Le Antologie Poetiche Virtuali sono curate da Giuseppe Vetromile. Ogni Volume comprende 10 Autori, liberamente selezionati ed invitati dal curatore. Sono previsti volumi dedicati a particolari ambiti poetici (poesia emergente, poesia dialettale, ecc.). Le copertine sono elaborate e realizzate da Ksenja Laginja.

venerdì 20 novembre 2020

VOLUME XVII

 



Introduzione 

Considero il tempo, inteso come grandezza fisica ma anche come fattore psicologico strettamente legato alla nostra esistenza, un’opportunità da prendere in buona considerazione, al fine di dare un senso, anche se alquanto incompleto, al nostro procedere lungo il corso della vita. Soffermandoci anche per un attimo, durante la nostra attività quotidiana a volte così intensa e frenetica per il lavoro, lo studio, la famiglia, le incombenze di tutti i giorni, a riflettere come sia possibile che la nostra vita dipenda da questa entità chiamata tempo e che ogni cosa, persino il pensiero, sia intimamente e imprescindibilmente legata e collegata ad esso, ci accorgiamo di quanto siamo impotenti e inermi di fronte a questo grande “mistero”. 
Il “tempo” inteso nelle sue più ampie accezioni, è stato oggetto da sempre di studi, teorie scientifiche e filosofiche, e anche religiose, e non è certamente questa la sede adatta per svilupparne ulteriormente il concetto. Ma una mia personalissima riflessione in merito vorrei qui esprimerla. 
Siamo parte di un mondo nel quale il “movimento”, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande, è una peculiarità indiscutibile. Ogni organismo non è statico, immobile, ma ha in sé un movimento che si protrae nel tempo e che quindi determina la sua evoluzione, dalla nascita alla morte. Il tutto funziona come se all’interno di ogni organismo vivente, dalla cellula alla balena, ci fosse una sorta di “programma” che deve svolgersi in base a delle “istruzioni” prestabilite e latenti: una “molla”, o un meccanismo ad orologeria che, terminata la “carica”, si esaurisce. E in effetti ciò è la semplificazione di quanto avviene nel mondo organico, considerando il DNA che è il cuore di ogni cellula vivente e nel quale è iscritto il fatidico “programma”. 
Quindi, la vita si sviluppa, evolve, ha un ciclo, si “muove” nel tempo. Se per assurdo non ci fosse questo “movimento”, non esisterebbe la possibilità di confrontare l’organismo che si trova in un determinato stato, con un altro stato della sua evoluzione: l’organismo immobile sarebbe sempre uguale a sé stesso, immutato e immutabile, e per questo il tempo per esso non avrebbe senso. Noi siamo destinati a nascere, a svilupparci, ad evolvere, per poi terminare (mi riferisco al nostro stato materiale), perché dobbiamo obbedire alle leggi della termodinamica, in base alle quali esiste solo la possibilità di “andare avanti”. Voglio fermarmi qui, perché il discorso diventerebbe troppo complicato e poi esulerebbe in modo eccessivo da questo contesto. Ma la riflessione che intendevo fare è questa: l’uomo è “imprigionato” ineluttabilmente nel tempo, tutto il suo essere materiale subisce termodinamicamente un ciclo che dalla nascita lo porterà alla morte, e dunque, come uscirne fuori? Come confutare o aggirare questo destino? Rifugiandosi nella Fede, intesa nel senso più ampio (Resurrezione, Paradiso, Nirvana, reincarnazione, eccetera…), diranno molti. Certo, ma io aggiungerei anche l’Arte, la creatività. In questo mondo ci siamo, e nulla potrà cambiare il nostro destino “termodinamico”, né noi possiamo agire su di esso (almeno per il momento!...). Tanto vale “rassegnarci”, ma cercando nel contempo di lasciare una traccia, un’impronta del nostro passaggio! Un qualcosa di utile per vivere meglio, per migliorare l’esistenza dei nostri discendenti. 
La creatività salva l’uomo. È l’uomo stesso, nel suo “piccolo”, che è in grado di ri-creare ogni cosa, disponendo della materia, dei suoni, dei colori, delle parole. Opere d’arte, in tutti i sensi, che contribuiscono al miglioramento progressivo dell’umanità nell’ambito personale, intellettivo, emozionale, sociale. Opere d’arte che non risentono del tempo che, indifferente, trascorre dentro e fuori di noi. Opere d’arte che non subiscono “movimenti” termodinamici, in quanto resteranno sempre fra di noi, se non in materia almeno in idea, in potenziale di trasmissibilità ai posteri. E la poesia pure è eterna, fuori dal tempo che tende a ridurci in polvere, è eterna nella molteplicità dei pensieri e dei cuori creativi. È eterna, per dare finalmente un senso al ciclico viaggio, dalla nascita alla morte, che ogni uomo affronta su questa terra. 
Testimoni di questa bontà della poesia sono i Poeti tutti che, giorno per giorno, si prodigano a “ricreare”, con la parola, opere d’arte eterne, che lasceranno un’impronta indelebile nel cuore dell’umanità, umanità che è particolarmente segnata e sofferente in questo periodo. Ed infine, ringrazio i dieci Autori che hanno voluto “testimoniare” la loro presenza viva e significativa, permettendomi di realizzare questo diciassettesimo volume dell’Antologia. 

Giuseppe Vetromile

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                                                                  MARIANO BÀINO


Poeta e scrittore napoletano di lunga militanza, ideatore e innovatore nell’ambito della ricerca poetica di avanguardia, quale ad esempio il Gruppo ’93 di cui è stato tra i fondatori (insieme a Gabriele Frasca, Tommaso Ottonieri e altri), Mariano Bàino ha certamente il merito di arricchire la nostra realtà letteraria contemporanea con idee e progetti propositivi e innovativi. I brani che seguono ne sono una valida testimonianza: si tratta di quadri poetici costituiti da pregevoli sonetti, inerenti al carnevale veneziano, sezione facente parte del recente volume Prova d’inchiostro e altri sonetti.

 

(Dalla sezione Carnevale minore, in Prova d’inchiostro e altri sonetti, Nino Aragno Editore, Torino, 2017)

 

la lama di una gondola

con una dama nera

ondeggia, a zigzag, vera

o no che sia – confondo

 

forse le cose, è poco

che porto la baùta,

maschera bianca, avuta

in cambio di un binocolo.

 

non piana, verticistica,

travisa anche la voce,

– per me in nulla consisto

 

più del “campari” ondoso

sul canale, quel docile

neon rosso ed acquoso.

 

 

***

 

ancora arricciolati

scarabocchi sul tremulo

lento iridarsi acquatico

dei canali vi freme

 

una stella in falsetto

(la perplessa invenzione

del tempo o l’etichetta

di esso, la visione

 

detta l’eternità,

forse la sua licenza).

mio debole per l’acqua,

 

per i tanti che tacquero,

nascosti, ma in presenza

(anima, corpo, età).

 

 

***

 

la nebbia va velando

la piazza, un grigio adatto

alle ipotesi – intatto

trovi il tunnel che andando

 

opposto il corpo ha fatto

poco fa. in meandri

fuori dal tempo, blanda,

la caligine ha tratto

 

la città, così roca.

dal mio tunnel mi scrutano

due maschere da medico

 

della peste – con poca

speranza di rimedi,

naso a cicogna, mute.

 

 

***

 

tute e maschere in bianco

come acchiappafantasmi

o leucociti, in branco

l’hanno spenta quell’asma

 

a bastonate – stanco

e vecchio, col sarcasmo

pantalone ora calcola,

ma lo fa senza spasmi,

 

quant’è fondo il canale.

chi lo sa se è abbellito

il futuro, abolito

 

del tempo quell’aspetto

di dramma stagionale.

o ritorna e reinfetta.

 

 

***

 

al ponte dei tre archi

a cannaregio, stai

appeso, con l’anarchico

sorriso – dai la baia

 

a noi che come te

saremo, ossa umoristiche  

sotto l’opaco teschio,

senza più l’agonistica

 

carne e il pipì. svagato

annerimento vuoto           

nei crateri degli occhi,

 

il tuo non sguardo immoto

da capitano o allocco            

che mi aocchia le natiche.

 

 

Nota

Il testo di Carnevale minore è stato ristampato in tiratura limitata, con acqueforti e acquetinte di Vittorio Avella, Aniello Scotto, Giovanni Timpani, e una nota di Paolo Zublena, presso IL LABORATORIO / le edizioni, Nola, 2019.

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                                                                CORRADO CALABRO'


Poeta e letterato di chiara fama internazionale, autore prolifico e pluripremiato, Corrado Calabrò ha il dono di concentrare nella linearità e nell’immediatezza dei suoi componimenti poetici una grande filosofia di vita, talento che denota una profonda conoscenza e frequentazione del mondo della poesia; le sue liriche, come nei brani che seguono, hanno il sapore dell’essenzialità, una sintesi che però apre al lettore tutto un mondo di emozioni forti e di vibrazioni d’amore.

 

(da Quinta dimensione, Oscar Mondadori, Milano, 2018)


Stormcloud

 

Sei apparsa sul mio sentiero

come una nuvola fredda

che in un istante è grande quanto il cielo.

 

***

 

Sbianca il giorno

 

Sulla mia spalla stanca la tua guancia

su su su

sbianca il giorno sbiancano le labbra

 

su su, ancora un colpo d’ala

fin là dove l’ossigeno ci manca.

 


***

 

Déshabillée

 

Ti svestirò di luna

sulla grande terrazza.

 

Ottenebrata sotto noi la notte

rapprende collosa gli umori

di corpi grevi che russano

con le finestre aperte.

 

Ti svestirò di luna

sulla grande terrazza

fino alla tua più intima bellezza

e ti denuderà così svestita,

mentre la luna impallidisce, l’alba.

 


***

 

Silvia, che troppo grandi…

 

Silvia, che troppo grandi

apri alla notte gli occhi.

 

Silvia che troppo grandi

apri gli occhi al risveglio.

 

 

***

 

Password

 

Abbassa le difese immunitarie

contro l’amore

l’averti consegnato la mia password.

 


***

 

Ressa


La penuria di te mi affolla l’anima.

 

 

***

 

Ma più che mai...

 

Dall’inizio mi manchi,

come l’acqua alla sete del deserto.

 

Mi manchi quando ti cammino a fianco:

non vanno nella stessa direzione,

se non per breve tratto,

due treni su binari paralleli.

 

Mi manchi quando sono con un’altra,

come manca la freccia alla ferita

che per la sua estrazione si dissangua.

 

Ogni giorno mi manchi; e in ogni dove

perché all’assenza di te

non c’è un altrove.

 

 

***

 

Vite spanate

 

Ti trattengo la mano       

                   sulla soglia

e seguo con l’orecchio

                   l’ascensore;

con lui, con te discende

                   in parallelo

quella cosa da niente

                   ch’è l’amore.

 

M’intreccio alla spirale

                    scale

come un tempo alla danza

                   del tuo passo.

 

M’aggiro ad ore

                   nella tua giornata,

penetro nel presente

                   del tuo corpo

e più che mai m’avvito

                   alla tua vita:

 

ma come una vite spanata.

 

***

 

Ma c’è una cosa che non puoi riprenderti

 

Ma c’è una cosa che non puoi riprenderti:

l’amore che al di là del capolinea

dei miei percorsi inconsci,

quest’amore che al margine estremo

della mia identità hai spalancato,

non ha bisogno della tua presenza.

Io me lo stringo addosso col lenzuolo

che mi fa da vela e da coperta.

C’è una soglia per ogni privazione:

l’eccesso, di per sé, ci anestetizza.

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                                                                   FABIO DAINOTTI




Nato a Pavia ma da tempo residente nel salernitano, a Cava de’ Tirreni, Fabio Dainotti è un esponente della letteratura e della poesia italiana molto importante, per la sua considerevole produzione poetica, nonché per le sue intense collaborazioni in campo letterario con riviste, società e organismi di settore, anche esteri, come Gradiva Edition di New York, di cui Luigi Fontanella è direttore. Saggista e critico, si esprime in poesia altrettanto bene sia in lingua italiana che in inglese. Ne è esempio il brano qui proposto, pubblicato in edizione bilingue da Gradiva, in cui Dainotti dimostra tutta la sua profonda esperienza poetica.


(Da Requiem for Gina’death and other poems, Gradiva Edition, New York, 2015)

 

Tota domus nostra sepulta est

Catullo

Quattro figlie ebbe e ciascuna reina

Dante

Mamma? È là, che prepara un po’ di cena

Pascoli

Porque te has muerto para siempre

Lorca

Ci sarà tempo

Tempo per te e tempo per me

Eliot

Scomparso già nel teschio

Ungaretti

O immaginata a lungo come un mito

Saba

E di quell’altra volta mi ricordo

Sbarbaro

La sua voce era come una musica

Gatto

 

***

 

Ora che stai distesa col bel viso cereo,

che scompare nel teschio,

non ti potrò vedere, né parlare più,

mai più,

perché sei morta per sempre.

 

                          *

 

Per me più non c’è la tua casa,

con l’albero piantato dal nonno nel giardino,

dove potevo arrivare senza preavviso, e avresti

riso di contentezza nel vedermi.

 

Dove studiavo, dove

scrivevo, sognavo;

dove mi rifugiavo da malato.           

Dove mi avresti chiesto le ultime novità,

preparando, in cucina, un po’ di cena,

e avresti rievocato i vecchi tempi.

