testi sono tradotti in inglese, tedesco, rumeno e ungherese. È curatore delle quattro edizioni dell'Annuario di Poesia (Crocetti Editore) e ha collaborato alle pagine culturali di Tuttolibri de La Stampa e di Agorà del quotidiano Avvenire.

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                                              ALESSANDRA PAGANARDI



10 giugno 1940

 

La radio era una grande rana scura

che gracchiava la Storia. Tu ascoltavi

le sue pause, i silenzi, la mattina

di quella primavera senza estate.

 

Immaginavi il dito alzato, il sopracciglio

di paura: erano tutti fuori -

uomini a inventare cieli accesi

bambini che giocavano ai soldati.

 

Tu comperavi uova riso e pane

donna che non sapevi buio e strade

e all'improvviso erano tutti spenti

come in un film veloce senza voce.

 

Ti sembrava la foto color sabbia

di quel vecchio raduno di coscritti

dove ogni anno c'era un volto di meno

e un sorriso più altrove.

 

Ti sembrava una montagna ferita

dalle cave, il brutto odore di quel marmo

strappato alla sua pancia per calare

piccoli blocchi freddi. La stagione

correva, non potevi più fermarla

come le bianche barche di cartone

nel canale da piccola. Guardarle

passare il ponte e perderle di vista

chiederti dove andassero a finire -

averle costruite solamente

per non saperlo mai.

 

 

***

 

Enigma                                                              

(per Alan Turing)

 

Avevi detto: «non vedrò più guerre»

ai tuoi figli non nati, alla nebbia

ai numeri, alla pioggia

 

il numero, una lingua universale

come il mare, la musica, i segreti

esplosi su nel cielo

 

tenevi quei segreti in un giardino

come l’inverno custodisce un seme

di pace per il mondo

 

poi ci hanno detto: «non c’è più la guerra»

ma tu sapevi che era una bugia

sapevi che il nemico è dentro noi

 

e nel frutto proibito di una fiaba

finita male tutto si allontana

numeri, bombe, un secolo, la storia

 

la libertà che non ci meritiamo

che nessun prezzo potrà mai pagare

se ancora adesso non ci ha fatto veri

 

 

***

 

1976-1983

(a Claudia Falcone, agli altri, alle altre)

 

Faceva caldo, il bus non arrivava.

Chi ha visto non vedeva – già sparivo

un fagotto invisibile sull’auto

destinazione una lugubre scuola.

Si sono avvicinati senza fretta

come per chiedere un’informazione

è bastato legarmi con un laccio

alle caviglie – ero sola e leggera

loro, i gauchos della ricostruzione

 

Se non sei in nessun luogo sei dovunque -

chi non poteva piangerti una volta

ti piangerà per sempre e tu rimani

in ogni luogo dove sei già stato

 

ma quanto è bello voi non lo sapete

avere un cimitero tutto blu

è come un’utopia senza confini

appartenere già all’eternità

 

Alessandra Paganardi (1963). Insegnante, scrittrice e saggista, ha collaborato con la casa editrice Puntoacapo e pubblicato saggi e recensioni su riviste letterarie (fra cui “Poesia”, “Steve”, “Gradiva”, “La mosca di Milano”). Fra i primi premi vinti per inediti: Europa In Versi 2016 (poesia), Merini 2013 (aforismi), Astrolabio 2008 (poesia), Guido Gozzano 2007 (narrativa), D’Annunzio e la Versilia 2007 (saggio critico), San Domenichino 2007 (poesia), Dialogo (2003, poesia).

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                                                       ANNA RUOTOLO

*

Eccoli, i corridoi di pace

le luci gialle del mezzogiorno

e l'aria finalmente di acacie

e di tetti merlati e di acqua che si

scuce, e di bottiglie lucide nei secchi

i quartieri che bruciano nel sole:

e tutto questo è una poesia.

 

*

Quando lavo Lily

in piedi nella doccia

che sembra di toccare

la pelle degli angeli

e la carne minuscola dell'età

del bene, di ogni bene

nel numero sette

che la trattiene in vita,

sfioro quasi con la paura

di non amare degnamente

il prodigio della sua fattura,

puntino di bagliore

e stella nell'occhio di una fata.

Mi dice "Zia, saresti un'ottima mamma"

dentro di me si sgretola una piccola

montagna, cade precipitando fino

a una riva di profonde risacche

e così credo si guarisca il pianto

si torni a piangere lacrime

tue e di qualcun altro.