 

Ai vecchi tempi ti scrivevo lettere,

come se fossi un’amica lontana,

come se fossi la mia fidanzata,

come se fossi la mia madre buona.

 

Volevi conversare fino a tardi,

volevi sapere tutto dei miei amori,

volevi raccontare i tuoi problemi

(tua suocera, la madre di lei in casa),

volevi che io ammirassi il tuo benessere

di donna ricca, moglie 

del medico condotto del paese.

Però vivevi come una reclusa nella grande villa,

in un paese che non era il tuo.

 

Mi accompagnavi sempre nella tua auto piccolina,

cantando le canzoni della tua giovinezza.

 

Leggevo Sartre, allora, l’Infanzia di un capo.

Credevo di essere diventato un uomo,

solo perché avevo fatto l’amore.

Davano il Rigoletto, all’Arena di Verona;

avevo indosso il trench dello zio Franco,

morto annegato, giovane,

trent’anni prima (tu l’avevi tolto

da un armadio, come una reliquia),

un binocolo nero da teatro

e la pelle rosata dei vent’anni:

dovevo sembrare un milionario.

Forse per questo una bella di notte

mi offrì violette all’angolo di una strada;

quel gesto mi conquistò, e la seguii dentro un albergo a ore.

Ma l’emozione mi giocò un brutto scherzo.

Allora lei mi donò la metà di una mela,

e mentre mangiavamo, io vicino a lei nuda, nel lettone,

mi tornarono le forze. Fu la mia prima volta,

con quella puttana gentile.

 

Mi esprimevo da duro, dopo, e bevevo “duro”,

alla maniera degli esistenzialisti.

Un giorno scesi dalla vettura e, dandoti le spalle,

pisciai sul ciglio della strada; offesa

mettesti in moto, avanzando di scatto per non vedere.

Un'altra volta, mi ricordo,

come due fidanzati litigammo

e mi facesti scendere dall’auto.

 

Un giorno parlavamo non so più di cosa; dissi,

usando le frasi dei libri, che eri una persona speciale.

– Sono una povera donna, – rispondesti, – non capisco quasi niente

delle cose difficili che dici! –

Invece tu capivi tutto; ero io molto confuso

dai troppi libri che leggevo,

di notte, ascoltando l’Italiana,

bevendo the da un samovar e fumando.

Mi spiegavi la vita, che è una cosa semplice,

(a volte lieta, certe volte triste),

ma soltanto le donne la capiscono.


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                                                                     MIA LECOMTE


Prima che usciamo dalla stanza le cose / cominciano già ad andarsene”. Mia Lecomte, poetessa e scrittrice di origine francese, autrice di diverse pubblicazioni, critico letterario di spessore, specie nell’ambito della letteratura transnazionale italofona, ci propone qui una breve silloge tematica, in cui traspare la sua particolare attenzione poetica nei riguardi del mondo esterno, degli oggetti, delle “cose”. La perdita di tutto ciò che materialmente ci circonda, sembra suggerirci la poetessa, accade già prima del nostro sfinire, e l’universo, nel suo continuo evolversi indipendentemente dalla nostra esistenza, ci lascia sempre indietro, incompleti e insoddisfatti.

 

Partiturina

 

I

 

Le cose come ci circondano esistono

a volte così poco che possederle

significa sottrarsi ne approfittiamo

proprio per quel poco essere

per la modestia il vuoto che consegue

un intervallo intero che vorremmo

in cui il non dire non è mai superfluo

Le cose come ci accompagnano

non esistono mai del tutto proprio

per questo le facciamo nostre

per questo ancora non ce lo permettono

provano a esistere si lasciano svanire

 

II

 

Quello che le cose amano di noi

lo sanno sempre nel restare sole.

Se lo ripetono come e quando

il giorno quella sua luce a canone

da un’ora all’altra per ogni gesto

ritrascorso accanto ogni abitudine

   Non puoi capire quanta poca pace –

parlano della nostra capacità di avere – 

   quanto è scontato il modo della perdita

Se lo confessano quasi senza crederci e

poi se ne dimenticano da un’ora

all’altra sempre a ripetersi quando

non le sentiamo più

 

III

 

Le cose rinchiuse nei cassetti

non provano più a raggiungerci restano

ferme tutte lì dentro in quei cassetti

che scorrono per un unico verso

a chiuderle ogni giorno dell’anno,

da dove in principio vogliono uscire

riescono a muoversi dentro i cassetti

anche aspettare, ma poi si fermano

senza raggiungerci chiuse lì dentro

senza rimpianto restano tutte

in ordine senza di noi

 

IV


Prima che usciamo dalla stanza le cose

cominciano già ad andarsene

si fanno rigide prive di genere

ad una ad una riprendono tutto

di loro stesse senza un rimpianto

si fanno inutili senza paura

di non insistere vanno precise

dritte là fuori ad una ad una

ci fanno uscire poco per volta

senza dolore in brani singoli finché

di noi non rimane più niente


(da Intanto il tempo, La Vita Felice, 2012)

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                                   GIUSEPPE ANDREA LIBERTI

                

Napoletano, profondo conoscitore e studioso della poesia contemporanea, in particolare quella del secondo Novecento, tra cui le produzioni di Elio Pagliarani e di Michele Sovente, valido poeta egli stesso, Giuseppe Andrea Liberti pone particolare attenzione per l’ambiente sociale e lavorativo, riuscendo a descrivere e ad enunciare / denunciare assetti e figurazioni anche immediate, sottili, a volte scabrose, legate a tali ambienti, e con una poetica molto aderente, anche per quanto concerne il linguaggio: del tutto originale e consono, ad esempio, l’uso del vernacolo napoletano integrato nei versi in italiano.

 

Stazione centrale

a Carol

 

’O sciancato ’e Garibbaldi sona ’na canzona

pettramente ca passo e manco ’o sento

(chianefforte scassato ca ’o sona ’nu sacche ’e ggente)

 

Me piacesse ’e verè se fermà ’a freccia

e mmiezo ’e sischie ’ntennere

«sorpresa!» (comme faciste ll’ato anno ’e miercurì)

 

ma aroppo? Si ’n te pozzo trattènnere

nu’ bbenì.

 

***

 

Blue Peppino

 

Me n’andrò smargiasso menando

consigli e scuzzettoni, Menandro

citando e risponderò all’insulto

con gigli e buffettoni, io che me la spasso

che credo in un solo impulso, nelle pezze

vermiglie nei cazziatoni urlati in assolo

negli sticazzi e nel vecchio Terenzio

ché nulla di ’ste bestie credo insulso.

 

***

 

I Pesci-Balena

 

Nati sotto una stella che si spegne

ci atteggiamo a coloni del domani

i paladini del nostro destino

imprenditori di noi stessi eccetera

ma siamo scorta d’ossa per i cani.

 

Rimaniamo un puntino nella vita

di un pianeta di medie dimensioni

che ruota attorno ad una nana gialla

alla periferia di una galassia

all’ombra degli ammassi siderali.

 

(inediti)

 

***


Cantiere sulla Marina

 

Questo sole liquefatto non concede riposo

jamme ca sta ’n’atu carico, schiuovete ’a faccia ’o muro

sudano le impalcature cigola

la struttura del mondo conosciuto

’o Cì i’ ce ’a resse ’n’ata mano ’e stucco

ricatto su ricatto, trave sopra trave

è in costruzione il futuro ma è deforme

ma che n’adda venì? chi ’o ssape, basta ca paveno

non si sa che ne viene su questa terra promessa

non si ricompongono i frammenti.

 

*

 

Ex ABB

 

Città palinsesto

se raschi a fondo il rossopompeiano

o ruggine del dissesto

(la monobicromia del vesuviano)

trovi un ciuco col carretto

una svastica storta che abbiamo coperto.

 

Lamiere t’incastrano

ai trascorsi, l’amianto ne decreta

la presenza nel sangue, nell’ambiente;

ma l’intonaco cadente

è rifugio agli scriccioli e il disastro

muta senso e forma – come nel tempo l’omega.

 

(da Pietrarsa 2010-2019, Arcipelago Itaca, Osimo, 2020)

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                                                                   PAOLA LORETO


Docente di letteratura americana presso l’Università degli Studi di Milano, Paola Loreto è poetessa rinomata e critico letterario, attiva anche nella traduzione di poeti americani. Ha anche curato, recentemente, insieme a Marco Bellini, una interessante Antologia di voci dialettali, Muri a secco (RPlibri, 2019). La sua linea poetica è improntata da una forte inclinazione e attenzione nei riguardi di un mondo e di una natura genuini, trasparenti, avulsi da ogni tipo di vane sovrabbondanze; la sua è una lirica cristallina, che si respira e si assapora fluida, grazie anche ai versi diretti e ricchi di numerose allitterazioni.

 

In visita

 

Nell’angolo lumente

t’intravedo, rara,

liscia la pelle al volto.

Sorridi e non sorridi,

ma mi piaci e plachi

il moto errante del respiro.

S’è quietato, il tuo,

forse per sempre,

ma ti piace – pare –

il dimorare nel velo

sottile dell'assenza.

Non temere ch’io non temo

lo svanire del sentirti

e del saperti chiara

e trasparente d’aria.

 

(da L’acero rosso, Crocetti editore, 2002)

 

***


Attraversata in quota


La lirica è natura.

La stessa che mi abita

se metto con cura

un passo dietro l’altro

sull’aerea e affilata

cresta est del Lyskamm

orientale sul Rosa

che è rosso all’alba

sugli assi e le panche

del ponte, capanna

Gnifetti, tremila

seicento undici

metri di altitudine.

Lo spazio è esiguo tra

due abissi di errore e

non puoi sbagliare: è

la fine del respiro

ispirato di luce

in perfetto equilibrio

tra il bianco e il blu.

C’è solo un istante,

una posa, una dose

di forza e coraggio,

una presa alla picca

e una lucida mente

(chiara di spazio, silente)

per cogliere il moto

che compie la stasi

e la stasi che muove

avanti, in alto.

È un io che risponde

al suono del vento

chi sa come farsi

di pietra sulla pietra

di neve nella neve

d’aria nell’aria

e nota di canto

elevata all’evento,

distinta, adeguata.

 

(da In quota, Interlinea, 2012)

 

***


Congedo


Nella prossima vita

avremo una casa: io e te.

Un orto, un giardino.

(Il fico nero, l’acero rosso.)

Mani nella terra, sul nostro

corpo. Dentro sarà il fuoco

di legna, il legno su cui

camminiamo. Bianco

ma non di smalto.

Nella vita che viene

avremo un bambino

ispido e nero

selvatico, ardente.

Non avremo paura.

Lasceremo la fine

agli altri. Inizieremo.

 

(da case | spogliamenti, Nino Aragno editore, 2016)

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                                                               DONATELLA NARDIN


La sensibilità e la delicatezza sono prerogative di molte espressioni poetiche: in quella di Donatella Nardin, autrice veneta di spessore, pluripremiata in diversi importanti concorsi letterari, traspare senz’altro con gradevole evidenza; nelle sue poesie, come nei brani qui di seguito proposti, aleggia un’atmosfera di dolcezza e quasi di nostalgia, nel descrivere memorie e paesaggi intrisi di un forte sentimento di appartenenza e di amore per la terra natia. Il suo dettato poetico è altamente lirico.

 

Particelle elementari

 

Per ogni passante acconcia

nonna Luisa – rarefatta

e impareggiabile ormai tra i rossi

sbocciati in giardino –

 

l’onda azzurra di uccelli in festa

che sapienziale le avvolge

le tempie e il sorriso.

 

Il fiorire è la bocca.

 

E più vicino è qualcosa di memore

donato all’essere appena sfiorato,

materno infine a purissima

fonte nel tepore dell’aria sgorga,

supplisce, traspare.

 

Possa quell’intimo sole, divenuto

pane e carezza, ridarti fiato

e luce e respiro

per infiniti battiti ancora

 

(da Rosa del battito Fara Editore 2020)

 

***

 

Risvegli

 

Mi affaccio alle finestre

dell’alba grondante d’acqua

come in quadro di Monet.

 

Una virgola dorata lambisce

le case in bilico sulla laguna.

Si risveglia la pelle

 

ad altra pelle si aggrappa,

– quella solitaria del giorno –

voi mi direte i lillà

 

io cose di me che non so dire,

la testa calva, le ossa scavate

da tutte le cose perdute

 

andate via.

 

(da Rosa del battito Fara Editore 2020)

 

***

 

Parole sentiero

 

Volano in stormi le primavere,

vibranti, audaci entrano nel respiro

 

a risvegliare parole celate

dentro altre parole.

 

Parole sentiero dall’altro lato

di noi per ricondurci alla bimba

 

che vecchissima si mostra

ad ogni nuova primavera.

 

Ha occhi viola la bimba

e lividi d’acqua lasciati dal tempo

 

commiati per ogni dove

e vanitas ingiallite e petali mutili

 

nel tenero nome.

 

(da Rosa del battito Fara Editore 2020)

 

***

 

L’inciampo

 

Si appoggia lenta al tramonto:

sa che si avvicina l’inverno

– l’inciampo è continuo –

 

lo dicono le piogge, nell’esserle

stanca la terra che più non

dà corpo al femminile incedere

 

nei tanti colori.

Muore lo sguardo tra le mani

invecchiate

 

tanto che non bastano gli occhi

perché abbia un senso

il domani.

 

(da Terre d’acqua Fara Editore 2017)

 

***

 

Una porta di luce

 

Ho passato la notte ad ascoltare

il silenzio. Brillava ai vetri la luna.

Era una giovane luna nata da una terra

d’acqua e di sogni, tangibile emblema

d’invisibili pluralità.

Portava con sé i sussurri abbandonati

sull’erba: qui il battito sordo di un cuore

lasciato da solo, lì oltre il cespuglio

eremitico degli elicrisi, la profusione

di un’anima in pena. E ricordi, e ricordi

attinti da un’essenzialità bisognosa.

Dove prima non era, nello sfarzo dei gialli

fanali, divenne sigillo la compenetrata

parola, porta di luce per tutto ciò che,

riaffermato, per sempre rifulge di dentro.

 

(da Terre d’acqua Fara Editore 2017)

 

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                                                                  PAOLO RUFFILLI


Un Nome illustre della letteratura e della Poesia italiana contemporanea, anche in ambito internazionale: Paolo Ruffilli è autore di numerose opere di poesia e di narrativa, vincitore di importantissimi premi quali il Dessì e il Laudomia Bonanni, critico letterario e curatore di edizioni dedicate a opere famose, quali quelle di Leopardi, di Foscolo e di Nievo. Nei brani che seguono, tratti dal volume Natura morta, edita da Aragno, Paolo Ruffilli evidenzia tutto il suo potenziale poetico, volto a raffigurare l’odierno degrado di una società che non è ancora riuscita a ridestarsi dal buio primordiale, e da una natura umana incline ancora all’odio e all’ammazzerie. Il suo dettato poetico, in questi versi, è severo, veemente e diretto.

 

Vita

 

Dal buio largo

del tempo dilagato

prima dell’uomo

è esplosa

in una varietà di forme

ordini e specie,

e di lì in poi

ha continuato senza posa

per le sue molte facce

della stessa via

e nel variare degli aspetti

in mezzo al ritornare

di eventi catastrofici

violenti e distruttivi

calamità, contagi, epidemie,

senza contare

infine l’eccezione

di stragi e ammazzerie…

il semplice conto quotidiano

ci lascia più interdetti

nell’atto di capire

di quanta morte

necessita la vita

per fiorire.

 

***

 

Terra

 

Terra che ingoia

tutto quanto:

città nazioni imperi.

 

Terra stipata

di cadaveri

che ha divorato.

 

Terra che sputa fuori

erutta spinge

rugosa e tormentata.

 

Terra sfaldata

che annega

e che sommerge.

 

Terra che del

disordine e degrado

fa la sua forza.

 

Terra in travaglio

costruttivo e distruttivo

senza fine.

 

***

 

Tempo

 

Chioma di fiamma

che eternamente mangia

la sua coda, passo

contratto dilungato

duro e rarefatto,

sasso lanciato

freccia che si perde

sopra il tetto.

 

L’innesco della corsa

rimandato, l’impulso

di una parte che

scivola sull’altra

e il loro scorrere

alto e basso

giorno e notte,

nel guscio in cui

precipita ruotando

aduna e scioglie

sigilla e rompe,

ore su ore.

 

Sicuri dell’effetto

che non cadrà il muro

tra il cercatore

e il suo desiderato

né tra l’amante e

l’oggetto del suo amore.

 

(da Natura morta, Aragno, 2012)

 

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                                                                   LILIANA ZINETTI


Accendi il lume e prega, la notte è buia e le stelle una rovina: così Liliana Zinetti in uno dei brani che seguono, parte di una recente raccolta edita da Ladolfi. La poetessa bergamasca avverte il sottile e precario confine tra la vita e la morte, tra il non detto e l’indicibile, del dipanarsi della vita lungo i crinali della storia e delle società immobilizzate dalle proprie stesse omologazioni, leggi e codici che spesso ostacolano verità e giustizia. Il suo dire poetico si struttura su versi che attualizzano storie e figurazioni, con un tono di lirica drammaticità.

 

***

L'erba ammucchia congedi, chiama la neve, chiama un inverno di chiodi. Scorrono come slogan pubblicitari le luci delle finestre aperte sui fiori. Poi qualcuno chiude le imposte. Poi l’inverno.

Era nell’approssimarsi

nella lama che taglia

tra il non detto e l'indicibile

era qualcosa che muoveva alla notte

tu che parlavi tra l’insignificanza e il buio

e il buio si raccoglieva nelle mani

e le mani pregavano per una fine.

Una luce incerta

si legò a un destino, precipitò in una frase.

I luoghi non erano stati.

Dentro la commedia

la bambina morta ripeté

un’antica filastrocca, poi più nulla.

Poi il silenzio, codice e forma,

entrò in una sentenza.


***

Sto ai margini dei colori

in questa mattina rotta

dai graffi della luce.

Sul foglio

travi sbarre cancelli

galleggiano nel bianco

mentre l’inverno infiora di ghiacci le rive

(sono lì, silenziosi, in un tempo

senza tempo, sogni di figure,

fogli ormai bianchi)

ascolto gli alberi

perduti nel suono delle nuvole

e solo mi è dato capire

l’inquietudine del vento.

La formula è stata scritta

in un idioma che non so tradurre,

mi resta ordire la trama di una morte

senza morte

la porta chiusa, il telefono muto,

questo silenzio.

 

***

Lei arriva quando vuole, si siede

e accende una sigaretta. Mi guarda.

– Per molto tempo ti ho attesa.

Non risponde, sbuffa volute di fumo nell’aria.

– Parlami, dammi la misura del mio stare

ad attenderti come una risposta possibile.

Fissa un punto sulla parete bianca, tace.

Forse attende un mio gesto. Allungo la mano, stringo il foglio. Lei si alza e nell’uscire si volta rabbuiata.

– Nasco per morire dopo pochi versi, questa la misura. La risposta esiste, ma tu, tu non sai porre la domanda. La tua finitudine ti condanna.

Accendi il lume e prega, la notte è buia e le stelle una rovina.

Non hai altre strade che il mio silenzio,

il bianco tra le parole.

Avrai coraggio?

 

***


Bari, 2 dicembre 1943

 

Racconta il mare in fiamme

di quell’inverno del 1943

il rombo dei bombardieri e i vetri esplosi

racconta che qualcuno bruciava

e piange come allora, il capo abbassato,

negli occhi il tizzone scuro che fu un uomo

e il terrore e le grida.

Ognuno di noi dovrà rendere conto

della disperazione che ancora scuote la terra

noi voltati e indifferenti

noi uomini d’azione

          noi (mai) fratelli.

 

(da I giorni del sole fermo, Ladolfi editore, 2020)

 

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                                                                   CLAUDIA ZIRONI


Da Bologna, la Voce cristallina di Claudia Zironi, poetessa di spicco in ambito nazionale, dedita alla diffusione della cultura letteraria e poetica, anche tramite importanti spazi virtuali online, come Versante Ripido, di cui è tra i fondatori. La sua è una poesia aerea, aperta, immersa in un’atmosfera di immensità, alla ricerca continua di un senso autentico dell’esistenza, travagliata dall’evolversi ineluttabile nel tempo della natura e dell’uomo. L’interrogativo eterno sul mistero della vita e della morte, è reso poeticamente lirico, in versi che inducono a profonde riflessioni.

 

Passeggiata nel cielo

 

Studiai la consistenza delle nuvole

Ne valutai la sezione

La disposizione in piano verticale

 

Singole forme

da prospettiva su quadro inclinato

rivelarono che le nuvole

sono naturalmente ricciolute

e il cane qui è più cane

 

Scoprii l’inimmaginabile dei toni

nel bianco e nel grigio

e nell’azzurro vergine

 

Mi inondò la luce.

Seppi dei due mestieri del vento

autista e scultore

 

(da Il tempo dell’esistenza, Marco Saya Editore, 2012; riproposto in Claudia Zironi, Diradare l’ombra, Antologia di critica e testi 2012-2019, a cura di Sonia Caporossi, Marco Saya Editore, 2019)

 

***

 

Ti potrei parlare della vita

 

Ti potrei parlare della vita, di quella volta

che sono stata Dio nella mia pancia, ti potrei dire

di come sia facile confondere

ragnatele con amore e di come fa paura

solo ciò che non si conosce. Sulla morte

ho scritto un libro, forse lo leggerai,

ma non è un tema importante. Potrei anche

valutare qualcosa di artistico

o di formale: che tempo fa da te, oggi? Poi,

potrei mandarti una canzone

di Cohen, con dentro tutto quello

che una donna desidera sentire.

Se conoscessi la risposta, potrei spiegarti

perché corro, della fretta che ho

di arrivare in fondo. O potrei anche

smettere di parlare e rimanere a lungo

in ascolto della tua voce, senza respirare.

 

(da Eros e polis, Terra d’ulivi Edizioni, 2014; Eros and polis, con traduzione inglese di Emanuel Di Pasquale, Xenos Books / Chelsea Editions NY USA, 2016; riproposto in Claudia Zironi, Diradare l’ombra, Antologia di critica e testi 2012-2019, a cura di Sonia Caporossi, Marco Saya Editore, 2019)

 

***

ho levato le mani

le vedi? sono bianche

e piene di fiori

non chiedermi

dove sto andando

quanto sono alte le torri

della luna

se ho mai scritto d’un’epoca vivente

e se ho mai visto

un mondo con due soli

o quando tornerò.

riposiamo un poco

insieme

 

(da Fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni, Marco Saya Editore, 2016; riproposto in Claudia Zironi, Diradare l’ombra, Antologia di critica e testi 2012-2019, a cura di Sonia Caporossi, Marco Saya Editore, 2019)

 

***

 

Tra mille anni, prometto

quando io sarò uomo e tu donna, o

io albero di kiwi e tu cavallo, o nuvola

tu e io campi, oppure semplicemente

due cellule uguali della stessa unghia

o fossimo anche due potenti guerrieri o

due monache di clausura, o esploratori

dello spazio diretti io su Marte e tu su Urano,

bambini gemelli, madre e figlio, sposi,

ti prometto che mi ricorderò di questa vita

dei tuoi baci e del dolore che da noi è nato.

 

(da Ursprüngliches Leben – poesia e pittura in dialogo, di Claudia Zironi, Silvia Secco e Martina Dalla Stella, KDP collana Edizionifolli, 2018; riproposto in Claudia Zironi, Diradare l’ombra, Antologia di critica e testi 2012-2019, a cura di Sonia Caporossi, Marco Saya Editore, 2019)

 

***


Io non sono io sono

te

ormai

e i bambini.

e l’acqua di Marte

con tutti i suoi suoni, gli uccelli

i pesci, le piante

i sentieri e tutti i morti

del mondo

scordati nel grano.


(da Variazioni sul tema del tempo, KDP collana Versante ripido, 2018; riproposto in Claudia Zironi, Diradare l’ombra, Antologia di critica e testi 2012-2019, a cura di Sonia Caporossi, Marco Saya Editore, 2019)

 

***

 

Mi si prenda così, senza esimermi

dal compiere atti avventati e sciocchi

nella mia impulsività, con le vive debolezze

e le frustrazioni, con tutte le insicurezze

dell’eterna adolescente, mi si prenda

per come vi vedono belli i miei occhi e

si commuovono leggendo i vostri versi

per la gratitudine del giorno, per la pace

negata dei sogni, per la morbidezza della pelle.

Per ogni capello bianco e ogni nuovo segno

mi si prenda, cura e palliativo del dolore

come scampata all’estinzione, come predestinata

alla morte. Mi si prenda e basta, senza incertezza

dandomi temporaneo, incondizionato Amore.

 

(da Quando si spegne il cielo, edizione artigianale in tiratura limitata Edizionifolli, 2019; riproposto in Claudia Zironi, Diradare l’ombra, Antologia di critica e testi 2012-2019, a cura di Sonia Caporossi, Marco Saya Editore, 2019; riproposto in Not bad, Arcipelago Itaca Edizioni, 2020)

 

***

 

il nostro tempo ha le ali grandi

vola rasente acqua e le batte con calma

con cadenza precisa. l’acqua che sfiora

non è mai la stessa: benedice il mutamento

santifica il gioco. solo una volta nella nostra vita

interrompe il volo.

 

(da Not bad, Arcipelago Itaca Edizioni, 2020)

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Un pugno di tempo

(da Distacchi e ombre, #4)

 

Ho appena conquistato un pugno di tempo da smaltirmi rilassato

sulla liquefatta balconata              dopo aver rimesso in tasca

l’ultima ombra della cuccagna         agguantata ieri in un effluvio

di sole abbacinante                  laggiù vedo un acero contorto e la luce

vi piove attorno come per accontentarlo             io e lui

non siamo che gravità occasionali           impulsi di terra

raccontati al cielo infinito          come una fiaba per dormienti

buoni e castigati

 

noi si sa               mia cara            veniamo da vicine ombre

l’uno all’altra affacciato     per sentire le cose con gli stessi sensi

e i riti riprendere per esorcizzare la malasorte

e viviamo della stessa spesa e delle stesse orme di storia

 

nulla ci abbandona se non quest’ombra a sera    e ci distacca la luna

dalle nostre orbite subliminali              è vero siamo fantasmi mia cara

che cercano speranza nel buio corridoio

tra una stanza e l’altra

 

in abbondanza di miti    scritti sulla nostra pelle di consumatori a sbafo

 

Giuseppe Vetromile

 

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NOTE SUGLI AUTORI

 

 

Mariano Bàino

Mariano Bàino (Napoli, 1953) ha esordito in poesia con la raccolta Camera iperbarica (1983), uscita presso le edizioni di Tam Tam, legate all’omonima rivista di Adriano Spatola. È tra i fondatori della rivista “Baldus” e del Gruppo ’93. Tali esperienze restano testimoniate, sul piano testuale, da Fax giallo (Il Laboratorio, 1993; Editrice Zona, 2001) e Ônne ‘e terra (Pironti, 1994; Editrice Zona, 2003). Le opere poetiche successive: Pinocchio (moviole) (Piero Manni, 2000); Sparigli marsigliesi (Il Laboratorio, 2002; Edizioni d’If, 2003); Amarellimerick (Oèdipus, 2003); Prova d’inchiostro e altri sonetti (Nino Aragno, 2017). In prosa ha pubblicato: Le anatre di giaccio (l’ancora del mediterraneo, 2004); L’uomo avanzato (Le Lettere, 2008); Dal rumore bianco (ad est dell’equatore, 2012); In (nessuna) Patagonia (ad est dell’equatore, 2014). È presente in diverse antologie. Suoi testi sono stati tradotti negli U.S.A. Ha tradotto poesie di Góngora, Frénaud, Lely.