 

***

 

La canzone del cuore

 

Bisogna cantare per l’amore

anche quando non lo si conosce

per essere pronti, in pieno sole

quando arriverà con le sue parole

 

Bisogna cantare nel mondo con fede

e uscire nell’ora della prova

nella tristezza che oscura le montagne

e prendere la voce del gallo e farne un suono

 

Bisogna cantare per l’amore

le fiabe antiche sepolte sotto i letti

le musiche squamate dei pescatori

le teorie dei filosofi perduti nel tempo

 

Bisogna cantare per l’amore

ogni nota inventata dalla mano

e poi le combinazioni degli angeli

e la melodia che Dio ha tenuto nascosta

 

perché negli abissi e nelle profondità dei giorni

il canto scioglie tutti i nodi

il canto chiude ciò che si apre

libera ciò che ci incatena

e la canzone del cuore prende luce,

come se fosse viva.


Anna Ruotolo (Maddaloni, 1985) vive e lavora a Milano. Ha pubblicato Secondi luce (LietoColle, 2009), Dei settantaquattro modi di chiamarti (Raffaelli, 2012), Telegrammi/Telegramas (’round midnight 2016, poesie bilingue italiano/spagnolo, traduzione a cura di Jesús Belotto), Le stelle dormono a nord (Fara editore 2021), Te voi repeta în numele lucrurilor/ Ti ripeterò nei nomi delle cose (Eikon Cosmopoli 2023, traduzione in rumeno di Eliza Macadan) e Prodigi (peQuod 2023). Suoi testi sono apparsi in varie antologie, nelle riviste «Poesia» (Crocetti), «Capoverso», «Poeti e Poesia», «Italian Poetry Review», «Gradiva», «La Clessidra», «UT» e, in traduzione di Jesús Belotto, sulla rivista internazionale «Poe+» e nell’antologia rumena di poeti italiani «Poezia» (traduzione e curatela di Eliza Macadan), in blog, siti e webzine (Nuovi Argomenti, Nazione Indiana, Poetarum Silva e altri). Nel 2023 ha partecipato al format Raipoesia2022, a cura di Luigia Sorrentino.

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                                                  GIANCARLO SAMMITO


Meteorological Premonitions

 

The usual landslides,

the customary slips of earth.

The body of a tenyearold child

will be recovered from the mud,

amid broken cables,

swollen pillows, excrement,

violet waters — nothing remarkable

beneath a sky of clay,

with wrenchedup foundations,

crystal dust, glass shards, pitch.

So December advances,

so the Christchild arrives.

Yesterday a girl lost

her right hand to the blast of a firecracker.

Gunshots, fireworks, holy wars,

and further signs

of festivity

 

---

 

Premonizioni meteorologiche

 

Le solite frane

i consueti smottamenti

il corpo di un bambino di dieci anni

verrà recuperato nel fango

tra cavi spezzati

guanciali gonfi, escrementi

acque viola, nulla di speciale

nel cielo di argilla

e fondamenta divelte,

polvere di cristallo, vetrame, pece.

Così incede dicembre,

così Cristo bambino arriva.

Ieri una ragazza ha perso

la mano destra per l’esplosione di un petardo.

Spari, fuochi, guerre di religione e

altri segni di festività.

 

Giancarlo Sammito ha pubblicato raccolte di poesie e libri di narrativa per l’infanzia e l’adolescenza. Per le stesse fasce di età ha tradotto svariati autori classici e contemporanei. Collabora con quotidiani e riviste e cura manifestazioni culturali presso istituzioni milanesi.

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                                                               SALIH SELIMOVIC



(Senza titolo)

 

Rivoltante, grigia,

sovraffollata.

Amara realtà.

Dappertutto giacciono i suoi resti.

Il sangue scorre,

fino alle ginocchia,

fremente.

È ancora caldo.

Si agitano

pezzi di realtà frammentata.

Per tutta la sua anima,

scorrono lacrime e dolori,

rivoltante,

grigia,

traccia di uno sporco odio.

 

Salih Selimovic è nato in Bosnia, dove ha vissuto fino al 1992. Sotto l’occupazione serba si è rifugiato in un campo profughi in Slovenia. È in Italia dal 1995. Ha pubblicato: Mia Bosnia polverosa e sola, Editore Petrilli, 1996; Tempesta, Editore Infinito, 2018; Antologia Sesamo e Sale, Editore Effigie, 2022.

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                                                         ANTJE STEHN


Frieden

 

Wӓre Frieden doch hartnäckig

wie eine Fliege

die sich unermüdlich

gegen das Fensterglass wirft

ohne sich zu ergeben

oder eine Kletterpflanze

die sich an bröckelnden Mauern

festklammert

und beharrlich weiterwächst

 

Frieden

ein Sehnsuchtswort

nehmt es in den Mund

nicht wie einen modrigen Pilz

den man ausspeien muss

sondern wie ein Stück Schokolade

das auf der Zunge zergeht

auch wenn es schwer wiegt

schwer wie Stein

 

---

 

Pace

 

Se solo la pace fosse tenace

come una mosca

che continua a lanciarsi

contro il vetro della finestra

perché crede il cielo

a pochi centimetri

o come una vite rampicante

che si aggrappi ai muri in rovina

crescendo imperterrita.

 

Pace       una parola fragile

una parola piena di struggimento

portatela alla bocca

non come un fungo marcio

che si debba sputare

ma come un pezzo di cioccolato

che si scioglie sulla lingua

anche se pesa

anche se pesa

come sasso

 

Antje Stehn, nata in Germania, vive a Milano, membro del P.E.N. tedesco, co-editrice del librorivista TamTamBumBum. Ha pubblicato Grotesk! (2022), ed. Expeditionen e Guerra (2024). Le sue poesie sono state tradotte in dodici lingue diverse. Ideatrice e curatrice dei progetti artistici-poetici internazionali “Rucksack a Global Poetry Patchwork” (2020); “Capelli al Vento” (2023), in solidarietà con la lotta delle donne iraniane; “Lo sguardo degli altri da un altro punto di vista” (Berna,2024) contro le guerre in corso. Questi progetti hanno coinvolto più di 300 poeti da tutto il mondo.

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                                                            LUCILLA TRAPAZZO





Ecco

 

è tutta una questione di pronomi

personali - poi subito i confini

- uno è già la cifra del diverso

 

Signora cosa porta

nella borsa?

Ha qualcosa da dichiarare?

Ha oggetti vino merce che so

soldi? O magari una bomba

nascosta in fondo al cuore?

 

No - porto parole

parole che agognano la pietra

 

Ci vorrebbero macigni per combattere

la morte con la vita!

 

Porto parole

parole solo piume inutili parole

che contano il tempo

di un secondo

 

poi subito i confini

e uno è già la cifra del possesso

 

io sono dentro

tu fuori

Io - noi - e voi

Io- noi- voi

Tu - non io

tu - l’altro - il diverso

Non me

diverso da io diverso

da me diverso da noi.

 

Voi - l’altrove - altre cose

 

e poi ciò che è nostro

o meglio il mio

non è tuo!

 

Ecco, così crolla

nell’altrove la fragile speranza

di lettere d’amore

 

Ecco le macerie e le budella

di quello che chiamiamo

Uomo - fratello

 

Ecco

 

---

 

Here it is

 

it's all about personal

pronouns - then immediately the borders

one is already the cipher of the in-difference

 

Madam, what do you carry

in your bag?

Anything to declare?

Any objects, wine or

money? Or maybe a bomb

hidden in the bottom of your heart?

 

No - I carry words

words that yearn to be a stone

 

It would take boulders to fight

death with life!

 

I carry words

words - useless feathers - words

lasting the time

of a second

 

then immediately the borders

and one is already the cipher of possession

 

I am inside

you outside

I - we - and you

I - we - you

You - not me

you - the other - the different

not me

different from I different

from me different from us

 

You - the elsewhere - other things

 

and then next - what is ours

or rather mine

is not yours!

 

That's how it collapses

- in the elsewhere - the fragile hope

of love letters

 

Here it is - the rubble and the guts

of what we call

Man - brother

 

Here it is

 

(English translation by author)

Lucilla Trapazzo è Poeta, traduttrice, artista, performer e formatrice teatrale. Convinta sostenitrice dei diritti umani e del pianeta, il suo punto di vista sociale e femminile si riflette in molti dei suoi scritti.  Al suo attivo ha nove libri di poesia, una serie di traduzioni di poeti internazionali, numerose collaborazioni letterarie con associazioni, riviste e antologie di poesia. È curatrice della collana di poesia Tanit per Bertoni Editore.