 

Corrado Calabrò

Sono 23 i libri di poesie pubblicati in Italia da Corrado Calabrò e 34 quelli pubblicati all’estero, in 20 lingue. In Italia l’ultimo è Quinta Dimensione, Oscar Mondadori, 2018; all’estero, Astroterra, Kiev, 2020.

Per la sua opera letteraria è stata conferita a Calabrò la laurea honoris causa dall’Università Mechnikov di Odessa nel 1997, dall’Università Vest Din di Timişoara nel 2000 e dall’Università statale di Mariupol nel 2015. Nel 2016 l’Università Lusófona di Lisbona gli ha attribuito il Riconoscimento Damião de Góis. Nel 2019 è stato assegnato a Corrado Calabrò il Premio Bertrand Russel per “i saperi contaminati”.

L’Unione Astronomica Internazionale, su proposta dell’dall’Accademia delle Scienze di Kiev, ha dato all’ultimo asteroide scoperto il nome del poeta Corrado Calabrò “per aver rigenerato la poesia aprendola come in sogno alla scienza”.

 

Fabio Dainotti

Fabio Dainotti (Pavia 1948), presidente onorario della Lectura Dantis Metelliana, di cui è stato per anni presidente e direttore, condirige l’annuario di poesia e teoria “Il pensiero poetante”. Ha pubblicato di poesia: L’araldo nello specchio, prefazione di Francesco D’Episcopo, Avagliano editore, 1996; La Ringhiera, prefazione di Vincenzo Guarracino, Book, 1998; Ragazza Carla Cassiera a Milano, Signum, 2001; Un mondo gnomo, Stampa alternativa, 2002; Ora comprendo, prefazione di Luigi Reina, Edizioni Scettro del Re, 2004; Selected poems, Gradiva, 2015; Lamento per Gina, prefazione di Sandro Gros-Pietro, Genesi, 2015 (Primo premio “I Murazzi” con pubblicazione premiale gratuita); in edizione bilingue Requiem for Gina and other poems, prefazione di Enzo Rega, Gradiva, 2019. Ha collaborato a numerose riviste di settore (tra cui “Capoverso”, “Misure critiche”, “Gradiva”) ed è presente in molte antologie. Ha tenuto reading di poesia in Italia e all’estero. Come conferenziere, ha parlato su argomenti di letteratura e di interesse dantesco e commentato canti della Divina Commedia. Il mensile “Poesia” si è occupato criticamente della sua opera e su RAI TRE sono apparsi servizi su eventi da lui promossi. Ha curato la pubblicazione presso Bulzoni de Gli ultimi canti del Purgatorio dantesco (2010).

 

Mia Lecomte

Mia Lecomte è una poetessa e scrittrice italiana di origine francese. Tra le sue pubblicazioni più recenti si ricordano: le sillogi poetiche Intanto il tempo (2012) e Al museo delle relazioni interrotte (2016); la raccolta di racconti Cronache da un’impossibilità (2015); e il libro per bambini Gli spaesati (2019). Nel 2012, in Canada, è uscita la sua antologia bilingue For the Maintenance of Landscape. È ideatrice e membro della Compagnia delle poete (http://www.compagniadellapoete.com/). Traduttrice dal francese, svolge attività critica ed editoriale nell’ambito della letteratura transnazionale italofona, e in particolare della poesia, a cui ha dedicato alcune antologie e il saggio Di un poetico altrove. Poesia transnazionale italofona 1960-2016 (2018). È redattrice del semestrale di poesia comparata “Semicerchio” e collabora all’edizione italiana de “Le Monde Diplomatique”. Nel 2017, con altri studiosi e scrittori attivi tra Francia e Italia, ha fondato l’agenzia letteraria transnazionale Linguafranca (www.linguafrancaonline.org).

 

Giuseppe Andrea Liberti

Giuseppe Andrea Liberti è nato a Napoli nel 1992. Suoi testi sono comparsi su L’Elzeviro, Poeti per Levania, la Repubblica Napoli e in antologie di concorsi di poesia, mentre suoi lavori di asemic writing compaiono su siti specializzati. La poesia Voce delle locomotive ha vinto il premio “Città di Sant’Anastasia” (XVI edizione 2018) per la miglior poesia a tema “Ambiente e territorio vesuviano”; nel 2019 si è classificato terzo alla XVII edizione dello stesso premio con la poesia Davanti a una discarica abusiva nel napoletano. Ancora nel 2019 è risultato tra i vincitori del V Premio “Arcipelago itaca” con il libro inedito Pietrarsa. Nel 2020 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, Pietrarsa (2010-2019) (Osimo, Arcipelago Itaca), che ha ottenuto una menzione d’onore al XXXIV Premio “Lorenzo Montano”. Come studioso, si è occupato principalmente di autori del secondo Novecento italiano, tra i quali Elio Pagliarani e Michele Sovente (di cui ha curato una nuova edizione della raccolta Cumae per i tipi di Quodlibet), e della pratica del commento al testo poetico contemporaneo.

 

Paola Loreto

Paola Loreto è nata a Bergamo e insegna Letteratura americana all’Università degli Studi di Milano. Ha pubblicato case | spogliamenti (Aragno 2016), In quota (Interlinea 2012), La memoria del corpo (Crocetti 2007), Addio al decoro (LietoColle 2006), L’acero rosso (Crocetti 2002), le plaquette Spiazzi dell’acqua e Ascesa (pulcinoelefante 2008 e 2018), e Avola (Volo) (Luciano Ragozzino, 2019), le sillogi Conoscenza della neve (Poesia, gennaio 2012) e Transiti (Almanacco dello Specchio Mondadori 2009), oltre a una silloge di poesie sulla montagna (Premio Benedetto Croce 2003) e numerosi testi in rivista e in volumi collettanei. Con certi aceri sono accesi ha collaborato con l’Accademia di Belle Arti di Brera (collana coincidenze, edizioni di grafica d’arte a tiratura limitata, progetto da>verso). Con Lauda, ha collaborato con l’artista Pierluigi Puliti. La sua poesia è stata tradotta in inglese, spagnolo e polacco. Una plaquette è stata pubblicata negli Stati Uniti a cura di Lawrence Venuti (houses | stripped, Toad Press, 2018). È stata poète en residence al Centre de Poésie et Traduction della Fondation Royaumont (Parigi). Ha pubblicato studi sulla poesia di Emily Dickinson, Robert Frost e Derek Walcott. Traduce i poeti americani e collabora con varie riviste di studi americani italiane e straniere.

 

Donatella Nardin

Donatella Nardin è nata e risiede a Cavallino Treporti (VE). Dopo gli studi classici, ha lavorato nel settore turistico con incarichi anche dirigenziali. Appassionata da sempre di scrittura, soprattutto poetica, ha ricevuto per questa sua attività numerosi premi e riconoscimenti in diversi Concorsi Letterari. Per le Ed. Il Fiorino ha pubblicato nel 2014 la silloge In attesa di cielo (Premio Giovanni Gronchi, Premio Cinqueterre Golfo dei Poeti, Premio Rivalta Roberto Magni, Premio Leandro Polverini). Nel 2015, sempre per le Ed. Il Fiorino, ha pubblicato la raccolta di Haiku Le ragioni dell’oro (Premio Giovanni Gronchi, Premio speciale della Giuria al Premo Città di Arona); per Fara Editore nel 2017 la silloge Terre d’acqua (seconda classificata al Premio Città di Arona, Menzione di merito al Premio Città di Copenaghen, Primo Premio al Premio Il Litorale e Menzione di Merito al Premio Poetika), e nel 2020, sempre per Fara Editore Rosa del battito (Menzione d’onore al Premio Lorenzo Montano e finalista al Premio Tra Secchia e Panaro). Sue poesie e racconti sono stati inseriti in antologie di Concorsi Letterari, in raccolte collettanee di case editrici come LietoColle, La Vita Felice, Empiria, Fusibilia, Terra d’Ulivi, in alcune riviste di settore e in siti on-line dedicati. Alcune sue poesie infine sono state tradotte in inglese, in francese e in giapponese.    

 

Paolo Ruffilli

Paolo Ruffilli è nato nel 1949. Ha pubblicato di poesia: Piccola colazione (Garzanti, 1987), Diario di Normandia (Amadeus, 1990), Camera oscura (Garzanti, 1992), Nuvole (con foto di F. Roiter; Vianello Libri, 1995), La gioia e il lutto (Marsilio, 2001), Le stanze del cielo (Marsilio, 2008), Affari di cuore (Einaudi, 2011), Natura morta (Nino Aragno Editore, 2012), Variazioni sul tema (Aragno, 2014), Le cose del mondo (Mondadori, 2020). Di narrativa: Preparativi per la partenza (Marsilio, 2003); Un’altra vita (Fazi, 2010); L’isola e il sogno (Fazi, 2011). Di saggistica: Vita di Ippolito Nievo (Camunia, 1991), Vita amori e meraviglie del signor Carlo Goldoni (Camunia, 1993); oltre a numerose curatele di classici italiani e inglesi. Ha tradotto: R. Tagore, Gitanjali (San Paolo, 1993), La Musa Celeste: un secolo di poesia inglese da Shakespeare a Milton (San Paolo, 1999), La Regola Celeste – Il libro del Tao (Rizzoli, 2004), Osip Emil'evič Mandel'štam, I lupi e il rumore del tempo (Biblioteca dei Leoni, 2013), Costantino Kavafis, Il sole del pomeriggio (Biblioteca dei Leoni, 2014), Anna Achmatova, Il silenzio dell’amore (Biblioteca dei Leoni, 2014), Boris Pasternak, La notte bianca (Biblioteca dei Leoni, 2016), K. Gibran, Il Profeta (Biblioteca dei Leoni, 2017). www.paoloruffilli.it 

 

Liliana Zinetti

Liliana Zinetti risiede a Casazza (Bg) dove è nata nel 1954. Ha pubblicato le raccolte di poesia: Volo di terra (LietoColle, 2004); L’ultima neve, (Lietocolle, 2007); la plaquette Una poesia (Pulcinoelefante, 2008); l’eBook Due (Clepsydra Edizioni, 2009); Nel solo ordine riconosciuto (L’Arcolaio, 2009); I cipressi di Van Gogh (Ladolfi Editore, 2011); Improvviso il mare (L’Arcolaio, 2012); Minime da un fine (CFR, 2013, con fotografie di Viviana Nicodemo); I giorni del sole fermo (Ladolfi Editore, 2020).

 

Claudia Zironi

Claudia Zironi, bolognese, opera dal 2012 nel mondo della diffusione culturale con l’associazione Versante Ripido (www.versanteripido.it) dedicata alla poesia e della quale è uno dei fondatori e Presidente. Collabora anche con altre realtà associative rivolte alla cultura, all’arte e al sociale. Fa parte della redazione della rivista Le Voci della Luna. Ha fatto parte di giurie di premi di poesia a rilevanza nazionale.

È alla sesta pubblicazione poetica in Italia, delle quali Eros e polis, nel 2016, è stata riproposta in USA in traduzione di Emanuel Di Pasquale.

Nel 2019 è uscita, per i tipi di Marco Saya Edizioni, l’antologia a cura di Sonia Caporossi Claudia Zironi – Diradare l’ombra – antologia di critica e testi – 2012-2019.

Il suo prossimo libro di poesie Not bad uscirà a breve con la casa editrice Arcipelago Itaca.

Altre notizie si possono trovare nel sito claudiazironi.wordpress.com

 

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20 novembre 2020

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



mercoledì 28 ottobre 2020

VOLUME XVI

 


Introduzione


In un suo noto aforisma, Einstein affermò di non sapere con quali armi si sarebbe combattuta la terza guerra mondiale, ma di essere certo che la quarta si sarebbe fatta con arco e lance. Ritornando ad una mia riflessione precedente, questo famoso detto del grande uomo di scienza non fa altro che ribadire, per certi aspetti, il classico “corsi e ricordi” del Vico, e cioè a dire che le grandi civiltà, da che mondo è mondo, hanno subìto e subiranno sempre un andamento ciclico: nascita, sviluppo, decadenza. Le cose del mondo e della natura, la storia, si ripetono, insomma, rispettando un “misterioso” andamento ciclico, rappresentato da un inizio, una ascesa, un consolidamento, e a seguire un decadimento verso la barbarie. E noi staremmo dunque precipitando verso il fondo di questo ciclo? Può darsi! Assistendo al triste spettacolo di una umanità che, complessivamente, nonostante esigue punte avanzatissime di splendore (in tutti i sensi!) qua e là, va a ritroso, verso una disgregazione sociale e politica “globalizzata” causata da disinteressi, egoismi, superficialismi, strapoteri, ideologie prevaricanti, corruzioni e chi più ne ha ne metta, il pensiero pessimista che davvero il percorso di questa umanità stia raggiungendo il fondo si fa quasi certezza in tutti noi. Terza guerra mondiale, allora? Sarebbe questa la causa dello “sfiancamento” dell’attuale civiltà globalizzata? E se questa è davvero la terza guerra mondiale, qual è il nemico e quali sono le armi? La risposta parrebbe a questo punto ovvia: il contagio, i virus, la pandemia sarebbero le armi, il nemico da combattere noi stessi, la stessa umanità; se invertissimo i termini, e cioè il virus il nemico, le armi il veicolo di contagio provocato da noi stessi, dalla nostra incuria, dal nostro continuo e vituperato mortificare il pianeta, depredandolo, sgretolandolo, distruggendolo a poco a poco, il risultato sarebbe indifferente: siamo noi le vittime e gli aggressori in questa “terza guerra mondiale” che ci porterà, forse, se non proprio alla distruzione, ad uno stato di abbandono e di barbarie morale e sociale. 
E in tutto questo, nonostante questo, imperterriti noi a coltivare e a fare poesia? Possiamo un’altra volta affermare, come lo affermò Quasimodo, che la poesia si tace di fronte agli orrori e le catastrofi che l’umanità causa a sé stessa? In un certo qual modo, questa laconicità triste e drammatica ammanta di grigio le nostre velleità artistiche e letterarie, relegando in second’ordine il “sogno”, la “proiezione”, persino l’intuito e la carica emotiva che sono alla base di gran parte dell’attività creativa, sia espressa in versi, sia nelle altre modalità artistiche. È forse soltanto una mia impressione, ma osservando dalla mia “chiusa” scrivania come stanno andando le cose e il mondo, noto una certa deriva di sconforto nel creare e nel frequentare gli ambienti della cultura. Il virus, ormai da tanti mesi, ci sta costringendo ad un isolamento sociale ed umano che reputo deleterio ai fini dell’arricchimento reciproco sul piano emozionale e creativo. Siamo ormai tutti connessi a una rete fredda e distaccata, “virtuale”, come si dice, che nulla ha a che fare con la carica emotiva di un vero e solido abbraccio. 
Ma tant’è! Noi andiamo avanti coraggiosamente e con la convinzione che la Poesia non è mai inutile e non è mai senza voce; anzi, ritengo sia necessaria, necessaria come l’aria che respiriamo (quella pulita e priva di virus!), perché sarà proprio l’”aria” della Poesia a nutrire i nostri polmoni avvelenati dallo smog di una civiltà troppo incline a fagocitare sé stessa e l’intero pianeta. 
Ringrazio dunque gli Autori di questo sedicesimo volume: la loro Voce è aria tersa, è melodia che accorda e rincuora, è sferza e denuncia, è amore puro! 

Giuseppe Vetromile

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                                                                  VIVIANE CIAMPI



Viviane Ciampi, nata in Francia ma residente a Genova da lungo tempo, attua una forma di poesia molto alta, che non si limita soltanto alla mera scrittura, bensì si espande in dimensioni performative e sonore di eccezionale coinvolgimento emotivo. La sua poesia in tal modo, oltre ai significati e ai contenuti già di per sé potenti, acquista una valenza superiore complessiva, interessando e stimolando altre sfere sensoriali. Si dovrebbero “ascoltare” dal vivo, questi brani che seguono e che ci parlano di un mondo ironicamente casuale, dove le parole, le parole poetiche, hanno la forza di “sbloccare le montagne”.

 

Il senso del fare 

Fabbricati pure una bocca
trionfante di scirocco
che intenda soffiare
su chimere alate
ma prima pianta una quercia
perquisisci il termitaio
rosicchia gli atomi della tua ostilità
e quando poserai il piede
sulla terra promessa
sblocca le montagne.

(da Domande Minime Risposte, Ed. Le mani, Recco)


***

Strano che il mondo sia qui per caso.
Un lampo ogni tanto e quante siepi.
Le cose non si spiegano
le prendi fra le mani le nomini
ti sembra che respirino
– e magari respirano – ma non si spiegano.
Strano che il mondo sia qui per caso.
Non è la quiete il suo volere
e se non è la quiete…
Limiti confini trappole
come materia di ogni inferno.
La gente attraversa le linee del sonno
va oltre le sbarre pianta i chiodi del futuro.
Le sirene, dall’interno.
Un’ombra arriva, il sale che rovescia.

(da Scritti nelle saline, Genesi editrice, Torino)


***

So che spesso
in compagnia dell’amore
colmiamo la gravità.
So che la nostra voce
sparirà nel suo doppio.
So che la tua bocca
è il rifugio preferito
dell’alfabeto silenzioso.
Allora parlami come alla nube smarrita
scrivimi una lettera immaginaria.
Lascia stare il sesso.
Spezza la catena
siamo noi il fuoco.

(da Perturbamenti, Ed. Joker)


***

Ho visto battelli selvaggi troppo numerosi.
C’è inchiostro amaro sotto la lingua.
Lo sputo. Ma non apro la bocca.
Il mare è cambiato il mare conosce il mare sa
chi parla sott’acqua al demone epocale.

(da Du bleu autour / Azzurro intorno, bilingue, Ed. Plaine page, Barjols)


***

Ombra di parola semina profonda
seme di parole non è più ombra
valgano parole in ombra
per seminare nel profondo
profonda semina la parola
misere semine non contano per niente
parola semina parola semina parola di parola
valga sempre la parola
valga sempre la parola in quanto parola
valga parola dopo parola
seminala tu seminala tu se vale
seminala tu la parola
seminala tu la parola-semenza
seminala tu seminatore se mi senti
seminala profonda se no il silenzio
è più desiderabile.

(da Poèmes assis, Poèmes debout / Poesie sedute, Poesie in piedi, bilingue, Ed. Al Manar Paris-Neuilly)


***

Pioggia 
o schegge 
o tempeste di fango 
gambe casuali esposte al sole 
una briciola 
il mattone 
il definibile 
perché la volta che non ricordi 
e l’atto mancato 
e il furbo e il furto 
chi deturpa l’essere 
chi lo consuma 
segatura d’indizi non fu mai una prova 
è questa materia che crea la trama 

(da Anthologie Voix Vives de Méditerranée en Méditerranée, 2016, Ed. Bruno Doucey)



***


Tutto muore dell’insistenza a stare immobili.
Tutto muore.
Le parole specialmente,
che hanno soluzioni micidiali.
Tutto scompare in un dialogo mancato,
a corpo morto, nella lava,

come se.

(inedito)

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                                                          ALESSANDRA CORBETTA

Alessandra Corbetta, poetessa e scrittrice nata a Erba, ha una grandissima capacità di indagare l’attimo e il luogo nel flusso della vita quotidiana: con un dettato poetico rapido e denso di rimandi, a volte allegorico, mette a nudo le venature di incertezze e di precario equilibrio nella natura, nel mondo e nell’uomo stesso. C’è, nei suoi versi, un tentativo di riunire slanci emotivi, visioni e storie del momento, in un “unicum” che addolcisca l’animo e la mente, nella consapevolezza che la vita, a volte, perde la sua “unicità” e compattezza, come fa il mare quando si frange sulla battigia tra l’onda e la sua schiuma.

 

Blu 

(a Camilla)

La rincorsa all'unicità
sfinisce
Dicono che la nostalgia m'appartenga
come l'esile equilibrio del fenicottero,
sicuro su una gamba sola. Il blu
sa essere tremendo
ma perdonerà questa fase rosa
di mattoni e nubi.
L'unicità è lì sospesa
tra l'onda e la sua schiuma:

il blu è atroce, ora lo sai. Ha per prezzo
il lancio folle della moneta,
caduta a terra
nel cappello del mendicante.

(da Corpo della Gioventù, Puntoacapo Editrice, 2019)


***

Terza ora

Non saremo mai l’armonia complice
tra violino e xilofono

la scuola media insegna
una collina senza pendio
non è collina.
Così quel verso accarezza altri capelli,
cerca un alibi migliore.
Altrove è un viso tra tanti,
la pianta di quei limoni.
Nella bella vista anch’io vorrei morire
                                                               ora

mentre mi guardi,
e canti e dormi e non avverti
il dolore atroce del mio passaggio
obbligato di gioventù.

(da Corpo della Gioventù, Puntoacapo Editrice, 2019)


***


Firenze

Ho avviato la procedura del
dimenticare zollette di zucchero
messe a sproposito dentro il caffè,
la luce lenta tra una persiana
e l’altra – diradare, dopo i perché
Perché la fine ha i viali
lunghi del centro
il freddo rigido alle gambe
come a dover restare
Contare i mattoncini della colonna
all’angolo, riabilitare l’utilità delle dita
è una fatica dirle addio se
l’insegna rossa continua
a lampeggiare gli sguardi dei passanti
andare andare andare


***

Pietrasanta

Ricordo una gioia sfrontata,
totale dal rumore ciocco
di pioggia che cade
ricade. E rimbomba.
Eravamo in ombra
tra i vicoli e poi
la piazza – Pietrasanta –
ci teneva astratta le mani
sottili e intrecciate.
Ricordi? Eravamo.


***

Siena

Appena si è fatta
Siena di nuovo
vicina mancava la calca
ma aveva lo stesso profumo
la piazza, avevo la voglia
di prendere insieme un gelato.

Il tempo dei luoghi
è più lungo del nostro
– forse già allora sapevi
che io non sarei più tornato con te –
perché la mia mano l’ho data
a chi come me non crede
che un luogo ci tenga
per sempre.

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                                                              FLAMINIA CRUCIANI

 

La vita è questo andare in decomposizione un po’ ogni giorno”, recita Flaminia Cruciani, poetessa di grande valore, che integra questo suo nobile impegno con l’attività di archeologa. La sua poesia, a volte, sembra dunque trarre spunti di ispirazione dalle fondamenta delle civiltà che lei studia e ricerca con professionalità e competenza ma anche con il cuore dell’artista, che sa ben vedere oltre le apparenze. Dalle rovine della vita può rinascere un nuovo fermento, una nuova linfa capace di rigenerare il mondo e l’uomo. Ascoltare le voci degli antichi può essere motivo di redenzione e di rinascita. Flaminia Cruciani osserva e traduce in poesia le immagini di un mondo stereotipato, restituendole alla lucentezza e alla dignità della vita vera, come un archeologo ritrova il tesoro sepolto dal tempo.

 

Luglio

Non vedevo l'ora di tornare nel mio studio
oggi Roma era una grande graticola delle oscenità
dal Foro gli dei sono scappati
alla fermata dell'autobus un nero è
abbracciato a una donna dell’età di sua madre
lei gli tocca il sedere, si baciano
un gabbiano fruga dentro il cestino dei rifiuti
mangia un cono gelato e si strozza
la busta rotta si rovescia sull’asfalto
sull’autobus un uomo ha le scarpe da ginnastica,
altezza viso, infilate nelle reti dello zaino.
Nella busta di carta ho due libri che forse mi salvano
Antonin Artaud, Forsennare il soggettile,
di Derrida e La Sovranita di Bataille.
Penso al colore rosa.
Questa grande indifferenza si chiama umanità
la vita è questo andare in decomposizione
un po’ ogni giorno.


***

Ortogonale a me stesso
come volessi infilare l’ago nella sua cruna.
Nel suolo inverosimile dei miei pensieri
la menzogna risplende in ogni verità
come un teschio a bagno in uno specchio
e non sai se andargli incontro o indietreggiare.
Immergo i piedi nello Stige
ascolto la parola dei morti.
Ognuno solleva la propria natura
in basso quanto vuole.
Ognuno vince la sconfitta che può.


(da Semiotica del male, Campanotto 2016)


***

Quando ti cammino dentro
conosco i tuoi vicoli
i campanili storti delle tue piazze
le serrature arrugginite
dei tuoi pensieri inconfessabili.


***

Cantico della farfalla

Dormo con te
nel battito insonne di
petali che hanno sbagliato fiori
e ti sogno spegnere le candeline
del compleanno sulla mia testa
e dimentichi il nostro nome comune
gli uccelli truccati che cantavano
sugli altopiani della mia schiena
i tuoni come salmi nei capelli
mentre reciti a memoria
la mia corona di fuoco
l’anello di cenere preso al volo
con gli occhi allagati di folgore
che diventano ruderi.


***

È giugno
(per il decimo compleanno di Bianca)

È giugno
il cielo è un fossato di luce
i predatori stanchi dormono
nei campi di grano
i demoni sono innamorati.
Il brigante commosso dal gelsomino
porta in dono una tartaruga alla vecchia madre
il cadavere è ubriaco e dorme fino all’alba
la morte ha perso la falce
nei bacili d’oro delle ginestre.
È sempre giugno nei tuoi occhi verdemarrone
dove poso il senso del mio uragano
sai, anch’io mi perdo
infinitamente più di te
nelle mie spalle eremite
nei versi che tirano dadi truccati
ma tutto accade amore
e come dice la luce
la vita è imminente
e tu nasci ogni giorno
infinitamente più di me
nel tuo stelo arboreo
con coraggio cammini e ridi
nel frutteto impastato di sole
sull’Appia antica dove continuiamo a giocare
a caccia al tesoro con Babbo Natale.
Non ridimensionare il volo della tua rondine
sottraiti alle aspettative
non perdere te stessa
segui la tua vertigine.
Verrò io a visitarti a capo chino
come si entra in un bosco sacro
imparerò il sangue alato del solstizio
e m’insegnerai i canti dei tuoi nidi.
L’amore non fa domande.
Il tuo nome è una preghiera
non me ne ero mai accorta.