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                                                                    MARCO VITALE



Troppo semplice definirlo un prodigio

questo che scruta in tralice con i suoi intatti

bei colori - il largo giallo delle piume

lo scarlatto che macula e dispone

su un lacerto di fronda -

fu dipinto con grazia, con bravura

Seccando rapide le tinte nella malta

vi hanno fatto corpo e incanto

in quella domus tra le vigne -

un tempo di pienezza ora presunto -

prima del lungo viaggio

fino alle raccolte

ercolanensi e poi più in là

giusto al piccolo schermo che s’accende

e i suoi riflessi sono ancor più vivi, il suo scrutare

di così nitido disegno sembra

come in allarme

 

*

 

Forse gli incavi i dolci i tanti

nella rupe intorno a una spirale

che simboleggia il sole sono gli astri

ma a quale mai costellazione

non si è giunti a sapere

Ci vorrà tempo - dice la nostra guida -

perché i licheni varieganti -

e penso a Sbarbaro estroso fanciullo -

tali accensioni corrodano, certo

qualche millennio ancora e torneranno

tra gli elementi gli astri e gli oranti

e i cervi in una danza che ora è pace

 

anche per noi che compresi passiamo

 

*

 

Splendidi nomi dal silenzio intremano

lungo l’azzurro che si curva

dolcemente Sibari Policoro

Metaponto più su, come in un greto

di conchiglie e di alghe

Dovrei riprendere l’antico

che sapevi alfabeto

un tempo più di me

come un colore della mente

o un primo amore

 

Ma poi non so perché seguisti il carro

velato d’ombre e il raso

tra gli infermi

 

le inevitabili asimmetrie del cuore

 

*

 

Com’erano davvero le stazioni

di cui scrivevo e mi appaiono

le immagini improvvise

la risacca di linea, il cuore

catafratto in un palpito, uno solo

se a una sosta d’estate vorticavano

le troppe stelle, la campagna?

 

Scorrevano, per uno strazio così dolce

anche le nubi, le voci della sera

e il fondo di speranza e ti chiedi:

cosa ne è stato? Di te di loro

di quell’antico viaggiatore che è scomparso

 

fin dagli annunci degli altoparlanti?

 

(Da La Strada di Morandi, Passigli, Firenze 2024)

 

Marco Vitale (Napoli 1958) vive a Milano. Il suo ultimo libro di poesia è La strada di Morandi (Passigli 2024), Premio Flaiano 2025 e finalista al Premio Ponte di Legno 2025, mentre la poesia precedente è raccolta nel volume Gli anni (Nino Aragno Editore 2018, premio Luciana Notari e premio Dino Campana 2019, premio internazionale Gradiva 2020) che comprende cinque volumi di versi. Tra le sue traduzioni le Lettere portoghesi, Bur 1995, Gaspard de la Nuit di Aloysius Bertrand, Bur 2001, Stanze della notte e del desiderio di Jean-Yves Masson, Jaca Book 2008, Miseria della Cabilia di Albert Camus, Nino Aragno Editore 2011.

Collabora a “Cenobio”, “Insula Europea” e a “Succedeoggi”.

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                                               GIUSEPPE VETROMILE

In hoc signo vinces

 

Mi dicesti in hoc signo vinces ed io sono quel Pizarro

che fece tabula rasa d’ogni eldorado. Da illo tempore

procedo con mani imbrattate dal sangue dei sottomessi,

d’Abele non so di che morte protesti. Io sono il re

guerriero sciabolante nella terra degli infedeli, porto

la sacra pace del perbene, come un dio grintoso ed equo

devasto il campo degli eretici ed inquisisco, nel Nome

Tuo equivoco (in ogni crociata c’è sempre una lacrima

di petrolio, stillata dagli occhi dei perdenti). Dunque:

 

del Tuo regno non ho che favole, sommerse ad Ararat,

sepolte sotto le bombe. Non venisti che invano,

a distruggere ogni scala per le stelle: la vita è qui,

in questa dispersione di molecole selvagge, e termina

a metà strada tra il Golgota e i lembi del paradiso.

 

Non sia altro comandamento che questo sopravvivere

ingoiando l’erba del vicino e piantando la casa lì,

dove gli altri sono inferiori e inermi…

 

Mio Amore, mio Creato: cosa morta io sono ed assassina!

Su questo inferno di pianeta ancora invento altre guerre,

altra disperazione, per un domani senza più luce!

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18 marzo 2026

 


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