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                                                                  RENATO FIORITO


Da Roma, la voce poetica di Renato Fiorito contribuisce a ricucire un mosaico storico-geografico dei luoghi dove maggiormente l’umanità appare sfilacciata e in precario equilibrio. Una poesia che rivolge la sua particolare attenzione agli emarginati, alle nuove problematiche scaturite dalle migrazioni di genti che inseguono sogni di speranza e di libertà. Renato Fiorito riesce, con i suoi versi intrisi di alto lirismo, a mettere a nudo queste dure realtà, attraverso un “viaggio” di denuncia nei luoghi più duramente interessati dagli abbandoni sociali ed umani.


Ballarò

Giocano con una palla di stracci
i ragazzi a Ballarò.
Imparano ridendo la disarmonia del mondo.
Come semi venuti dal deserto
giungono da ogni parte
a coprire vuoti,
secondo eterne leggi di sopravvivenza.
Rinnovano il sangue esausto
per altre primavere.
Accoglie la terra la fragilità dell’uomo
e ne riaccende la forza.
Non è straniero chi prima lo era,
né lo diventa chi a fine partita
prende il mare per portare altrove
la speranza.
Indispettito e arcigno osserva la partita
il vecchio che parla con la morte.
Non vuole vedere le mani robuste
che senza sosta intrecciano sogni
e ne fanno canestri
per raccogliere la vita.


***

Rosarno

Con coltelli e bastoni
inizia la caccia
nel vuoto indicibile
di nebbia e paura.
Alla Fornace di San Calogero
la morte è nascosta in cortile.
ragazzi assassini sono pronti
a sparare feroci.
Nel mirino c’è Sacko,
la sua colpa è un’idea di giustizia,
la vita un rivolo rosso
che l’aria scolora.
Dalle persiane scrostate
la brava gente osserva e non dice.
In strada è solo nera la rabbia.


***

Le buone maniere

Ecco: le buone maniere
le conosco tutte
compresi gli abbracci
quando servono.
Bevo il mio vino senza alzare la voce,
accompagno con gesti d’assenso
le vostre cazzate,
non vale la pena contraddirvi
se dite che i negri pisciano in strada,
rubano l’oro gli zingari
e gli arabi sono un pericolo
e bisogna cacciarli.
Poi lascio il piatto mezzo pieno
e me ne vado ringraziando
con un sorriso.
Ho bisogno di non incontrarvi per un po’.


***

.Gocciola dal tetto del cielo

Gocciola dal tetto del cielo la pioggia d’autunno.
Inzuppa la terra di voci e di croci.
L’anima si scolora dentro le nuvole
e si arrende al silenzio.
In ogni goccia si celano infiniti ritorni
e tristezze inaudite che non conoscevo.
Così nel sogno mi dici: “Ancora non mi odi?
Eppure dovresti.” No, ti rispondo, ed è vero.
La vita mastica lenta il dolore
e lo muta in rimpianto.
Per strade diverse consumo i miei giorni.
Nel cuore mi hai lasciato
un papavero rosso.

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                                                            PASQUALE MONTALTO


Pasquale Montalto, cosentino di Acri, psicoterapeuta di professione, è poeta, saggista e critico letterario; ha all’attivo diverse pubblicazioni di poesia. Nella sua produzione, e in particolare nei brani che qui di seguito propone, risulta subito evidente la sua particolare vena poetica improntata dal sentimento e dall’amore, inteso nel senso più ampio. Attento osservatore dello stato sociale e psicologico di molte frange della comunità umana, in tutto il mondo, ne descrive con versi diretti e scolpiti gli atteggiamenti e le abitudini, con un’esortazione alla speranza e alla riconquista della propria identità.

 

Ti amerò
                                                 Ad Alice

Nell’ora cupa. Nell’ora
della bufera, che richiama
chiusure di nebbia.
Nell’ora del conflitto. Nell’ora
instabile, che mormora
lacrime di pioggia.
Nell’ora variabile del tempo
di marzo, ti amerò.

Ti amerò come stella del futuro.
Per i tuoi intuiti proiettivi, che collassano
il mio abulico sentire, ti amerò.
Calma estasi di donna.
Pace dell’onda che bacia la sabbia.
Armonia. Sentimento. Equilibrio dell’amore
che si canta e che si vive.

                                              Pasqua 1988

(da Profumi Sapienti, AMP – Ranken, Bombay, India, 1989)

(Poesia finalista, con Menzione speciale, alla Prima Ed.ne del Premio “Il Poliziano”, Presidente Dario Bellezza, Montepulciano, Siena).


***

Incontro d’amore

Quante volte, la mia anima
l’ho vista straniera.

                    La cerco. Viaggio e giro
                    per ogni dove. Mi affatico
                    a stanarla. Faccio di tutto
                    per renderla presente.
                    Sgrezzare pensieri e modi di fare.

E ora mi accorgo
che stava aspettandomi.
Era là. A portata di mano.
E c’era dall’inizio.
E io invece la guardavo.

E ci giravo attorno.

                    “Basta” di essere straniero in casa.
                    È con me la mia anima.
                    Perché lo sono. A casa.
                    Qualità mia per la vita.
                    Bacio di un incontro
                    troppo a lungo rimandato.

(Da Amicizia e Amore, Libroitaliano World, Ragusa, 2006)



***

A viso scoperto

Contadina, nascosta
sotto un lembo di sari;
contadina, che attendi paziente
chi con due rupiees
ti liberi dalla tortura del sole;
contadina, sorrisi non vendere
più al mercato illegale;
contadina, oggi è giorno di festa
e l’India del Mahatma
ti vuole libera e bella.

(Da Glass bits - schegge di vetro -, Edizioni Giuseppe Laterza, Bari, 2003).


***

Festa a primavera

Il pesco questa mattina
fa festa al ciliegio

Il fringuello, la cinciallegra,
svolazzano sui rami in fiore

Un canto lungo, breve,
il passero s’accorda in sinfonia

Una pioggerella lieve,
rinfresca i giovani germogli

La vite battuta dal vento
nella nebbia trova riposo

Sollievo di penombra
acquieta il gatto sull’uscio

Una cadenzata distensione
si carica di dolce malinconia

Tepore crepuscolare
sul tuo viso

Vita che partorisci bellezza 

Magico brulichio di primavera

(Poesia edita nell’Agenda 2019 di Lieto Colle Il Segreto delle Fragole, Faloppio, Como).


***

Occhi

Occhi sbiancati, amorfi, smorti,
privi del luccichio innamorato;
occhi velati, tristi, melanconici,
occhi artefatti, ingelositi,
che contraddicono la gioia;
occhi distrutti
dal suo stesso mondo frantumato;
occhi dai tanti colori,
incontrati nel mio peregrinare,
per le orride vie dell’ignoto;
occhi che riemergono dagli abissi
e disilludono la mente;
occhi che mi camminano accanto,
uno sguardo oggi non mi lascia.

(inedito)

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                                                          MARIA GRAZIA PALAZZO


Nativa della Valle d’Itria, il rinomato territorio dei Trulli pugliesi, Maria Grazia Palazzo è valente poetessa che riesce a conciliare l’attività professionale e familiare con una intensa partecipazione nel sociale e ad eventi culturali di spessore, che la vedono protagonista. Con all’attivo diverse pregevoli pubblicazioni con Case Editrici di prestigio, come La Vita Felice, esprime una linea poetica prevalentemente ispirata al mondo femminile, con un particolare e interessante riferimento alla classicità greca. La sua raccolta omogenea Andromeda, alcuni brani della quale sono qui riportati, è una pregevole e originale rievocazione di quel mondo, ma con versi e parole che rinnovano il pathos e il senso drammatico delle vicende, connotandole, con un lirismo eccezionale, di una mirabile e verosimile attualità.


È notte.

Penelope salpa, varcando la soglia,
il figlio e la tela consegna ad Ulisse.
Nessuna mancanza di amore
confida all’aurora, se amore resiste.
Con ogni sé stessa, da vivere a pelle,
in transito insieme alle ombre.

Prometto felice ritorno
                    – di argento, di bronzo, di ferro –
novella Pandora a incidere la prima ferita
lontana da etiche, estetiche maschie,
con vele     rigonfie nel petto,     polena potente
segnando il passaggio ad ogni miraggio.

Nel periplo stretta a tante paure,
sbendata da vecchie ermeneutiche,
ragioni sentimentali, in limine litis
Il vello è caduto!         Penelope
In sogno le lacrime terge al figlio e allo sposo.
Eretica erotica mente, in corpo al suo corpo.

La notte sa aprire le porte alla luce.

(da Andromeda, iQdB edizioni, 2018)


***

Femminili ancestrali

                                        Corifeo
                                        E sullo sfondo Cariatidi
                                        a reggere destini scolpiti,
                                        desideri che avanzano,
                                        femminili ancestrali.


Bussando con lavoro assiduo
ogni prefigurata figura
cerca un punto forte dalla terra
finché l’altro universale salga.

Forse una rosa dalla corolla aperta
in bocca a un nuovo Philippe Petit
segna l’abisso e l’orizzonte
il punto esatto di ogni incontro

nella vendemmia subliminale,
in resistenza spirituale,
in danza altissima vorticosa
giocava, giocavo con il corpo

dell’attraversamento buio
oltre ogni consunto assetto,
nuda sul filo bianco cercavo
un equilibrio nuovo, azzurro.

Fuoco ad animare il corpo spento.
Fuoco per non fuggire il volo.
Fuoco a purificare la terra.
Fuoco, antidoto al veleno.

Con lo sguardo pietoso sulle cose
nel temporale, muta, slacciate
le scarpe senza piedi
la pelle scrollata da confini.

(da Andromeda, iQdB edizioni, 2018)


***

Cento volte partorita e mille volte morta

Cento volte partorita e mille volte morta
con una chiave arrugginita e storta,
residuo di vernice sopra
una porta senza serratura.

Nel carapace di spoglie madri,
il sole che matura farina e vermi
coi denti nel morso di grecale
di una memoria avida di carezze,
di ciglia nere, di sorrisi
in un riverbero di onde.
S’impigliano a reti dissepolte
fuochi d’artificio, fluttuante
fuocomemoria di una trama
in forma di conchiglia lisa
sublimata materia.

Dove vi siete rifugiate
sconosciute altre me, riflesse
nel passaggio segreto allo specchio,
                    in un battito prima di svanire?
Vi cerco in mare aperto, ormai
allo stremo delle forze, caparbiamente
per non dover morire, cercando
approdo          o nuovo abbandono.

(da Toto corde, La Vita Felice, 2020)

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                                                                DANIELA PERICONE


Da Reggio Calabria la voce autorevole di una poetessa che non limita la sua competenza e dedizione soltanto alla scrittura poetica, ma si prodiga nella diffusione della cultura letteraria organizzando eventi e rassegne di pregio. Notevole la sua produzione poetica, è un prezioso riferimento nell’ambito della critica letteraria. Il suo dettato poetico è caratterizzato da forme riflessive sul piano della ricerca interiore e sul senso dell’esistenza; traspare, nei suoi versi, una sorta di necessità impellente di evasione verso mondi altri, più genuini ed umani. Sono versi che, con indovinate allitterazioni, infondono sonorità armoniose.

 

In una di quelle mattine
d’inverno e di folto dormire
non contano i flauti del giorno
gli accenti l’urgenza l’assillo,
nel cavo del corpo raccolto
si spoglia indistinto l’orgoglio
non s’alza alle cime il vessillo,
tra nuvole basse continua
una veglia di sonno, di nebbia
di assenti ragioni d’assenso.

(da Il caso e la ragione, Book Editore, 2010)


***

Tuttavia
rimango qui, qui
ritorno ripiegata come un foglio
su cui non cresce il tuo nome
ma flagra nell’aria in attesa
che qualcuno lo afferri per le ali
e lo inchiodi al muro come
un piccolo insetto crocifisso
dalle tue paure
e nel cuore della lotta
da tasche e tagli rotolano
ancora altri chiodi e altri sbagli
finché rimango qui
in assurda difesa
dietro questi occhiali
che mi fissano dallo specchio
ma non mi vedono.

(da L’inciampo, L’arcolaio, 2015)


***

Ai fantasmi in assetto
di pace consegni
sguardi obliqui, tempie
immote ai venti
lasci che ognuno
avvolga la sua benda.
Non cedere a lusinghe
di paesaggi,
sciogliere nodi
è mestiere da penelopi
la tentazione è nelle forbici.

(da Distratte le mani, Coup d’idée, 2017)


***

Sorvegliare il buio
è non temerlo, dentro gusci
che non tengono
l’occhio scuro non smette
di bruciare – non ha gloria
l’ora invasa dei perduti.
Reclina una parola se sperare
convoca deboli sorrisi,
ingenuità. Ripara solo dire
figlio, che trovi un bene
in sé nella pienezza
– contiamo bicchieri
lasciati a metà, sguardi
prosciugati. Se avessimo
cieli da solcare non esiterei,
chiedi alle ombre, sempre
qualcuno le invoca.

(da La dimora insonne, Moretti&Vitali, 2020)


***

Dopo i giorni
felici sono qui
a giocare alla pizia,
un groviglio d’ossa
e disfatte issato sul tripode
a decifrare le ore, scovare
auspici nei chicchi
di caffè, ridurre gli intralci
al minimo grado di noia
e sorridere all’amicizia
dei poeti, a questo vincolo
bizzarro, nostra sorte
malinconica, benedetta.

(da La dimora insonne, Moretti&Vitali, 2020)

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                                                                    LUISA PIANZOLA

   

Un esempio luminoso di come la poesia, e solo la poesia, possa essere in grado di esaltare e nobilitare i minimi gesti, le minime cose, anche abitudinarie, della vita quotidiana, e di come, tramite essa, l’artista, nella fattispecie la poetessa, possa “vivisezionare” indagando e ricercando in profondità, le attese, le emozioni, i sentimenti, i pensieri concentrati in una situazione e in una storia apparentemente anche la più usuale e monotona, in un contesto lavorativo o sociale o familiare. Tutto ciò traspare bene in evidenza nei testi che Luisa Pianzola, poetessa e giornalista di pregio, ci propone qui di seguito. Una poesia che prende, coinvolge, con versi diretti e misurati nel tono, non privi di una certa vena di ironia.

 

(da Il punto di vista della cassiera, LietoColle - Pordenonelegge, 2020)


*

Bella vita che passi
dal mormorio infantile alla gaia
fratellanza, agli scontri quasi adulti
bella vita di pane
e menta, di suoni e significati chiari
bella domenica
pure la bloody sunday che spaccava
e il sudore e l’energia buona
delle gare campestri.
Ti ho ritrovata, cara vita
e non ti cerco, ma ti somiglio.


*

Il tempo è un servo silenzioso
che consegna la comanda con lentezza
ma al punto di arrivare svolta all’improvviso
e tu non sai più di che ti piaceva saziarti.
Allora rifai l’ordinazione, ma il sapore
è cieco il ricordo non soddisfa
pronunci scandendo a chi non sente,
con leggerezza arrivi a sperare che l’ora del pasto
passi in fretta.


Il punto di vista della cassiera


1.

Il suo mondo veleggia al di là
del tornello. Prezzi digitati quando non passa
il codice a barre, unghie curate (perché è lì
che si gioca la partita). In tutto l’universo non c’è
una cassiera furiosa con chi le passa accanto.
Lei è potente in ogni istante
perché niente può ferirla.
Lei è la cassiera sorridente.


2.

Sciamano code di clienti. Uno di loro
potrebbe stuprarla o chiederla in sposa
lei dice buongiorno ha la tessera
si infastidisce solo un poco con le monetine
del randagio, ma le conta fino all’ultimo centesimo.
Si assesta sullo sgabello, noi tamburelliamo
sul bancomat se l’anziana insiste
lei ha un occhio truccato placido
l’altro attento all’orario, un suo strabismo di routine.
Il suo tempo non somiglia al nostro
non ha nulla di fisico.



3.

Cassiera è un’idea ancestrale, una santa
per consumatori smarriti, una dea vergata di fresco.
Il pubblico non ne indovina il profumo,
benché dozzinale, ma è attratto dal suo distacco
premuroso. La voce, poi, quando al microfono
modula un annuncio di servizio
è molto più di un canto. Apprende velocemente
il suo mestiere, si destreggia con sapienza
tra i prodotti, strappa con perizia lo scontrino
sfiorandoti l’indice nel consegnartelo.
Non parlare o parlare troppo alla cassiera
significa ottenebrare di merci il suo sorriso.
La merce scorre regolare timbrata amorevole
sotto il suo gesto materno.


***

(da Una specie di abisso portatile, La Vita Felice, 2015)


*

Chi lo sa perché si sentono questi passi domenicali,
anche il lunedì. Nella nebbia e nel sole già caldo,
ovunque per le strade, infiniti tramestii su e giù
dalle automobili lustrate mentre prorompe e invade
un’acqua dolce che diventa rigagnoli di sale.
Cose da turisti, adesso, ma negli ultimi anni
dell’Ottocento erano spasmi e bastonate
per salvarsi la pelle. L’acqua dolce diventa aria,
qualche volta, a riempire le bocche sul punto di parlare.
E allora comincia il viaggio.

I cercatori di sale, coloro che bucavano le pietre
per trarne monete, salivano in squadre allenate
a tormentare le rive i pianori le chine disfatte in sequenze.
Ne riportavano, più possenti i piemontesi, carriole
luccicanti e bianchissime. È un fatto che la storia
ha registrato, gli elenchi dei caduti e delle loro età
nel momento di massima fierezza.
Per ogni vita un giglio bianco a formare il diagramma:
dissesti in un paese straniero a volte ospitale.
Miseria e aporie, le stesse che avanzano adesso
prima del mattino, dello scroscio di sabbia,
del tempo che lo ha fermato.

Aigues Mortes, 2011

Nota
Il testo rimanda all’eccidio degli immigrati italiani avvenuto in Francia, nel 1893, nelle saline di Aigues-Mortes.

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                                                             ANNALISA RODEGHIERO


Da Padova, ma originaria di Asiago, Annalisa Rodeghiero traduce in poesia la natura della sua terra natia, teatro di guerre e di catastrofi naturali, come quella avvenuta nel 2018 quando un uragano improvviso e devastante causò lo sradicamento di migliaia di alberi. Ed è terra anche del famoso scrittore Rigoni Stern, al quale la Rodeghiero dedica il primo dei brani che seguono.
Una poesia caratterizzata dunque dal pregnante sentimento di appartenenza alle proprie origini, ad una terra storica e impervia, ma altrettanto genuina e solare. Annalisa Rodeghiero modula il suo dettato poetico su toni accorati e icastici, con versi in cui si respira un’atmosfera armoniosa e lirica.

 

(Testi tratti dal volume Incipit, Edizioni Stravagario, 2019) 

Ma ci saranno ancora degli innamorati che in una notte d'inverno si faranno trasportare su una slitta trainata da un generoso cavallo per la piana di Marcesina imbevuta di luce lunare? Se non ci fossero, come sarebbe triste il mondo.”            

                                                                                                   Mario Rigoni Stern                                                                                                                                                                                  

La slitta del sergente

Ora che la prima neve – fa – sopra i tetti cartolina
e dentro l’anima è sudario
sugli abeti crocifissi,
una risposta Mario te la vorrei dare.
Vedi, la speranza è proprio là
seduta sopra quella slitta nella piana imbevuta
della luce che tu sai, bianca di neve.

Lassù, dove il piano si connette al monte
e valli e cielo versano grumoso latte,
voglio ancora immaginare
sguardi innamorati di bellezza
sotto la luna ammantata a sposa.

Allora sfumano lente in albe
tutte le notti del mondo
perché sotto quella luna piena nella piana
la poesia non muore e tu lo sai
– Sergente –
fino a quando esisterà
anche un solo uomo sulla terra
e la terra dentro occhi innamorati.


***

Disordine verticale

Quanti girotondi d’abeti mancheranno
ai boschi del Kranz o verso il Gruppach.
Uno due tre
la conta in genere si fa toccando le teste
                                                        una ad una
in fila con la mano,
ma ora lassù sull’Altopiano
dentro un silenzio che sembra innaturale
tronchi dormono sui tronchi
disordinatamente
corpi ammassati nelle fosse.
Forse allora io non so contare
                                                        fino a mille duemila tremila,
una alla volta la nostra distrazione.
Uomo contemporaneo che inciampi e cadi
sopra i tuoi stessi errori, uomo sguardo orizzontale
che vedi a senso unico le cose
ascolta la radice che ti parla, colma l’incolmabile distanza
tra te e il suo grido verticale.
Poi aiutami a finire quella conta.

                                                Trecentomila possono bastare.


Nota
Altopiano di Asiago, 29 ottobre 2018: migliaia di alberi testimoni della storia millenaria del luogo vengono falciati da raffiche di vento e dalla furia della pioggia.


***

La casa ad albero

Solo io sapevo
della mia casa ad albero
dei frutti appesi come quadri
a saziare assenze,
della scorza a lacrime di resina
di quanta forza
quando bussava il picchio.
All’occorrenza
(tu sarai sempre un’occorrenza)
ho svelato il segreto
come solo i bambini sanno fare
(senza volerlo).
Così ora sgorgano, si mescolano, nutrono
linfa, legno, miele, fogli sparsi e versi
a cascata su gradini, vetri, biforcazioni, rami,
dentro respiri di ciliegia.
Perfino l’aria è presenza.
Regge il tronco la sete del mondo.


(Poesia inserita nell’Agenda poetica Il segreto delle fragole, LietoColle, 2018)

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                                                               PATRIZIA SARDISCO


Una Voce poetica molto interessante, quella della siciliana Patrizia Sardisco, da Monreale. Con all’attivo diverse pubblicazioni e premiata in numerosi e rinomati concorsi letterari nazionali, la Sardisco eccelle sia nella produzione di opere poetiche in lingua, sia in dialetto siciliano, contribuendo in tal modo a tenere alto l’interesse valoriale e qualitativo per le lingue originali dialettali. La sua poesia, in particolare nei brani che qui di seguito propone, fluisce rapida in quadri apparentemente distaccati, con un versificare del tutto originale e personale. Una poetica che indaga sui comportamenti lavorativi e sociali, mettendone a nudo abitudini e gesti stereotipati.


#1

I mattini di questi anni Dieci
parabola dell’arco
profila la fucina delle otto
dove si fanno i nomi
persone animali cose e le città
invisibili in apice alle incognite

Cariche immense masse di materie
sul pervio del sostrato
sul pendio del costato
sospinte a mente nuda all’infiammabile
a doppio cieco e non un parascintille
scherma il corpo adducente

Si fondono e si addensano memorie
millimetri di io di noi di loro
le diseguali saldature inedite visibili
fanno sbalzi abbaglianti di luce sintomatica
nei cunei incandescenti lo stupore
appanna le astenie della stagione


#2

Ma uno ripete
già per la terza volta, l’altro
ha prodotto una documentazione
pare sia un bes (eppure c’è chi pensa
non ne vuole nel brodo)
uno ha la madre che entra
ed esce dall’ospedale, il padre
ha detto meglio se non gliene parlate
una è una centoquattro dichiarata
(eppure c’è chi pensa starebbe
meglio altrove)
ma la compagna accanto
che non guarda negli occhi
con gli altri ventiquattro
pensa
con quali lacci è meglio
catturare ippogrifi
per guadagnare alture
dove la luna ha un senso
che si fa acciuffare
(eppure c’è chi pensa che non pensa)


#6

Uno oggi dice prof, ho provato a
vedere un film di Kubrik, ho iniziato
ho provato con quello, era Arancia
Meccanica, però non sono
andato oltre la mezz’ora
e annessa alla meccanica celeste
la sfera adulta attrae l’adolescenza
ma il telescopio mio presenta troppe
aberrazioni ottiche, la luce
si rifrange a lunghezze diverse e
tu e io formano aloni
troppo diversamente colorati
ai bordi delle età
la violenza ci intossica
da un punto lontanissimo
come equazione umana
il margine d’errore ineliminabile


Nota
Brani tratti dalla silloge breve Uno oggi dice prof, edita nell’Antologia iPoet 2018 (Lunario In Versi) – 11 poeti italiani, Lietocolle 2019.

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Navigare per mari non propri

Così il devastato mare m’è piattaforma di viaggi non miei
voluti dal caos o capriccio di foschi dèi – tanto
la sensuale bocca chiede materia diuturna
al solo scopo di blaterare né altro che non sia
di regolari atomi da Dio organizzati – e visito
luoghi estranei al mio condominio cercandovi
Itaca o forse la ragione del cuore – persa
tra le pagine d’un computer l’ultimo veloce
abbecedario del nostro vivere sfilacciato

Ma verrà giorno/notte d’addio naufragato per sempre
smembrato da aguzzi scogli – mai approdo sarà
più sanguinolento – come il sapere pronta alla presa
la sgangherata barca che traghetta manovali epicurei
al di là dell’acheronte – e noi gravi pagheremo
ogni obolo lavorando pietre nella terra di Sisifo
lungo la fabbrica insana – il tempo appiattendo
ogni nostra fiera avventura.

(Da Ulisse minore, in “Anastasiadi”, Bastogi Ediz., 2002)

Giuseppe Vetromile

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NOTE SUGLI AUTORI

Viviane Ciampi

Viviane Ciampi è nata in Francia (Lione). Figlia d’arte, vive a Genova dagli anni ’70. Nella volontà di ripensare la lettura poetica intreccia spazi sonori tra poesie, poesie performative e voce cantata, mormorata, stratificata. Collabora, dal 1998, come animatrice e traduttrice da e per il francese al Festival Internazionale di Poesia Parole Spalancate. Partecipa a festival nazionali e internazionali: Les Eauditives (Toulon), Poésie Polyglotte (Hyères), Printemps des poètes (La Rochelle, Poitiers), Rencontres des Suds (Frontignan), Faim (on line), Ostuni (on line), Festival Voix Vives nelle versioni itineranti di Sidi Bou Saïd (Tunisia), Sète (Francia), Ramallah (Palestina), Toledo (Spagna). Per il Canada, Festival de poésie di Montréal e Quebec City. È redattrice per la rivista on line Fili d’aquilone e varie riviste cartacee. Dal 2015, dopo essere stata invitata come poeta, ha raggiunto l’équipe degli animatori-traduttori del Festival Internazionale Voix Vives in Francia, a Sète. Ha curato l’antologia Poeti del Quebec (Ed. fili d’aquilone 2011) e un florilegio delle poesie di Alda Merini (Ed. Le Castor Astral). Della decina di libri pubblicati citeremo gli ultimi: Scritto nelle saline, Genesi editore, 1° Premio Assoluto “I Murazzi”, 2013; D’aria e di terra, Ed. Fili d’Aquilone, Roma 2016; Du bleu autour, Azzurro attorno (bilingue) Ed. Plaine Page, Barjols 2018; Poèmes assis, poèmes debout / Poesie sedute, poesie in piedi (bilingue) Ed. Al Manar, Paris-Neuilly, patrocinato dal festival Voix Vives nel 2019. 


Alessandra Corbetta

Alessandra Corbetta (www.alessandracorbetta.net) è nata a Erba (CO) il 4 dicembre 1988.
È dottore di ricerca in Sociologia della Comunicazione e dei Media, ha conseguito un Master in Digital Communication e un secondo Master in Storytelling; è Adjunct Professor e Teaching Assistant presso l’università LIUC – Carlo Cattaneo e lavora come formatrice aziendale in ambito di Comunicazione e Media.
Ha fondato e dirige il blog Alma Poesia (www.almapoesia.it), progetto interamente dedicato al linguaggio poetico italiano e internazionale.
Ha pubblicato il romanzo Oltre Enrico, Cronistoria di un Amore sul finale (Silele Edizioni, 2016) e le raccolte poetiche Essere gli altri (Lietocolle, 2017) e Corpo della gioventù (Puntoacapo Editrice, 2019), finalista al Premio Città di Como.
Scrive per il giornale online Gli Stati Generali e per il Progressoline. Per il blog Menti Sommerse ha diretto la rubrica poetica “I Fiordalisi” e per il blog Tanti Pensieri ha curato lo spazio poetico “Il pensiero di Alex”. 
Ha collaborato come Web e Social Media Director con La Casa della Poesia di Como, partecipando anche all’organizzazione di reading ed eventi poetici, tra cui il Festival Europa in Versi.
Ha vinto e ricevuto segnalazioni di merito a diversi concorsi poetici, tra cui il premio speciale della giuria a “Ossi di seppia”. Sue poesie sono presenti in diverse antologie e tradotte anche su riviste straniere.

Flaminia Cruciani

Flaminia Cruciani, poetessa e archeologa, vive tra Roma e Firenze. Si è laureata in Archeologia e Storia dell’arte del Vicino Oriente antico, presso Sapienza Università di Roma, e ha poi conseguito il dottorato di ricerca in Archeologia orientale nella stessa università. Per lunghi anni ha partecipato alle annuali campagne di scavo della Missione archeologica italiana a Ebla, in Siria, diretta da Paolo Matthiae. Tra le sue raccolte poetiche, le più recenti sono Piano di evacuazione (2017) e Semiotica del male (2016). Del 2018 è Lezioni di immortalità, la vita gli antichi e il senso della archeologia, pubblicato nella collana “Strade blu” da Mondadori (Premio Montale Fuori di casa). Sempre del 2018 è la sua antologia di poesie tradotte in inglese, We were silent in the same language, pubblicata da Gradiva Publications, New York. Una sua antologia di poesie tradotte in spagnolo, Callábamos en la misma lengua, Sonámbulos Ediciones, è stata pubblicata a Granada in Spagna nel 2020. Suoi testi poetici, tradotti in diverse lingue, sono presenti in molte antologie italiane e straniere. È membro dell’Académie Européenne des Sciences, des Arts et des Lettres di Francia.


Renato Fiorito

Renato Fiorito è presidente del Premio Internazionale di Poesia Don Luigi Di Liegro; ha fondato e gestisce il blog letterario La Bella Poesia (www.labellapoesia.info) e collabora alla redazione della Rivista quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria Menabò.
È autore dei libri di poesia: Andante con pioggia (Terra d’ulivi edizioni, 2019), 2° classificato alla XIII edizione del Premio “Albero Andronico”; Andromeda (Ladolfi editore, 2017), vincitore del Premio “Terre di Liguria 2018”; La terra contesa (Puntoacapo, 2016), premiato alla IV Edizione del Premio “Sulle orme di Leopold Senghor”, e Legami (Lepisma Edizioni, 2015). Sue poesie hanno ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui i seguenti primi premi: V Edizione del Premio Internazionale di poesia “Di verso in verso”; IV Edizione del Premio Letterario Internazionale di poesia “Priamar”; I Edizione del Premio di poesia “Pingaria”; XII Edizione Premio letterario internazionale “Città di Martinsicuro”.
È autore dei romanzi: Tradimenti (0111 Edizioni, 2009), 3° alla IV Edizione del Premio “Città di Recco” e alla XII Edizione del Premio "Val di Vara"; Ombre (Self publishing, 2011), 2° alla XII edizione del Premio "Mondolibro" e al Premio "Via Francigena" 2011; al romanzo è stato inoltre attribuito il Premio della Critica al Premio internazionale “L’integrazione culturale attraverso la letteratura” organizzato dal Centro Ecuatoriano di arte e cultura di Milano.


Pasquale Montalto

Pasquale Montalto è nato ad Acri (CS) nel 1954. Ha svolto i suoi studi presso il Liceo Classico V. Julia di Acri e poi presso l’Università degli Studi La Sapienza di Roma, dove ha conseguito le Lauree in Psicologia Clinica e Sociologia e i Perfezionamenti in Fondamenti di didattica e Didattica sperimentale. Specializzato in Psicoterapia Analitica Esistenziale e Sophianalisi, svolge la professione di Psicologo Psicoterapeuta, prevalentemente tra Acri, Rende e Cosenza. Presso l’Ospedale Cristo Re di Roma si è formato in Sessuologia e Ginecologia psicosomatica.
Tanti i Saggi e libri di Poesia pubblicati, è inoltre costantemente presente nel dibattito culturale, sociale e letterario.
Tra le ultime opere c’è da segnalare: il saggio critico di Tito Cauchi Sogni e ideali di vita nella poesia di Pasquale Montalto (Totem Ed.ce, Lavinio-Roma, 2020); l’inserimento per la Calabria nel volume a cura di Bonifacio Vincenzi SUD i poeti. È imminente la pubblicazione Il mio Pinocchio, con prefazione di Daniele Giancane (Macabor, Cosenza, 2020).


Maria Grazia Palazzo

Maria Grazia Palazzo è nata nel 1968 in Valle d’Itria. Avvocato civilista, ha esercitato la professione fino a pochi anni fa. Negli ultimi anni ha intrapreso lo studio della teologia e delle questioni di genere. È mamma adottiva. È socia di Stati Generali delle donne di Bari. Insegnante precaria, la sua più grande ambizione è riuscire a tenere insieme il piano della quotidianità e quello dell’extra quotidiano. Ha pubblicato: nel 2012 Azimuth per LietoColle editore. Nel 2013 in collettanea: Chiedici la Parola per Stilo editrice; nel 2015 Sulla carta del tempo per Terra d’Ulivi, e Libertà, Semi di Poesia in Azione, Secop Ed., a cura di S. Kuhtz. Nel 2017 In punta di Piedi per Terra d’Ulivi edizioni. Alcuni suoi inediti sono stati pubblicati sul sito web di Cartesensibili, a cura di F. Ferraresso. Nel 2017 è stato pubblicato online il testo di prosa poetica Da Dove, da Spagine, a cura di M. Marino. Nel 2018 ha pubblicato il suo terzo libro di poesia, Andromeda, un poemetto sul femminile, destinato anche al teatro, per iQdB di S. Donno. Nel 2020 è stato pubblicato il suo ultimo libro di poesia Toto corde per la casa editrice La Vita Felice.

 

Daniela Pericone

Daniela Pericone è nata nel 1961 a Reggio Calabria. Laureata in Scienze Politiche, lavora nel settore dei Beni Culturali. Cura eventi e reading con enti e circoli letterari. Ha pubblicato i libri di poesia Passo di giaguaro (Ed. Il Gabbiano, 2000, con una nota di Adele Cambria), Aria di ventura (Book Editore, 2005, prefazione di Giusi Verbaro), Il caso e la ragione (Book Editore, 2010), L’inciampo (L’arcolaio, 2015, prefazione di Gianluca D’Andrea e nota di Elio Grasso), Distratte le mani (Coup d’idée, 2017, postfazione di Antonio Devicienti), La dimora insonne (Moretti&Vitali, 2020, nota di Giancarlo Pontiggia e postfazione di Alessandro Quattrone). Sue poesie sono tradotte in diverse lingue. È presente in numerosi volumi collettivi, riviste (tra cui L’immaginazione, Poesia, Capoverso, Agon, Levania, Leuké), siti e lit-blog. È inclusa nella rassegna “Viaggio Meridiano”, a cura di Gianfranco Lauretano, in “Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea”, 7 (Raffaelli Editore, 2019). Scrive testi di critica letteraria e collabora a riviste e siti dedicati alla letteratura (“L’EstroVerso”, “Laboratori Poesia”, “Poesia del Nostro Tempo”).

 

Luisa Pianzola

Luisa Pianzola, nata a Tortona nel 1969, è poeta e giornalista freelance. Dopo liceo classico, studi di pittura e architettura, si è laureata in storia dell’arte contemporanea (Lettere Moderne) all’Università di Genova e diplomata in visual design alla Scuola Politecnica di Design di Milano. Ha pubblicato i libri di poesia Il punto di vista della cassiera (lietoColle-Fondazione Pordenonelegge, 2020); Una specie di abisso portatile (La Vita Felice, 2015); Il ragazzo donna (La Vita Felice, 2012); Salva la notte (La Vita Felice, 2010); La scena era questa (LietoColle, 2006); Corpo di G. (LietoColle, 2003); Sul Caramba (Sapiens, 1992) e le plaquettes In un paese straniero a volte ospitale (Fiori di Torchio, 2013) e Miniserie (Accademia di Brera, 2013). Suoi testi, tradotti in inglese e francese, sono usciti su riviste internazionali, siti web e antologie. Redattrice della rivista letteraria “La Mosca di Milano” e cofondatrice dell’agenzia di scrittura creativa Fattidistorie, ha curato per LietoColle il progetto Serre di Poesia. Su di lei hanno scritto, tra gli altri, Mario Santagostini, Maurizio Cucchi, Piero Marelli, Milo De Angelis, Piera Mattei, Giampiero Neri, Stefano Raimondi, Gabriela Fantato, Stefano Guglielmin. Sito internet www.luisapianzola.com.


Annalisa Rodeghiero

Annalisa Rodeghiero è nata ad Asiago e vive a Padova, dove si è laureata in Scienze Biologiche. Suoi testi poetici e note critiche appaiono in periodici online e cartacei come Poetarum Silva, Neobar, Versante Ripido, La Recherche.it, Alla volta di Leucade, La Nuova Tribuna Letteraria fondata da Giacomo Luzzagni, Il Porticciolo. È presente con altri autori in Antologie tra cui: Il padre di Nazario Pardini (2016), Il segreto delle fragole 2018 Agenda Poetica (LietoColle), Lunario in versi (11 poeti italiani) iPoet 2018 di LietoColle, Antologia proustiana 2018: Cherchez la femme - di Aa Vv La Recherche.it, La madre Secondo Quaderno di poesia del Gruppo poeti UCAI (2019) presentato alla Fiera delle Parole di Padova 2019, Antologia proustiana Una notte magica di La Recherche (2019).

Ha pubblicato: Percorrimi tutta (2013), Di spalle al tempo (2015), Versodove (2017), Incipit (2019), tutti premiati in concorsi nazionali e internazionali.

 

Patrizia Sardisco

Patrizia Sardisco è nata a Monreale dove tuttora vive. Laureata in Psicologia, specializzata in Didattica Speciale, lavora in un liceo di Palermo. Scrive in lingua italiana e in dialetto siciliano.  Vincitrice e finalista in diversi concorsi a carattere nazionale, nel 2016 pubblica, per i tipi di Plumelia, la silloge in dialetto Crivu, vincitrice del Premio Internazionale Città di Marineo e menzionata al Premio Di Liegro di Roma. Nel 2018 si aggiudica il Premio Montano nella sezione “Una prosa breve”. Con la silloge inedita in dialetto ferri vruricati guadagna il secondo posto del XV Premio Ischitella – Giannone e, nello stesso anno, per le Edizioni Cofine, dà alle stampe la sua prima pubblicazione in lingua italiana, eu-nuca, prefazione a cura di Anna Maria Curci, finalista al Premio Bologna in lettere 2019 e vincitrice della sezione opere edite del Premio Città di Chiaramonte Gulfi 2019. Ancora nel 2018 la raccolta Autism Spectrum vince la quarta edizione del Premio Arcipelago Itaca indetto dalla Casa editrice omonima che, con postfazione a firma di Anna Maria Curci, ne cura la pubblicazione nell’aprile del 2019.

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27 ottobre 2020

Presentazione in diretta video del 36° Volume

VOLUME XXXII - Vol. Spec. Nuove Voci del Ventunesimo, 2a parte

VOLUME SPECIALE "I SEE BELLAGIO FROM MY TERRACE"

VOLUME XXVI - PERCORSI DIALETTALI SICILIANI DI INIZIO MILLENNIO

Volume antologico J'Nan Argana nr. 2

Transiti Poetici incontra il GAP

Volume Speciale dedicato alla Primavera

Transiti Poetici incontra Voci dal Mondo

Il video della presentazione del Volume Transiti Poetici incontra Voci dal Mondo